venerdì 22 ottobre 2010

Tesi di laurea coraggiosa: giornalismo sotto lente d'ingrandimento.


Giorno di lauree, giovedì. Non la mia, ma manca poco. Dopo la seconda ora d'attesa, sono entrata nell'aula adibita a tale cerimonia e ho ascoltato la discussione di una laureanda decisa a trattare l'argomento intercettazioni, etica e deontologia del giornalismo. In particolare si è soffermata sulla preparazione del giornalista, sulla verifica delle fonti, sul concetto di verità giornalistica e sulla preparazione di questa figura professionale.
E' stato interessante, soprattutto perché ho potuto confrontarmi con tematiche che mi sono care.
Il concetto di "verità giornalistica", l’ ipotesi di preparazione pratica del mestiere, di formazione da parte della casa editrice per cui si lavora o degli altri giornalisti con più esperienza sulle spalle è insieme di temi scottanti, libertà di parola e limite di tale libertà.


Nella mia esperienza ho notato la difficoltà reale e tangibile nel realizzare i punti selezionati dalla candidata. Ho notato anche una qual certa deliberata pretesa di un “tutto concesso a prescindere”, atteggiamento mentale proprio di alcuni tipi di giornalisti che non condivido perché ritengo che un professionista in tale settore non sia Dio. Indi per cui è bene tenere a mente i confini del proprio mestiere, della propria persona e delle proprie opinioni.

Ho seguito un corso di giornalismo, tempo fa, in cui non è mai stato trattato l'aspetto intercettazioni, nozione di "verità", aspetto normativo della professione, attenzione all'aspetto legale legato all'uso di immagini o contenuti. Nulla è stato detto a proposito del territorio della diffamazione. Gli articoli che ci erano chiesti erano ritagliati attraverso l'uso di articoli altrui. Non c'era alcun lavoro sulle fonti, sulla comparazione o sulla ricerca di veridicità di quanto si andava scrivendo. I temi erano popolari. L'unico must era l'obbiettività.
Non ho scritto nulla che ritengo valido, proprio perché il lavoro “ritagliato”, cucito e spiluccato su quello altrui non può essere, a mio avviso, portatore di grande qualità intrinseca.
A volte ho avuto la sensazione che la professione di giornalista si limitasse  a una mera questione di duemilacinquecento battute oggettive e senza avverbi.

Non condivido nemmeno le direttive dall’alto per poter diventare giornalisti o pubblicisti. Io scrivo, faccio un lavoro da giornalista, ormai da un anno eppure non ho nulla in mano per poter accedere, stante i dettami così come sanno, a queste professioni. Mi impegno, mi perfeziono, mi sperimento, ma lavoro a vuoto, se considero semplicemente i cinquanta articoli pagati o i seimila euro di ritenuto d’acconto ancora non pagate.

Studiare il giornalismo di Oriana Fallaci mi sta insegnando molto di più, a minor prezzo.
Oriana aveva molto chiaro in mente che l'oggettività in questa professione è molto difficile, sapeva che l'oggettività, ma sarebbe meglio dire la mancanza di emozioni, era deleteria. Sapeva che ci voleva coraggio nel presentare alla nazione il proprio pensiero e non concepiva nulla che non fosse verificato da fonte certa, sicura, possibilmente individuata nei suoi stessi occhi. Studiare i suoi reportage sul Vietnam mi aiuta a capire anche quanto profondamente viveva in una realtà giornalistica e professionale diversa. In guerra ha trovato persone desiderose di insegnarle i ferri del mestiere, capaci di darle un suggerimento, un aiuto, consapevoli del suo valore come giornalista. E’ lampante la differenza con i giorni nostri.

La mia esperienza come aspirante giornalista non è, al momento, facile. La mia formazione è resa difficile dalla distanza. So  molto e al contempo conosco pochissimo. Ho potenzialità, ma nello stesso momento sono carente. Può essere la mia forza, questa consapevolezza. Ma è anche rischiosa.
Non mi spaventano le responsabilità, mi spaventano l’ignoranza e la difficoltà nel reperire informazioni, conoscenza, per quanto mi trovi a vivere nell’era di internet, del tutto accessibile, in potenza, a tutti.
La maggior parte di questa mia  formazione è necessariamente ideata, ipotizzata e valutata in prima persona, con errori - anche sciocchi - miei, conseguenti. I corsi professionalizzanti sono a mio carico, così come la mia istruzione e formazione, gli strumenti di studio.
E’ mia responsabilità giornaliera individuare come poter crescere, tenere “le orecchie dritte”, imparare osservando perché, per quanto ho potuto vivere in prima persona, è più facile aguzzare la vista che attendere che il Buddha passi per strada e si fermi a raccontarti un po’ dei suoi passi. Registro anche  una difficoltà da parte di chi ha più esperienza sul campo nel condividere quest'esperienza. E' una guerra tra poveri.
Una guerra spietata. Una guerra fatta di bassezze e invidie, di sibilline parole che svalorizzano e non tengono conto dell’impegno di una persona. E’ più facile pensare che una persona sia “favorita” piuttosto che considerare di non aver fatto molto o di non aver proposto prodotti di qualità e, consecutivamente, non aver ottenuti risultati apprezzabili. Certi atteggiamenti mentali sono facili, perché sgravano dalle responsabilità.
A me certe cose non piacciono e, ad oggi, non sono nemmeno certa che il giornalismo mi piaccia.
Penso alla gestione giornalistica del caso Scazzi e non posso che provare ripudio, orrore, fastidio, nausea. Sciacalli. Non voglio diventare così, non voglio vivere sul dolore altrui. Non ritengo che questo accanimento terapeutico possa essere chiamato “giornalismo”. Non c’è ricerca della verità. C’è abominio.
Mi è stata chiesta un’intervista a tre professori di psicologia e criminologia riguardo il caso Scazzi.
Sto preparando il testo mentalmente. Ci sto riflettendo.
La mia impronta, la mia firma, la mia “me” intratestuale apparirà nella scelta dei quesiti. A me non interessa l’horror o il macabro. Non lo leggo nemmeno in letteratura. Voglio capire. Ma il mio desiderio di comprensione non è legato a un essere parte del meccanismo mediatico che ridimensiona l’accaduto di Avetrana in un guardare per allentare l’angoscia.
La mia intervista sarà calibrata sui progetti che questi tre professionisti stanno portando avanti in considerazione di chi resta, di chi deve sopravvivere a uno scempio del genere, di chi vivrà le conseguenze per sempre. Voglio l’umanità, non lo scoop o la fama sulla carcassa altrui. Voglio parlare di cose importanti, non speculari. Sono contenta perché so che le tre persone che incontrerò condividono questo mio stesso desiderio.

Tra le altre cose che non abbraccio e che mi lasciano particolarmente infastidita,  le crociate per la libertà di parola sono ai primi posti. Penso che in Italia ci sia libertà di parola e di espressione, ma penso anche che le persone non sono autorizzate a dire tutto di tutti, indistintamente e a prescindere dalle persone di cui andranno a parlare. Penso che il concetto di rispetto, accanto a quello di verità di cui trattava la laureanda, sia fondamentale e fin troppo dimenticato. E’ sin troppo facile ululare all’ipotesi di “fascismo” quando non si accetta di avere delle responsabilità, dei limiti, un codice deontologico da rispettare. Quant’è comoda la parola “fascismo”, quanto è utile per mantenere questa società in uno stato infantile perenne. Non condivido le crociate giornalistiche sul “governo bavaglio” o sulla “dittatura”. E, preciso, non voterò mai più il partito che attualmente governa perché ne sono davvero molto delusa, sotto tutti i punti di vista.
Trovo queste espressioni molto fatue, molto lontane da una discussione seria e concreta sul perché, attualmente, il giornalismo sia alla deriva, sul perché i giornali vivono con i fondi statali e non perché la gente faccia la fila per comprarli. Ci si potrebbe chiedere, per esempio, perché l’insulto è da giustificarsi come forma di buon giornalismo. Perché alla gente dovrebbe interessare l’infamia, l’arrivismo.

A volte in questo anno ho avuto la sensazione che chi ha qualcosa in più (anni di servizio, per esempio, alle spalle), fatichi a donare i "segreti del mestiere" perchè, potenzialmente, tutti sono rivali e tutti ti potrebbero fare le scarpe. Se non posso immobilizzarti, bloccarti, stanarti, allora cerco la tua amicizia. Funziona così. Non esiste generosità quando si tratta di sopravvivenza, quando la tua morte è la mia vita, quando la tua ignoranza significa il mio lavoro. Non so dire se questa sia “la cosa più brutta” e “meno umana”, però so che è un atteggiamento mentale che mi condiziona e influenza.
Come la consapevolezza di essere "sotto controllo", in varie forme e maniere, non mi garba.
Proteggersi e non sottovalutare mai l’altro è un approccio che avviene quotidianamente nel settore giornalistico, anche quando di fronte abbiamo il sorriso più incantevole e ammaliante del mondo, le parole più stucchevoli, le lusinghe più affascinanti per l’ego bisognoso di conferme.

Il mio approccio, il mio mestiere, lo testo ogni giorno sul campo. E sbaglio, giornalmente, qualcosa.
Ma non demordo, perché voglio imparare e voglio capire se questa è proprio la mia strada.
Se, per davvero, voglio questo tipo di vita e se, per caso, io possa portare una voce diversa, un’esperienza diversa che possa risultare utile.
Oggi, per esempio, sono stata ad intervistare un pasticcere udinese ed è stato interessante, significativo.
Ho incontrato una persona, presentandomi come persona, non come “quella venuta da Roma”. A me piace così.  Mi ha posto davanti agli occhi degli interrogativi sul prodotto che andrò creando davvero importanti, perché la diversità è una risorsa, ma va considerata con la giusta attenzione, anche quando si tratta di tradizioni matrimoniali. Sto avviando molti contatti per questo progetto. In questo mi sto sperimentando
.
Mi è stato detto che dovrei essere più “professionale” o “aggressiva” nel pormi (dove questi due aggettivi sono fusi insieme nella parola “decisa”). Il mio approccio, attualmente, è più “garbato” e lo sento più vicino alla mia sensibilità, temperamento e livello di maturazione personale.
Imparo e tengo a mente Oriana Fallaci, quando voleva mettere a suo agio l’intervistato. Non era solo una “iena” che agguanta la “vittima” e la torchia con un interrogatorio serrato e “crudele”. Era capace, per esempio con alcuni personaggi in Vietnam, di essere dolce e, al tempo stesso, ottenere grandi rivelazioni proprio grazie a questo suo atteggiamento “caldo” e professionale ugualmente.
Non ho maestri precisi, ma ho figure da cui imparo guardando, ascoltando. Non voglio una sola strada per la mia professione, non voglio un solo canale in cui imbarcarmi. Non mi interessano crociate o rivalità.
Mi interessa scrivere e cambiare, forgiarmi, vivere.

Ancora una volta mi trovo a pensare che se l’università ha senso come percorso formativo che cambia la vita a una persona, la mia università (intesa come percorso) mi ha letteralmente cambiato l’esistenza. E continua a farlo anche ora che sono agli sgoccioli, con le ultime pagine prima di concludere una tesi che ho amato con tutta me.

4 messages:

  1. Non ho ancora letto questo post. Adesso lo faccio con calma.
    Però volevo dirti, perché non mi ricordo se te l'ho già detto, che adoro Oriana Fallaci e che tu ci faccia la tesi mi sembra qualcosa di veramente coraggioso. Ti ammiro molto e sono certa che avrà successo!

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  2. Marta TraversoOct 23, 2010 01:29 AM

    Proprio ieri a lezione il prof ha detto che l'oggettività nel giornalismo non esiste. E' raro trovare giornalisti con 30-40 anni di carriera alle spalle pronti a criticare gli aspetti più oscuri del loro mestiere (a partire dalla stessa esistenza dell'Ordine, basata su una legge del 1963 dove - ad esempio - ancora si parla di "scuola dell'obbligo" come requisito minimo per accedere alla professione).

    Ti consiglio il suo libro, è molto interessante per capire questo argomento. Si chiama "Nascita, vita e morte della notizia" di Mario Bottaro.

    Ps: continua così!!

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  3. Occhi di NotteOct 23, 2010 05:35 AM

    @Alchemilla: leggi pure quanto desideri. Oriana Fallaci è indubbiamente un'ottimo esempio da seguire.

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  4. Occhi di NotteOct 23, 2010 05:37 AM

    @Marta: appena lo trovo lo compro! Grazie per gli ottimi suggerimenti eltterari che spesso mi dai! Sono preziosi!

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