mercoledì 19 gennaio 2011

Tha Pacific: Spielberg e Hanks di nuovo in guerra.

Non esagero: un anno d'attesa.
Un anno dal momento esatto in cui ho concluso l'ultimo dei 6 dvd di "Band of Brothers", visti uno di seguito all'altro, per la quarta volta. 
Lo chiamano "l'analista dell'America". Spielberg ha nuovamente donato al mondo qualcosa di epico e importante.  "The Pacific" non è solo una miniserie che continua e completa l'esperienza dell'esercito americano impiegato nella Seconda Guerra Mondiale. 
E' un velo alzato su una storia taciuta, il più delle volte assolutamente assente anche nei libri deputati alla storia. Spielberg e Tom Hanks, di nuovo insieme, mostrano come si è arrivati alla bomba atomica. 

La trama realizza l'epopea dei Marine nel Pacifico, il preparare il terreno per l'invasione del Giappone. 
Hans Zimmer e la sua colonna sonora sono un tocco fondamentale, capace di amplificare la trama a livello emotivo. Indimenticabile e inconfondibile il suo tocco.
Non ho ancora finito di visionare tutti e 6 i dvd, sono arrivata al 4°. Una cosa ve la posso dire però.
Se vi aspettate un Winters oppure una Compagnia Easy, penso sia un buon suggerimento far passare diverso tempo prima di vedere questo nuovo lavoro. Tempo di disintossicazione da "Band of brothers", chiaro. 
Se avete amato la prima mini-serie vi sarà difficilissimo approcciarvi alla seconda senza fare costantemente le differenze fra l'una e l'altra. Io non ci sono riuscita. Perché "The Pacific" è nettamente diverso. 
Il solo fatto che non si tratta di paracadutisti cresciuti a Camp Toccoa, a suon di Currahee, ma di Marine diciottenni presi un pò ovunque, fa la differenza.
Preparazione, addestramento, fisicità, equipaggiamento, rifornimenti: tutto un'altro mondo, tutte altre regole, tutte altre scadenze, tutti altri ritmi. A volte è persino noioso.

La differenza è qui: il 101° andava non in prima linea, ma direttamente nel bunker tedesco ad affrontare i tedeschi. I protagonisti di "The Pacific" sono di stanza nella seconda linea, vivono momenti in cui il combattimento è cruento, violentissimo, sfiancante, ma altri in cui c'è ampio spazio per tintarella, ubriacature e sesso sfrenato. In questa miniserie le scene di corteggiamento e, letteralmente, sesso vero e proprio sono molto più frequenti, rispetto all'altro lavoro. 
Tuttavia ci sono differenze sostanziali che non si possono imputare a un diverso approccio del corpo militare d'appartenenza. L'approfondimento psicologico dei personaggi è estremamente più sfumato. 
Mancano le storie dei singoli per potersi appassionare a loro. 
Difficile ricordarsi i nomi dei marine. 
Questa volta Spielberg e Hanks hanno cercato di dare maggior rilievo alle brutalità della guerra e al trauma conseguente, molto più rispetto a quanto accaduto con la Easy Company. 
Interessante la resa della tattica giapponese, una tattica attenta, oscura, mortifera, spietata, assolutamente in grado di sfruttare il territorio e il generale "sole" commisto al "generale pioggia" per sfiancare gli Americani molto più delle battaglie vere e proprie. Così come l'avvelenamento di tutti i pozzi, a una temperatura di 43° ha mietuto più vittime di una mitragliatrice. Purtroppo i dialoghi che imperversano fra i vari personaggi sono d'una banalità disarmante, scontati al massimo. 
C'è il classico "brutti figli di puttana" ripetuto almeno una volta per personaggio, con lievi varianti sul tema. 
Ho trovato discordanza fra la testimonianza dei veterani di guerra con cui si aprono le vicende e quanto poi realmente realizzato all'interno dello sceneggiato. I sopravvissuti parlavano di atrocità, difficoltà, sete infinita, inferno in battaglia. Quanto seguiva nel filmato era spesso occupato da una "ricerca alla femmina", più che un confronto sul campo di battaglia coerente con quanto espresso dall'intervistato.

Ci sono scene di bestialità molto, molto forti. 
Due esempi per tutti: quando appaiono i primi giapponesi morti, alcuni soldati americani tolgono loro i denti d'oro. Dopo una grande battaglia molto devastante, in cui è caduto un capitano che aveva la stima dei suoi commilitoni, la truppa ne è sinceramente molto scioccata. 
Le perdite in generale sono state ingenti e le condizioni di vita, i traumi orari vissuti sono pesantissimi ed evidenti negli occhi di tutto. In questo contesto c'è un soldato giapponese morto, con il cranio mezzo saltato. Il cranio è una sorta di ciotola in cui cade il sangue di un altro soldato morto su una pietra più alta rispetto a lui. Un marine americano, mentre si riposa a distanza, gioca a tirare i sassi all'interno della testa del soldato morto, per il gusto di sentire il "ciaf" del sasso che cola nel sangue del morte.
E' una scena fortissima. 
Non mi ha lasciato dormire per una notte intera.

"The Pacific" mostra alcune battaglie feroci avvenute per conquistare avamposti giapponesi, in particolare aeroporti fra le isole Salomone, non sempre utilizzati, una volta liberati. Molte battaglie sono sottaciute o censurate. Penso che il valore aggiunto di questo primo esperimento sia proprio la volontà di gettare luce su cos'è successo, cos'ha fatto chi, come ha fatto chi, quando e perché.  
Un buon punto d'inizio, imperfetto magari, ma con spunti interessanti.
Colpisce all'occhio la mancanza di addestramento specifico, di strumenti, di divise adatte. Colpisce l'inesistenza dei cellulari o di sofisticate strumentazioni che permettono la localizzazione di luoghi o persone. 
Al di là di tutto, anche in questo caso, pur con una fotografia non al massimo dei livelli, i colori poco nitidi, il lavoro d'equipe di Spielberg e dei suoi è stato ancora in grado di rendere "pallido" persino "Salvate il soldato Ryan" e "La sottile linea rossa". Penso sia sia possibile immaginare un film di guerra maggiormente curato nei dettagli rispetto  a quanto viene creato da questo regista e dalla sua squadra.

Come mi è accaduto per "Band of brothers" anche con "The Pacific" ho vissuto lo stesso intenso pensiero: noi, terza generazione dalla Seconda guerra mondiale, non abbiamo ancora smesso di pagare e di superare le conseguenze legate a questo abominio. Penso a quanto ancora paghiamo questa guerra. Mi riferisco ai termini affettivi. 
Gli uomini tornati dal fronte, le donne, i reduci dai campi di sterminio, i bambini nati sotto i bombardamenti, quanta capacità hanno avuto di aprirsi agli altri e all'amore, per davvero, avendo ferite così profonde e devastanti da curare, nella loro anima? Quanto hanno potuto essere "presenti" i padri-soldati con la mente ancora tramortita dalle mitragliatrici e gli amici morti negli occhi, quando poi hanno avuto un bambino in braccio? 

Si parla tanto, di solito, della violenza vissuta dalle donne nel corso dei secoli. 
In questi giorni mi pongo una domanda: e le violenza che gli uomini hanno subito? Non è violenza la stessa guerra? Non è violenta la conseguenza di un vivere tutto ciò?



2 messages:

  1. Quando ero bambina mio padre mi diede un libro "Gli apprendisti stregoni" sulla storia degli scienziati che contribuirono alla realizzazione della bomba atomica, ce l'ho ancora anche se non so dove sta di preciso . Chissà se hanno preso spunto da lì?

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  2. Occhi di NotteJan 21, 2011 12:53 PM

    Ciao Lorenza, benvenuta nel mio blog! Non conosco il libro che citi e non ho idea delle fonti bibliografiche che hanno ispirato l'intera opera di "The Pacific". MI posso informare. :-)
    Ti ricordi l'autore del libro?

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