venerdì 29 ottobre 2010

L'airone di Barcellona

Non ne ho mai avuto il coraggio.
Sino ad ora non avete mai letto alcun mio racconto. In questi giorni sto pensando sempre più spesso che mi piacerebbe condividere con voi anche questa parte di me e mettermi in gioco. Ascoltare, in silenzio, quanto avrete da dire in merito, se avrete qualche pensiero da lasciarmi. 
Il racconto che ho deciso di postare l'ho scritto nelle ultime tre settimane. Una prima stesura di getto, una seconda di modifica. E' ancora in bozza, in divenire.
Ve lo pubblico. Mi piace immaginarvi al caldo, nelle fredde sere invernali, mentre spendete tre minuti del vostro tempo nel leggere uno scarabocchio emotivo.
Fatemi imparare, aiutatemi a migliorare.


ESERCITAZIONE LABORATORIO (universitario) DI SCRITTURA 

L’AIRONE DI BARCELLONA

Correvo, scavalcavo, dribblavo, scendevo, salivo, svoltavo. La pioggia tuonava, sovrastando il cicaleccio della gente che a mala pena sfioravo. Gradini, ponti, passerelle, vie, scorciatoie, incroci. 
La città attraversava i miei occhi senza lasciare traccia. Nemmeno un pulviscolo di odore nella memoria. Grondavo acqua, ansimando forte. D’un tratto mi bloccai. Mi accasciai contro la parete d’una lunga sfilza di costole sassose. Ossa tappezzate di mosaico reggevano lo sterno di pietra. 
Ansava la terra, penetrata dal cielo. Ogni suo respiro era folata d’aromi arborei. 
- Eccoti qui, infine! – 
Il parco mi era parso semi deserto. Il diluvio troppo ingente per continuare la mia fuga verso casa.
- Ti ho vista stamane – continuò la voce. Non la vedevo, eppure mi era vicina.
Quand’ecco, in un’insenatura del costone roccioso, apparire una figura gobba, seduta, probabilmente, su un piccolo sgabello. Vestiva con pesanti stoffe tappezzate di foglie macilente battute dal vento.
Armeggiava con qualcosa, sferruzzava forse. Non aveva gomitoli o cestini con matasse, ma in grembo, tra le mani, covava qualcosa. Qualcosa di piccolo, protetto e generato dai polpastrelli arrossati.
- Ci siamo incontrate? – mi avvicinai titubante. Ero spaventata. Non mi piacciono gli approcci che piombano dal cielo, quando ho tutta l’intenzione di starmene da sola. 
- Io ti ho vista. Gironzolavi vicino al Sampaka. Parevi una bambina. – Non amo nemmeno essere osservata, o spiata, o che qualcuno si ricordi di me. Mi sentivo infastidita, eppur curiosa, agganciata.
Era stata una mattinata grigia.
Nemmeno la pausa al Parc Olimpic mi aveva risollevato. Avevo bigiato le lezioni di spagnolo.
Davanti, ancora un mese di corso per poter metabolizzare le notizie che mi arrivavano dall’Italia. Una mezza mattinata tutta per me, decisi, non avrebbe compromesso l’esito finale dell’esame. Rumoreggiava la malinconia, per questo avevo cercato il muretto. Il Mediterraneo rollava e gli Iberia atterravano. Poi tornai a Colombo, al suo dito puntato verso una meta, alla flotta mastodontica dei Re di Castiglia, alla rambla carioca, a Plaza Catalunya. Non mi ero pacificata. La rabbia sciama chilometro dopo chilometro, falcata dopo falcata. Il Sampaka senza odore di cacao mi stuzzicò con i colori della sua vetrina. Ci penso ma non mi ritorna in mente questa figura anziana, pesante, vestita di fiume e sottobosco. 
Provo a focalizzare, a immaginarmi mentre schiaccio il naso alla vetrina. Non ricordo.
- Ovvio, non ricordi perché non guardi. Come ora. Una furia impermeabile. – ancora le sue mani armeggiano con qualcosa di piccolo. Un ditale in ceramica dipinta con fiori, forse un ago.
Non so cosa rispondere. Pare un rimprovero, eppure mi guarda con un sorriso quasi canzonatorio. 
- Ero seduta sulla panchina, guardavo la folla. Ti ho vista e ho saputo. Porti un segreto. - Si abbassò e dai pesanti strati di sottane trasse un attrezzo allacciato con un nastro rosso alla caviglia, una forbicina forse, e il suo movimento fece tintinnare conchiglie annodate ai capelli, come fermaglio di mare.
Mi inquietava.
Mi era familiare il suo profumo, avevo già visto quegli occhi.
Non ricordavo, comunque. 
- Temi che ti chieda di conoscere il futuro? Di leggerti la mano, le carte, squartare un piccone e indovinare nel suo sangue putrefatto il tuo destino? – mi guardò ironica, scoppiando a ridere con voce tonante – Rispondi, credi questo? – si fece seria.
- No – ribattei, sentendomi scomoda. Afferrai con i denti l’interno della mia bocca: lo faccio sempre quando voglio mantenere la calma – Non credo questo. Solo non capisco. – aggiunsi sfidando me stessa con un ardire che mai avevo conosciuto.
- Sono una vecchia, non lo vedi? Ho solo voglia di compagnia, di incontrare le donne. Siedi al mio fianco e aiutami, intanto che la pioggia si sfoga. – si accorse che il mio sguardo era ancora più cupo – Parlare con le donne! Non altro! Sciocca! – Barcellona era una città strana. Proposte di intimità ne avevo già ricevute, e nelle situazioni più disparate. Proprio non mi andava di trovarmi nuovamente in una situazione simile. 
Guardai meglio l’anziana che avevo di fronte. Mi sforzai di allentare la diffidenza. Notai, allora, raffia e paglia. Mi mise in mano un cestino di vimini, nei cui incastri zigzagava un nastrino in velluto smeraldo.
Era stracolmo di bottoni colorati, di tutte le forme e dimensioni. C’erano anche spilli, ganci, fettucce, fiocchetti, palline in legno, in plastica, in vetro, ranuncoli di calze e matasse di cotone lillà. 
- Sedi al mio fianco e aiutami. Ti va di aiutarmi? – mi chiese soave ed io non seppi che altro rispondere se non un si - Cercami tutte le perline trasparenti e mettile qui – mi diede un piccolo cofanetto in argento – Mi serviranno per i  miei aironi – Finalmente mi mostrò cosa stava creando. Lavorava ad uncinetto e creava animaletti con una gruccia sulla testa, adatta per appenderli alle tende o all’albero di Natale. 
- Aironi? – 
- Sono i miei messaggeri. – mai più rividi un sorriso così carico di vibrante speranza, luminoso di lacrime e avvolgente come se l’amore fosse crema che avvolge consistente.
- Raccontami – mi sentì dire, d’un tratto loquace.
- Amavo un uomo venuto dal mare. Lo incontrai nel tablao. Ballavo flamenco. Era notte fonda e la Plaza Real sudava fuoco. Negli antri oscuri, nelle rientranze dei portoni, nei vicoli squarciati dai lampioni, uomini e donne di nascosto s’amavano. Gemiti, risse, rutti, nacchere, caraffe in frantumi: questo suonava la notte. Avevo un vestito nero, in pizzo. L’avevo ricamato a mano, nei ritagli di tempo. Di mattina ero sarta, di notte indemoniata. Durante il giorno assorbivo i desideri delle donne, li realizzavo con ago e filo sui loro corpi profumati di borotalco e di notte picchiavo la mia rabbia sui tavolacci del palcoscenico. 
Si fermò, sfilando gli ultimi punti dall’airone. Riprese a lavorare. Avrei voluto parlare, non sapevo che dire. Mi sembrava quasi sacrilego interrompere questo calore. Temevo le mie parole risultassero secchiate d’acqua. Le sorrisi e fu come rinvigorire un falò.
- Avevo le scarpe rosse quella sera, una rosa in tulle per fermaglio. Davo le spalle al pubblico. Sentivo solo le vibrazioni lungo i fianchi, sonagli tintillani nelle vene. L’odio più furibondo.
- Perché odio?
- Perché ero povera. Perché avevo tanto e non avevo niente. Perché ero sola.
La guardai e non riuscì a dirle quanto la capivo. Così, dopo aver inghiottito, riprese ancora.
- Mi girai di scatto, seguendo il tamburello e subito mi incagliai nei suoi occhi. Erano neri, seri, caldi. Il mio futuro era lì. Compresi nell’arco di un “Olè” che lui avrebbe irrorato il mio sangue di donna con energie, fantasie, fugacità. Ma seppi anche che mi avrebbe ferito come mai nessun altro avrebbe potuto più fare. D’istinto capì che mi avrebbe abbandonata prima ancora che fossi stata in grado di accettarlo.
Si fermò, bloccando il lavorio delle mani. Inspirò profondamente. La pioggia batteva sui sassi di Gaudì. Rigagnoli di cielo intarsiavano l’erba agli angoli del selciato. Brillavano, come se le gocce d’acqua fossero schegge di diamante spruzzate dall’incudine del temporale. Capivo cosa intendeva.
- Che successe poi? – la ascoltavo, anche se era silenziosa. Il portagioie si stava riempiendo, mentre dalla mia anima defluiva ogni sorta di angoscia.
- Che lo accettai. Potevo fuggire o guardare altrove, tornarmi al capezzale di mia madre, entrare di soppiatto in una chiesa e chiedere perdono per gli impudichi pensieri e le zozze congetture. Ma non lo feci. Quando vidi la sua nave ripartire, pensai che l’avevo vissuto senza perdermi una goccia di lui. Non avevo rimpianti. Anche se questo non mi aiutò, inizialmente. Mi sorprese al tablao. Ballavo, ero sovrappensiero, quando un odore, un profumo di alghe e salsedine mi riportò al mondo. Lui era li. Tornò da me e rimase. Per anni. Così tanti che mi dimenticai che la sua natura apparteneva al mare e che il mare, presto o tardi, lo avrebbe preteso nuovamente. 
Un brivido di freddo mi percorse.
- Però hai amato.
- Anche tu hai amato, ma questo, ora non ti consola. Vero? – non servì ribattere.
- Sai, nella tua furia di stamattina, ho rivisto me stessa di molti anni fa. Quando mi dissero che il mare aveva chiesto il conto, quasi impazzì. Una belva senza catene. Mi aggiravo tra il barrìo e il Montujic come una pazza. Capelli spettinati, pizzo al vento, pelle ustionata dal sole. - allontanò da sé l’airone e lo guardò - Poi decisi di tenere il mare vicino a me. Io credo nei collegamenti d’anima. Può non essere con me. Ma so che ci sono vie, strade, canali, attraverso cui l’amore può giungere. Anche oltre la morte. Anche oltre l’addio. – mosse un polso, la criniera, la caviglia e fu come se mille piccoli sonagli conficcati in conchiglie intonassero il rotolare delle onde sulla sabbia. Un canto che zittì l’universo e tutto fu vociare marino, arringhe di squali e mitili, sonagli di corallo e madreperla – Un amore importante rimane sempre con te, lo puoi tenere vicino in ogni momento. Non è la morte la falce che trancia un legame. Sei tu e la voglia di dimenticare. 
La durezza di un addio che tu scegli di sancire. Quella è la morte. Il resto è creatività. Il resto è vita. E amore.
Con un gesto del polso fece saltare nell’aria l’airone d’uncinetto e questo, inspiegabilmente, prese a volare. Guardai bene: nella zampa aveva un fiocco rosso che teneva un foglietto arrotolato. 
Mi girai verso la vecchietta per chiederle cos’era, ma lei non c’era più.

25 messages:

  1. Bello. Mi piace l'ambientazione e il mistero, che continua a farti pensare anche una volta che la lettura è finita.

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  2. che c'è scritto sul foglietto arrotolato?
    un abbraccio..

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  3. Questo è veramente un racconto stupendo. Mi inchino di fronte al tuo talento. Scriviamo senza dubbio in modo diverso, ma devo dire che poche volte ho letto qualcosa di così studiato e bello...credimi, non sono tipo da fare complimenti senza essere sicura di quello che dico, specie quando si parla di scrittura.
    Sarò presuntuosa a dirti che va modificata qualche virgola qua e là e forse ci sono troppe parole ricercate (spesso alla fine vince la semplicità, almeno stando a quanto ho letto e sentito dire) ma senza dubbio hai fatto un lavoro eccellente.
    Bravissima!

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  4. Complimenti!! bellissimo..... i particolari del racconto mi sono piaciuti tanto!! continua cosi'!!!!

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  5. Inauguro la pagina dei commenti! Al di là del gusto che può essere soggettivo, il racconto è scritto molto bene. Io eviterei gli aggettivi, i sostantivi uno dietro l'altro. Rendi il tutto più asciutto, più scivoloso!!!Per il resto (questa è anche una mia grossa difficoltà)credo che il racconto in questione sia semplicemente una "chiacchierata", succede poco insomma, non c'è azione. Nel mio personalissimo giudizio un racconto ha bisogno di avvenimenti, di fatti, "di gente che si prende a scazzottate" (ovviamente è un modo di dire per considerare la questione "azione"). Il problema a volte è creare una storia, una vicenda...solo questo.

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  6. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:01 AM

    @Vele: Ti ringrazio molto!

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  7. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:01 AM

    @rosimicia: sorpresa... chissà... :-)

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  8. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:03 AM

    @Melina: ti ringrazio per i complimenti. Toglimi una curiosità: quali sono, a tuo avviso, le parole auliche che avrei usato nel racconto?

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  9. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:03 AM

    @Melos: ti ringrazio!

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  10. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:07 AM

    Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  11. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:10 AM

    @Lidia: mi spiace ma non inauguri la pagina dei commenti. Come avrai potuto notare l'aspetto legato al confronto con gli utenti è moderato. Non ho sempre tempo di pubblicare le risposte in tempo reale. :-)
    SI, il racconto è una chiacchierata, volutamente impostata come confronto e racconto fra donne.
    Se avessi voluto creare un racconto d'azione avrei scelto un genere e un'impostazione diversa. Ma non è stato così.
    A me piace molto dipingere i personaggi usando i dialoghi. Il punto erano le emozioni.
    Per questo motivo ho impostato il racconto in maniera riflessiva.
    A me piace uno stile avvolgente, per questo motivo uso aggettivi e quant'altro.
    Lo stile asciutto mi ricorda troppo lo stile giornalistico, privo di emozioni, lontano dal mio sentire.
    Ti ringrazio per la tua opinione, critica come sempre. Ne farò tesoro, come sempre.

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  12. Si me ne sono accorta una volta inviato che c'era la moderazione! ;)
    L'unica cosa che mi lascia perplessa è la mancanza di altri giudizi critici sul tuo racconto (a parte le virgole)...
    Ma come sempre abbiamo opinioni diverse e modo di agire decisamente opposto!
    A presto!

    PS: presentalo al lab...
    Anzi se vieni Venerdì ci sarà la prima discussione sul racconto di un ragazzo (Valerio). La terrò principalmente io e gli altri potranno a loro volta dare un loro giudizio.

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  13. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:20 AM

    L'avevo inviato via mail al prof e agli altri. Pensavo fosse stato letto. No problem.
    Attendo altre opinioni, infatti.
    La diversità è bella, se può essere spunto di confornto che arricchisce.

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  14. Purtroppo non l'ho ricevuto!
    Cmq per queste cose conviene sempre avere confronti diretti. Per esperienza (di quando ero in Irlanda), il Lab vissuto a distanza è un po' scomodo e poco proficuo...

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  15. Occhi di NotteOct 31, 2010 04:35 AM

    COme ho specificato a Luisa ho saltato queste tre settimane per i seguenti motivi: due per visite mediche, una per lavoro. Se mi accettano al master in comunicazione digitale avrò ancora problemi nella presenza fissa giacchè si terrà proprio di venerdì pomeriggio e sabato mattina. Faccio quel che posso, cercando di stare in bilico fra lavori che vanno e che vengono, salute che non mi aiuta e sogni in cui mi sforzo di credere.

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  16. Incipit buono, con quelle metafore sui muri che aiutano a vederli, rocciosi e aspri, battuti da sferzate di pioggia.
    Curata la descrizione della vecchia, della sua fisicità: la rende viva, vera.
    Più che di dialogo fra donne, però, parlerei di monologo, no?
    Intenso a tratti, banale in certi passaggi, inconcludente. Un dire e non dire che non porta a niente (volutamente?) non solo il lettore, ma la stessa co-protagonista/narratrice. Potrebbe "dare" di più se cesellato meglio, approfondito, non necessariamente allungandolo o aggiungendo dettagli sul misterioso e perduto amore.
    Finale frettoloso e superficiale in confronto al resto, da sviluppare meglio, magari inserendo solitarie riflessioni della ragazza.
    Attenzione agli errori di battitura e alle ripetizioni di aggettivi e verbi con la stessa radice.

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  17. Occhi di NotteOct 31, 2010 02:33 PM

    @Anonimo: ti ringrazio per aver lasciato una così accurata critica.

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  18. da profana, ti scrivo le mie impressioni.
    il racconto è davvero ricco di immagini, e mi piace molto perchè amo "vedere" mentre leggo. Le ossa del muro, i sassi di Gaudi. Splendido.
    Però noto una sovrabbondanza di suoni, aggettivi, sinonimi, parole evocative, è come un fiume in piena..ed è bello, ma forse va un po contenuto..
    non dico di appiattirlo a uno stile scarno e conciso, lo alleggerirei solo un po, terrei in serbo un po di energia per i prossimi racconti, o per il continuo..
    anche se capisco benissimo tutto questo entusiasmo.
    dove correvi? perché? si deduce piu avanti da ciò che scrivi ma all'inizio disorienta. Piove ancora? sedevate sotto la pioggia?
    Le descrizioni sono accurate, preziose, è solo un po mancante la dimensione dello spazio.. come fai a vedere cosa ha in mano, a sentire la vecchietta? ti stai avvicinando, ma quanto?
    come fa a darti in mano il cesto.. dalla ritrosia che hai sembri piu lontana..si intende che ti siedi, ma non lo scrivi (forse e' giustamente inutile)
    Mi piace molto il racconto della vecchia, ho proprio visto i tavolacci su cui ballava, lo trovo un po slegato, forse per necessità di brevità per il racconto noto qualcosa che non va nell'utilizzo dei tempi ma ripeto, sono solo impressione di una non addetta ai lavori.
    Il messaggio conclusivo è forte, interessante, ma quasi passa veloce perchè non si sente in mezzo al frastuono delle immagini...
    forse sbaglio, questo e' quel che vedo io.
    mi piace molto, potrebbe venirne fuori un mini romanzo con tutte le idee che contiene!

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  19. Occhi di NotteNov 2, 2010 03:49 AM

    Ti ringrazio per le preziose indicazioni che mi fornisci. In effetti è "concentrato", anche perchè la consegna era di limitare il tutto in due, massimo tre, pagine. Devo ancora imparare a gestirmi bene in spazi così ristretti.
    Terrò conto dei suggerimenti nel rivederlo. Questa, infondo, è solo la seconda versione...prima che arrivi a quella definitiva!

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  20. il posto più adatto al mio primo commento mi sembra questo... mi è piaciuto molto il racconto, sinceramente non ne capisco molto, ma ho apprezzato il netto cambio di ritmo tra la prima (che, non so di preciso perché, mi ha fatto venire in mente questo)e la seconda parte, l'intimità che si crea e aumenta con l'aumentare delle parole e il loro dilatarsi nel tempo e nello spazio.
    Solo una cosa non mi è piaciuta troppo: il finale, lo avrei preferito più vago, senza sparizioni improvvise, senza "colpi di scena", forse è banale, ma avrei riportato l'attenzione sullo spazio intorno alle due donne... in silenzio

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  21. Occhi di NotteNov 6, 2010 12:09 PM

    @Caro Bert, ciò che tu chiami "banalità" io la chiamo magia e la includo nella cornice di senso che ha a che fare con gli archetipi. Mi spiego. La "vecchia" non è una vecchia qualunque. Evidente. E' una nonna-archetipo, una donna anziana che rappresenta la saggezza, l'esperienza, abbracciando il tempo, la vita. Indi per cui il contatto che ci può essere con un mentore che è occasione, momento del destino, non può essere identico, per natura, a quello che si realizza fra nipote e nonna o fra conoscente e donna più anziana in cui esiste una sorta di confronto su linee comune.
    QUi si parla di altro.
    L'incontro con la donna-archetipo è un incontro che è utile alla storia perchè vuole essere messaggio epr la protagonista. Ti è mai capitato di incontrare, nel tuo cammino, attimi, momenti, persone, con cui non hai avuto grandi scambi di parole, ma che ti hanno dato un quid capace di scuoterti e farti riflettere? Bene, questo accade alla protagonista. Non serve, seguendo l'ottica del mio intento, un finale con troppe parole e spiegazioni. La donna è apparsa e scomparsa coerentemente con il suo personaggio. E' apparsa dal nulla, è scomparsa nel nulla. lasciando l'eco di sé dentro la protagonista.
    Volevo creare questo.

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  22. scusa, ma ogni tanto scrivo cose fraintendibili... il "banale" era riferito all'esempio che avevo fatto per spiegare quello che sarebbe stato il mio finale ideale. Il tuo messaggio era chiaro, e concordo pienamente sul fatto che non fossero necessarie troppe parole e spiegazioni, intendevo solo dire che io non avrei richiuso il cerchio formato da apparizione, rivelazione e sparizione, ma avrei interrotto in qualche modo questa costruzione, proprio per evidenziare che la rivelazione porta un cambiamento, una cambiamento che permette alla protagonista di "guardare"(?). Ripeto, la mia idea di uscire dal rapporto a due per passare, con lo sguardo, senza parole, al mondo esterno è un po' banale, ma era un esempio per cercare di spiegare quello che intendevo. Mi ero immaginato un finale alla "Gente di Dublino", precisamente alla "After the race".

    Sinceramente se avessi trovato il tuo racconto banale non avrei commentato, te lo assicuro, scusami ancora per la poca chiarezza, mi dispiace sul serio.

    PS: stavolta spero di aver evitato frasi interpretabili in più modi, quanto maledico il fatto di non saper scrivere! ^_^

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  23. Occhi di NotteNov 7, 2010 06:00 AM

    Però questo è, come appunto dici, una questione soggettiva, che "poco mi aiuta". SE ti eri immaginato un finale in stile "Gente di Dublino", questo non ha nulla a che vedere con il mio racconto, ma con i tuoi gusti.
    Penso siano due cose su piani diversi!
    Grazie per avermi lasciato il tuo pensiero, comunque!

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  24. Io lo trovo originale e intenso.
    Non sono un esperto di letteratura, ma a prima lettura mi ha coinvolto.
    "Sensorialmente" ed "emotivamente".
    Non mi addentro in discorsi sulla linguistica perchè non è il mio campo e proprio non saprei cosa dire.
    Da lettore "medio", sebbene non sia il mio genere, posso dire che lo trovo veramente coinvolgente.
    A.

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  25. Occhi di NotteNov 8, 2010 06:02 AM

    Ciao A. , bentrovato. Ti ringrazio per aver condiviso il tuo pensiero. A presto,
    OdN

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