giovedì 11 febbraio 2010

La foiba grande - Carlo Sgorlon

Ormai non ho alcun dubbio: ho capito perchè Carlo Sgorlon è stato rigettato dalla nostra cultura, dove per nostra intendo italiana e friulana. "La foiba grande" si palesa come la miglior spiegazione a tale quesito che mi ero posta nel momento della sua morte. 
Perché uno come lui è rimasto sullo sfondo, possibilmente dimenticato anche da vivo? Lampante.


"La foiba grande" di Carlo Sgorlon è romanzo scritto nel 1991, quando il problema della Jugoslavia era estremamente molto sentito dalle mie parti e non solo. La Storia viene evocata a Umizza, un paesino dell'Istria. Le due guerre, le foibe, il comunismo, il genocidio e le foibe, la distruzione, l'esodo. In sintesi spicciola, questi gli argomenti, in ordine cronologico.

Tutto il romanzo prende avvio con la necessità di ripopolare le terre d'Istria in seguito alla peste che ha decimato e svuotato questo paese. L'arrivo delle nuove genti e i personaggi che iniziano a delinearsi. Benedetto sarà uno di questi, colonna portante di tutta Umizza e di tutto il romanzo. Vera sarà la voce femminile più pregnante, quella folata di vitalità, entusiasmo e speranza che giunge laddove la ferita duole a porta conforto. Ci sono tanti personaggi, alcuni appena abbozzati, altri manifesti tramite le loro azioni. Sono i personaggi, le persone che vivono nel paesino, tra fantasia e realtà. Sono persone che vivono l'esperienza dei cambiamenti, delle invasioni, del multilinguismo e multiculturalismo sulla loro pelle. Dell'indifferenza e dell'essere considerati terra-oggetto, da colonizzare a piacere, siano gli interessati italiani o sloveni, siano essi fascisti o comunisti.


E' un crescendo: la caduta dell'impero asburgico con le note di nostalgia sempre presenti nel parlato degli individui, la guerra che tocca le famiglie con i giovani mandati al fronte, la penuria. L'arrivo degli italiani, del cambiar lingua, scuola, nome (italianizzando la toponomastica e tutto ciò che ne consegue). Lo scoppio di una nuova guerra e la drammatica presa di conoscienza delle sparizioni, dell'opera dei partigiani nei boschi, il ritrovamento di morti trucidati come nemmeno gli animale da cortile venivano ammazzati.
Sgorlon passa delicato eppur potente sul dramma delle persone scomparse. E rende perfettamente il senso di ciò: un giorno ci sei, un giorno no. Anni dopo, forse, verrai ritrovato in una foiba. Forse.


Non ha parole delicate né per il fascismo, né per gli americani, né per i partigiani, né per i comunisti. Anzi, è con loro che più usa parole crude e dure perché loro attuarono qualcosa di tremebondo: rasero al suolo le radici di una società in nome della fantomatica rivoluzione.
Tito, il suo nome, risuona come un'accusa, anche senza la necessità dell'uso di parole forti o veemenza parassitaria. Bastano i fatti.


Basta il raccontare la negazione della lingua, della famiglia, delle tradizioni, del credo religioso, della sicurezza, della libertà. Non servono giudizi imposti o impostati nel testo. Bastano i fatti a rendere la follia. Bastano i numeri a raccontare il genocidio.


Fa male questo libro. Un male che tocca le corde più profonde che legano all'umanità. Racconta il potere, la cecità, l'ignoranza del potere, le illusioni e i sogni di grandezza. L'idiozia, il ridicolo, la violenza più bieca e cieca. prova a dare una spiegazione al perchè si sia voluto negare l'esistenza del genocidio, dell'esodo e delle foibe. Così come si è voluto (e lo si fa ancora) negare l'esistenza dei lager.


L'ultima parte del libro è tragica. Benedetto è un personaggio considerato saggio nel paese, colui che conforta, colui che ha visto il mondo e che ha esperienza, a cui tutti facevano riferimento. E' quello che cerca di sostenere i suoi paesani nel dramma, cercando di infondere fiducia davanti alle chiese bruciate e preti fucilati, davanti a chiese trasformate in magazzino dai comunisti. Diceva alla gente: non importa se ora c'è un'ennesima invasione, voi siete istriani e lo rimarrete. Abbiate fiducia, le chiese torneranno quando questi saranno sconfitti da loro stessi, la chiesa è nel vostro cuore e voi potete pregare ugualmente. Alla fine però tutto questo non basta. Perché quando a un popolo togli tutto non rimane altro da fare che aggrapparsi all'ultima speranza e andare via, in cerca di una vita che abbia sembianze tali laddove la follia del comunismo non abbia attecchito, laddove la libertà delle persone sia ancora esistente.


Non mi stupisce quanto Carlo Sgorlon sia stato tenuto sotto censura, o minimizzato o insultato.
Lo posso dimostrare citando semplicemente le sue stesse parole:

" (...) Per tutti noi il comunismo era diventato come il potere per barba Michele, ossia una caricatura, una carnevalata, da quando scoprimmo che si sosteneva con una serie sterminata di falsità. Il comunismo era come i bambini discoli, che devono mascherare le loro marachelle, inventando continuamente bugie. Non era una cosa seria. E infatti non aveva lo stesso comportamento con tutti, come la legge promette di fare.

(...) Il potere aveva un'avversione stridula e irta per ogni riunione, in cui vedeva una forma di resistenza allo stato e di attività sovversiva, e si adoperava per impedirla o disperderla. Anche la parola ci era stata sottratta. Nello stato iugoslavo non ci riconoscevamo, e non del tutto in quello italiano. Così ci sentivamo derubati e rapinati della Storia, perchè ci era stata sottratta anche la patria e la terra. Nessuno di noi aveva la forza di immaginazione di Benedetto (...). Gli ulivi, le querce, i ginepri, i ricini, i cipressi, il rosmarino, la salvia, la terra rossa e quella grigia, le rocce bianche del Carso o le sue grotte erano sufficienti a dar vita all'Istria, nella sua totalità?
Poteva bastare quell'Istria, ed era possibile vivere la propria cultura soltanto dentro di noi, nell'intimo, come gli intellettuali facevano in Italia nel periodo della dittatura?"

"(...) Ormai erano quasi soltanto i paletti di Benedetto a tenere, perchè lui era legato alla terra in maniera quasi mistica e primordiale. lavorava anche nei campi, adesso, non per effetto del comunismo, di cui niente gli importava, ma soltanto per aumentare il suo legame con la terra. Era duro e faticoso, quel lavoro. La terra era bassa, dicevano i contadini, e a occuparsi di essa ci si spezzava la schiena. Eppure v'era anche qualche cosa di appagante, e la tristezza del presente era dimenticata."

"... Lo stato usava sistemi simili a quelli della malavita, o ne tollerava l'esistenza, e quindi era composto da gente che usava il delitto come politica.
(...) Il governo non aveva mezzi legali per sbarazzarsi dei suoi nemici. Non sapeva di cosa accusarli, come portarli in tribunale, e allora li faceva sparire con i metodi del terrore e della mafia, perchè voleva sì l'Istria, ma senza gli istriani dissidenti".

Penso che Carlo Sgorlon non puntasse tanto al condannare i totalitarismi in quanto tale. Ma il processo, i mezzi, il potere, l'ignoranza, l'insensatezza, la crudeltà becera che tutto questo ha portato, in particolare l'epoca di Tito e i metodi del comunismo (ancora attivi,tra l'altro) applicati nelle terre istriane. E' arduo parlare di questo libro perchè tante sono le citazioni colte: troviamo Ungaretti, troviamo il mago Atlante di Ariosto (e anche dei precedenti, evidentemente). Troviamo Dante che conforta e viene usato come strumento lampante per raccontare la guerra in un'immagine feroce.
Ho chiuso questo libro con un vago senso di straniamento. Quasi voglia di piangere. Perchè ho sentito nella mia pancia quel vuoto che è stato raccontato in trecento pagine di libro.


E ho capito. Ho capito il perché della conformazione di persone in Friuli, soprattutto nella zona di Trieste, Gorizia e non solo. Il Friuli, la mia terra, è stata colpita in pieno dalle onde dell'esodo e dalle sparizioni, soprattutto Trieste.
Nelle mie radici c'è anche questo.

12 messages:

  1. Edoardo CecereFeb 11, 2010 08:12 AM

    Grazie per il bell'articolo, profondo e molto significativo. Ho appena terminato di leggere il libro e ho provato le stesse sensazioni; ne sto stendendo in questo momento una recensione per una manifestazione organizzata dal mio Liceo. Sto facendo il possibile e spero che il tempo giovi alla sensibilizzazione riguardo questo dramma ancora oggi così poco conosciuto.
    Un abbraccio.

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  2. Sono croato (potrei dire ungherese, italiano, austriaco, ebreo, russo perchè in mio sangue c'è tutto questo) e i miei avi da sempre abitano in Istria.
    Mio nonno, mio bisnonno e via dicendo sono stati sempre in Istria. Soprattutto loro hanno patito la discriminazione razziale quando è caduta l'Austria Ungheria e l'Istria è diventata Italia: non potevano più parlare nella loro lingua e ne essere della loro cultura. Hanno patito molti sopprusi sotto fascisti italiani.
    Di questo però nessuno parla.
    Nessuno dice di campi di concetramento per jugoslavi voluti da Mussolini a Gonars e Brusegana.
    Nessuno mai parla di pulizia etnica che italiani fecero in slovenia, dalmazia e istria. Tutto dimenticato.
    Foibe sono state un crimine è vero, ma bisogna studiare la storia prima di giudicare.

    Saluti sinceri
    Mirko

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  3. Musafira al-AhlamFeb 11, 2010 10:30 AM

    Ti ringrazio per avermi suggerito questo articolo. E' una recensione commuovente, dalle tue parole si sente quanto il libro ti abbia toccato e si percepisce l'attaccamento alla tua terra.
    Ogni regime finisce, hai ragione, la violenza, la brutalità di una dittatura sono causa della sua stessa fine, ma questa può essere una consolazione, se consideriamo l'alto prezzo pagato da chi quella dittatura la subisce?

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  4. Occhi di NotteFeb 12, 2010 08:58 AM

    @ Musafira: Guarda. sono onesta. Non lo so. A volte questo pensiero mi da speranza, a volte mi pongo le tue stesse domande. Il prezzo è altissimo. E si protrae nel tempo, nelle generazioni a seguire, nelle paure, nei comportamenti, nella cultura. IN tutto... Però mi chiedo anche se la consapevolezza di una fine (anche se non si sa bene quando) non aiuti a sopravvivere, almeno in certi momenti..

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  5. Occhi di NotteFeb 12, 2010 09:06 AM

    @ Anonino - Mirko: ho pensato tutta la notte al tuo scritto. E ancora non sono sicura di aver trovato le parole adeguate per risponderti.
    Innanzi tutto mi dispiace profondamente per quello che avete vissuto.
    Di quanto mi racconti di Gonars non sapevo nulla, ma ti credo sulla parola.
    Guarda: nel libro ogni totalitarismo, ogni forma di furbescheria per il potere è stato condannato. Sgorlon punta l'accento su Umizza e sulla gente, le persone, sulle cicatrici, le ferite, glis travolgimenti che tutto questo folle modo di comportarsi dei vari governi o ideologie ha portato. Ha parole dure verso l'indifferenza e l'ignoranza italiana verso l'Istria, verso la cecità voluta americana. Ha parole strazianti e dolorose per le foibe. Per gli scomparsi.
    racconta nel libro le radici tranciate di brutto. E fa male. Molto.

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  6. Occhi di NotteFeb 12, 2010 09:07 AM

    @Edoardo: non sai quanto mi fa piacere sapere che a scuola si studi e si lavori su Sgorlon...

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  7. Non conosco Sgorlon. Il tuo commento mi fa capire che è una lacuna che devo riempire. Mi segno il suo romanzo "La foiba grande", spero quanto prima di poterlo leggere!
    Grazie per il tuo bel post.
    A rileggerti presto! :D

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  8. Davvero interessante il tuo blog, mi sono permessa di "seguirti", così da poter leggere i tuoi interessantissimi post!

    Un saluto.

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  9. Il tuo racconto mi ha colpito e molto. Grazie, e' molto molto interessante.

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  10. Occhi di NotteFeb 16, 2010 05:40 AM

    @Vittoria: che cosa ti ha colpito?

    @Shara: lieta di consocerti!

    @ Isarion: poi sappimi dire che te n'è parso, se lo leggerai...

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  11. Sono Mirko, ti ringrazio per le belle parole.
    Ora credo che leggerò Sgorlon (il mio italiano non è buonissimo ma spero di farcela)e cercherò anc'io di capire meglio cosa sia successo allora.
    Perchè anch'io so poco di cosa è successo davvero agli italiani.
    Ora forse è il momento di voltare pagina, visto che siamo Europei.
    Un saluto!

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  12. Occhi di NotteFeb 17, 2010 07:10 AM

    Sono contenta di sentirti di nuovo! Quasi non ci speravo... se lo leggerai, fammi sapere che ne pensi.

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