lunedì 20 dicembre 2010

"On Off". Aspettando Natale.

Questo è l'ultimo lunedì prima delle feste Natalizie e del rallentamento festivo che vivrà questo blog. 
In questa settimana pre-Natale ci potremmo ancora sbizzarrire nell'appendere al nostro albero natalizio tutte le palline e decorazioni letterarie che abbiamo nel cuore. Lettere, racconti, citazioni, aneddoti, ricordi, titoli, tutto quello che vi piacerebbe veder annodato con un fiocchetto di velluto rosso ai profumati rami del nostro abete.

Oggi vi presento un racconto che mi è stato mandato per il "Circolo Letterario Sotto i Fiori di Lillà". L'autrice, ormai, la conoscete molto bene! Elisabetta Raviola mi ha mandato questo brano che si intitola "On/Off", pubblicato nell'antologia "Desiderio", Perrone Editore, 2008.
Come in tutte le storie, c'è molta Elisabetta in questo brano.
Buona lettura!

ON / OFF

A volte si spegne l’interruttore e non sai più se vuoi riaccenderlo.
On / off: la vita ti dà sempre una possibile alternativa. 
Puoi scegliere.
Ma questa volta non funzionava. Si era guastato. Bisognava portarlo a riparare.
Dall’età di quattro anni era abituata ad ascoltare gli applausi quando velocemente usciva di scena, correndo veloce via dal palco: sempre sotto i riflettori e gli occhi altrui.
Ora ne aveva trentaquattro di anni: per quanti anni ancora? Per quanti anni ancora sarebbe stata solo immagine per altri? Per quanti anni ancora si sarebbe rifugiata nelle sue danze per poter sognare?
Quando sarebbe diventata finalmente una persona da amare e non da ammirare?
La chiamavano la ballerina dai due volti per quel suo difetto all’occhio sinistro.
La pupilla sinistra rendeva il suo sguardo malinconico: mentre leggera si sollevava sulle punte, sembrava guardare oltre, in un mondo dove la amavano anche se era su una sedia a rotelle e non ballava più.
L’occhio destro era intenso: bastava che si voltasse e lo sguardo, un attimo prima malinconicamente perso altrove, diventava sicuro, uno di quegli sguardi che ti guardano dentro e si fanno osservare senza possibilità di replica.
Non voleva essere una fidanzata famosa da esibire in pubblico e in privato, una fotografia da appendere. Desiderava non essere più immagine nella testa di amanti e corpo da abbracciare, voleva entrare nel loro cuore ed essere solo pensiero, diventare il loro desiderio d’amore, quello che ti blocca il respiro se solo pensi di doverlo perdere.
Gli altri fidanzati si erano accontentati di collezionare le foto di giornale; non era bastato invece a Giorgio, l’ultimo fidanzato, così uguale al primo e a tutti quelli che c’erano stati e ancora ci sarebbero stati.
Lui doveva fotografarla ad ogni spettacolo. Quando usciva di scena, mai una volta che corresse ad abbracciarla: no, lui doveva scattarle una foto, meglio ancora se al suo fianco c’era qualche personaggio della televisione o del cinema a congratularsi.
Ogni tanto aveva preso in mano la macchina fotografica dopo che Giorgio se ne era andato via. Gliel’aveva regalata dicendole: “Tieni, è un regalo per noi due, così ci possiamo ricordare sempre insieme”. 
Ma che bisogno hanno di ricordarsi sempre insieme due persone se si amano? 
Aveva riguardato le fotografie che erano rimaste in memoria: solo foto con i vestiti di scena, il trucco e le scarpe da ballo; non una foto mentre spettinata in bagno al mattino gli sorrideva dopo una notte d’amore.
Voleva cancellare quelle maledette foto, voleva cancellarsi.
Poi la macchina fotografica si era rotta; cercava la foto dello spettacolo al teatro di Mosca insieme alla sua amica russa che l’aveva invitata laggiù a ballare con lei davanti al suo pubblico. L’interruttore non funzionava: la macchina non si accendeva nonostante la batteria fosse carica. On / off: questa volta non andava.
Un giorno, dopo il solito allenamento alla scuola dove andava fin da bambina, le corse incontro una bimba bellissima: gli occhi dolci, profondamente neri, sotto ciuffi di capelli biondi che si ostinavano a coprirle la fronte. Non l’aveva mai vista prima.
La piccolina le si avvicinò, abbracciandola e dicendole: “come sei bella!”
Bella dove? In quel corpo aggraziato sì, perfetto nelle proporzioni anche se un po’ piccolino forse, ma quei polpacci ormai induriti dal troppo star  sulle punte.
Bella nel volto? Quel volto strano, la parte destra bella, luminosa, ma a sinistra, oltre il naso, il viso sembrava rimpicciolirsi con quell’occhio più piccolo e sfuggente, che guardava sempre da un’altra parte e dava l’impressione che lei fosse perennemente altrove mentre ti parlava.
Bella sì, oltre le apparenze, oltre i passi di danza, oltre le esecuzioni perfette dei balletti.
Ma tutti le dicevano soltanto “come sei brava!” 
Dopo l’incontro con quella tenera bambina che era diventata il suo desiderio arrivato da chissà dove per realizzare sogni che da tempo non osava più sognare, decise di riaccendere l’interruttore.
Portò la macchina fotografica a riparare.
Ogni giorno dopo l’allenamento se ne andava in giro con la sua piccola amica per le vie del centro a fotografare volti riflessi nelle vetrine trasparenti dei negozi o nel parco fuori città a scovare le pietre dalle forme più strane tra le foglie giallo rosse cadute a terra da un autunno che le aveva ridonato il desiderio di vivere e respirare.

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