venerdì 17 settembre 2010

La Signora di Erith - Cecilia Dart-Thorton

Coloro che non hanno letto i precedenti libri della Trilogia del Bitterbynde ("La ragazza della Torre" e "La Dama delle isole") stanno per leggere la recensione del terzo e ultimo libro componente tale saga, La Signora di Erith di Cecilia Dart-Thorton. A loro la scelta se continuare oppure passare oltre.

Qualcosa sulla trama

La Signora di Erith di Cecilia Dart-Thorton inizia con il viaggio della protagonista senza nome e identità continua attraverso l'epica avventura dagli echi tolkeniani. Se il primo libro era l'impero della poesia, il secondo la contea dell'harmony, il terzo è il regno della ricerca. L'autrice riprende il ritmo serrato del primo libro: una pagina, un incontro, un'avventura, un personaggio mitico, una prova, una scoperta. Superando sé stessa. Donne-cigno, don giovanni malefici, una torre spaventosa, leggende, mito, la guerra, lo scontro, il mondo dei Fatati. Difficile rendere a parole questo percorso di individuazione. Attraversiamo caverne ghiacciate splendenti di arcobaleni, cavalchiamo attaccati alla criniera di un cavallo che ci conduce nelle pozze d'acqua, voliamo con la protagonista. Il vento shang ancora ci scuote, le canzoni di bardi nelle orecchie, tutta la storia che comincia ad incastrarsi, mostrando il suo lato veritiero. Cecilia Dart Thorton è davvero maestra nell'arte della simulazione. L'amore e le diversità messe alla prova, a cavallo fra Ere, incantesimi, pozioni, Caccia Selvaggia e uomini a metà fra la condizione umana e caprina. L'amicizia ritrovata, persa, messa alla prova. Il sesso.


Lo stile.
L'autrice mantiene uno stile sciolto, reso avvincente dall'utilizzo di verbi di movimento, frasi nominali incisive alternate a subordinate poetiche. L'evolversi costante della vicenda si srotola attraverso "d'un tratto", "quand'ecco", "allor quando", "invece", "all'improvviso". L'ansia, l'attesa, la sensazione di pericolo passa attraverso il non detto, le mezze verità, l'uso di indovinelli, inganni, giochi verbali che passeggiano sul significato labile di alcune parole come "non", "sempre", "mai". In questo libro l'aspetto poetico, l'utilizzo di figure retoriche come metafore e similitudini appare meno incisivo rispetto l'esempio massimo che si è potuto leggere nel primo libro. Ma la poesia è in secondo piano. Fondamentale è l'avventura. Cecilia Dart Thorton riprende molti elementi dal "Signore degli Anelli" anche in questo testo, soprattutto per quanto riguarda i due schieramenti di battaglia.
Innegabile l'amore della scrittrice per lo studio, il mito, la leggenda, l'epica, la magia, l'avventura. 

Cosa rimane dopo.
Una trilogia di oltre 1000 pagine, poeticamente intrisa nel viaggio, nella scoperta, nell'individuazione, nel mito, nel folklore, lascia e dona un senso di meraviglia che abbraccia e riecheggia anche a libro concluso. Rimane l'ammirazione per una persona capace di manovrare sì tanti fili, sì tanti contesti, sì tante favole e dicerie per raggiungere lo scopo di un'avvincente storia dove solo alla fine le maschere verranno gettate, svelando la verità su ogni protagonista e sul perché di ogni suo cambiamento.

La Signora di Erith di Cecilia Dart-Thorton è, comunque, un libro da leggere.

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