Intervista a Cristiana Lardo: l'Orlando Furioso a Tor Vergata

05 settembre 2010

Amo la Letteratura. Mi emozionano i Grandi Classici.
Ne sono ammaliata.
Vorrei dare spazio anche a questo nutrimento d'anima, in questo mio blog. Per cambiare rotta ho chiesto a una persona speciale di raccontarmi la sua passione per l'Ariosto, in un'intervista che a breve riporterò.  
Mi riferisco a Cristiana Lardo, docente e ricercatrice presso la facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Tor Vergata, Roma. 
La prof. Lardo si occupa di letteratura Cinquecentesca, in particolar modo dell'Arioso. Nei prossimi mesi la incontreremo ancora. A breve pubblicherà un libro sul Furioso e in questa occasione avrò il piacere e l'onore di intervistarla ancora, tanto per questo blog quanto per Critica Letteraria e Sul Romanzo, altre redazioni con cui collaboro. I temi saranno diversi. In particolare perchè la Lardo si occupa anche di scrittura creativa in un laboratorio attivo presso la Facoltà di Lettere di Tor Vergata.
A voi il piacere di consocere questa docente e il suo amore per l'Ariosto.



Come prima cosa desidero ringraziarLa per avermi concesso questa intervista. Partiamo subito dalle origini. L’Ariosto: quando lo incontrò, per la prima volta, in quella maniera particolare che è spartiacque fra un autore che piace e uno che si ama ardentemente? Perché proprio lui?

Ho incontrato l’Orlando Furioso per la seconda volta durante un corso universitario dedicato al poema e al Rinascimento. Detto così sembra subito un cosa normale,  quasi scontata… E, forse, sotto sotto, nella mente dello studente (ero al mio secondo anno!), anche un pochino soporifera. Ho detto “seconda volta” perché sicuramente l’avevo già letto e studiato a scuola, ma quell’anno ero completamente soggiogata dalla poesia di Poliziano, e non avevo occhi che per quella. Insomma, da studentessa universitaria di circa vent’anni pensavo che per il comico, per l’umorismo ci fosse spazio solo nella prosa. Erano anni, quelli, in cui tutta  l’arte a disposizione dei “giovani”, fosse essa poesia, musica o cinema tendeva verso l’impegno e il sublime. Eravamo a poco prima dell’avvento del cosiddetto “pensiero debole”, ma è venuto tutto dopo, una rivoluzione riuscita male: detto fra noi, ora siamo in condizioni anche peggiori (tranne qualche caso). C’era, insomma, al tempo, uno iato fortissimo tra tensione e disimpegno. L’amore, quando c’era, doveva passare per forza attraverso una sofferenza esibita, o, peggio, uno sprezzo del mondo. I nostri idoli erano Foscolo, i poeti maledetti, gli sperimentalisti, quelli, insomma, che per dirla con Dino Buzzati “guardano il mondo con occhi di odio”. Ariosto però ha spiazzato. Da ventenne, mi sono innamorata del suo umorismo, della tragicità sottesa, dalla dissimulazione, del suo modo di voler bene al mondo. E soprattutto dall’armonia che teneva legato tutto. Significava che la sfumatura è più forte del contrasto, per me, senza sconfinare mai nell’indistinzione. Mai suggerito nulla, mai nulla di ambiguo se non là dove l’autore vuole che ci sia. Era il trionfo dell’homo faber sullo sciamano… E a me, da ventenne, come ora, gli sciamani non sono mai piaciuti.

L’Ariosto ha curato la sua opera in maniera quasi "maniacale". Lo immagina mai intento a rivedere il suo “Orlando Furioso”, limando il verbo, aggiungendo qualche sfumatura, o riscrivendo ex novo interi brani? E immagina mai la biblioteca o il tavolo di scrittura di questo autore?


Il Furioso è un’opera sorvegliatissima, non è una novità. Ma forse il termine “maniacale” non è quello più efficace. Studiando l’opera, mi sono convinta di una cosa: è il testo stesso che suggerisce a Ludovico quali parole, sintagmi e sequenze funzionano meglio. Le differenze tra le tre edizioni, e soprattutto le aggiunte del 1532 lo dimostrano. Ariosto cambia, toglie, aggiunge (soprattutto, aggiunge, il che è significativo!) in nome dell’efficacia del suo poema. Deve essere una macchina perfetta, e non deve mai far trasparire una benché minima innaturalità. Nel Furioso è citata tutta la letteratura precedente, sicuramente lui aveva letto e soprattutto recepito tutto quello che era stato scritto. Ma io, più che fermo al suo tavolo di lavoro, Ariosto me lo immagino a contatto con il mondo: con la gente, nel suo amatissimo teatro, in giro a parlare con le persone, a vedere animali. Poi, probabilmente, a questi contatti ed osservazioni per così dire “antropomentriche” seguivano giorni pieni di poesia e di ottave, per riversare quella ricchezza nel suo poema. I suoi giorni li immagino sempre proficui e fecondi. Il materiale del Furioso, come le ho già detto, è il mondo e tutto nasce dalla curiosità: e negli interstizi del visibile c’è tanto spazio per il possibile… Quello che potrebbe esserci ma di fatto non c’è, come i suoi mostri. A quel punto, anche il suo testo stesso diventa una risorsa di idee e di poesia: Ariosto riusa continuamente stilemi già presenti nel poema, ma anche quelli servono a trascinare il lettore nel suo mondo.

Secondo Lei un autore contemporaneo, uno scrittore emergente, un aspirante scrittore, potrebbe prendere come esempio e come stimolo di stidio l’opera ariostesca e la persona dell’Ariosto? In che cosa queste figure dovrebbero prendere esempio?

Il Furioso è una riserva sterminata di motivi, di suggestioni, di spunti per uno scrittore, ora. E non parlo solo di fantasy. Corrado Bologna lo chiama “opera-universo”, contrapposta alle tante “opere-mondo”, pur bellissime, di cui è fatta la nostra letteratura. Ciascuna pagina può essere un trampolino da cui partire, se ci si lascia intrappolare. L’esempio più suggestivo, però, sta proprio nell’armonia: che nasce da quella “mimesi innamorata” che fa in modo che lo sguardo dell’autore e del lettore non sia mai rancoroso. Non c’è mai acredine, là dentro.  E questa è una grande lezione letteraria: si possono raccontare solo le cose che si amano, si sono amate o si potrebbero amare. Anche raccontando cose che fanno soffrire.

Se potesse insegnare l’Ariosto in una maniera “pazza” o “anticonvenzionale” o poco “accademica”, che strumenti sceglierebbe per trasmettere ai suoi studenti l’emozione che prova leggendo e rileggendo, studiando, soffermandosi sui suoi versi?

Spiegare e soprattutto leggere il Furioso, quasi sempre, equivale ad abbassare la guardia. Il “tono di gioia”, come lo definisce Leopardi, che pervade il poema è proprio contagioso: non si può non essere di buonumore. Ad essere pazzo e anticonvenzionale, dunque, è l’oggetto stesso: il metodo viene da sé. Infatti il lavoro è semplicissimo: basta leggere i versi, a lezione, e di solito gli studenti si lasciano trascinare dentro anche loro. Però mi piacerebbe, per fare una pazzia, sto scherzando naturalmente, raccontare il poema a persone che non ci si aspetterebbe di trovare ad una lezione di letteratura italiana: non studenti, quindi, ma, per esempio, bambini molto piccoli, anche se con loro sarebbe facilissimo; o magari, meglio ancora, automobilisti incastrati in un ingorgo, o in filodiffusione nelle cabine per le docce solari, o al supermercato… Magari mi lincerebbero, ma sai che bello osservare le reazioni? Se ne trovi anche uno solo che ascoltando per esempio il brano dell’eremita e di Angelica si mette a ridere, sai che soddisfazione?

L’”Orlando Furioso” è un testo che assomiglia molto a una caccia al tesoro: ogni parola rimanda a un capolavoro, a culture, mondi, versi, prose e poesie, autori, cicli. Una sorta di Eldorado alla portata di chiunque desideri spendere del tempo in questa ricerca. Ha mai cercato di individuare altre fonti, oltre quelle convenzionalmente note, riguardo i canti del Furioso? 

Le fonti note del Furioso sono talmente tante…  È dall’uscita della terza edizione che gli esegeti cercano di rintracciare fonti. Come dire che è una caccia  al tesoro che dura da più di cinquecento anni. Una caccia, peraltro, aperta: la bibliografia ariostesca è davvero sterminata, si può sempre dire qualcosa in più proprio perché il vaso non sarà mai colmo.  E non sto parlando solo di riferimenti ad opere letterarie: la grandezza di Ariosto risiede proprio nel fatto che nel Furioso c’è tutto (Calvino lo definiva “un atlante della natura umana”!), totalmente immune dallo sdegno dell’accademia che tendeva (e tende tuttora) ad escludere quello che non era all’altezza. Ad Ariosto i critici coevi contestavano di essere uno scrittore letto dagli “inculti”… Tornando alla domanda, direi così: come nel Furioso c’è spazio per ogni cosa, anche nella sua esegesi c’è altrettanto  spazio: personalmente, mi sono divertita a vedere alcuni ritorni di lemmi, di stilemi, di figure  e talvolta di interi emistichi all’interno del testo stesso. Non tanto per autoreferenzialità quanto per seguire al meglio la sua storia.

Come ultima domanda le chiedo se, secondo Lei, è fuori luogo considerare questo genere di letteratura piena di draghi, maghi, avventure, creature fatate e mostri pericolosi, cavalieri alla ricerca di un tesoro e dame perfette in attesa dell’amore, eroine spada in mano, palafreni, grifoni e castelli," una sorta" di antecedente della moderna letteratura fantasy?

Non “una sorta”.  Il Furioso è un riferimento certo, per il fantasy, e non solo. Questo non tanto per la materia: figure dell’immaginario, in letteratura, ce ne sono sempre state. Fin dalle origini, la letteratura è sempre stato l’unico luogo in cui l’impossibile diventa credibile, e ogni cosa ha diritto di residenza. No, io credo che il Furioso è importante per il fantasy perché è una macchina perfetta. Sto parlando di attenzione al livello narratologico: il Furioso ha insegnato che esiste un rapporto inversamente proporzionale tra la verosimiglianza del narrato e il modo in cui esso è proposto al lettore: in altre parole, più è incredibile la materia, più va sorvegliata la macchina del narrare. Se si tiene presente qualsiasi narrazione fantastica, si osserverà che difficilmente l’autore lascia dei tratti poco definiti, poco, in una parola, semioticamente leggibili. Per converso, raccontando una storia di fatto assolutamente verisimile il narratore può lasciare anche un colore sfumato di fondo, che tanto il lettore non ha bisogno di corrimano. Ecco, credo che Ariosto abbia insegnato ai secoli futuri questo: che per essere leggibili bisogna appoggiarsi alla natura e all’onestà del vero, compresa la macchina della narrazione: anche se non è vero. Che la questione si gioca tra “ver” e “credibile”… Come dice peraltro subito in un verso del I canto, da cui ho tratto queste due parole. Non si tratta di mistificazione, sia chiaro: è questione di mettere in gioco le possibilità. Non vorrei dire eresie, ma la sua è stata una lezione appresa ed accettata dalla letteratura, ma anche dagli sceneggiatori di fiction e anche di videogiochi… L’esempio del recentissimo fenomeno Lost è emblematico.

4 commenti:

  1. Un'intervista molto interessante :)
    Immagino che sia una tua docente; sembra avere una passione genuina per questo argomento, sei fortunata :D

    RispondiElimina
  2. In realtà lo diventerà nel laboratorio di scrittura, non ho mai dato esami con lei e l'ho conosciuta da poco tempo.
    E' una persona in gamba.

    RispondiElimina
  3. E' davvero bellissimo vedere che esistono ancora questi Professori che sanno trasferire passione e bellezza a tutti coloro con cui parlano. Sono figure che gli studenti non dimenticheranno mai!

    Ed è altrettanto bella l'azione di diffusione che tu ne fai..complimenti!
    E.

    RispondiElimina
  4. Penso che l'UNESCO dovrebbe interessarsi a questi rari (ultimi?) esemplari e prenderli sotto tutela.

    RispondiElimina