mercoledì 2 febbraio 2011

Demo Letteraria: "L'età dell'amore" di Gianluca Massimini

Ho conosciuto Gianluca Massimini attraverso Facebook. Fa parte degli scrittori emergenti alle prese con la web promozione delle loro creature letterarie, per questo motivo le nostre strade si sono incrociate. La demo di quest'oggi vi regalerà il piacere di leggere un racconto dal titolo "Selvaggi", tratto dal libro "Le età dell'amore".
Gianluca Massimini è docente di Letteratura negli istituti di istruzione secondaria del vicentino. "L'età dell'amore" è un libro di racconti nel quale ha lavorato essenzialmente sulla brevità - non a caso la sua prosa è stata accostata ad autori esemplari del minimalismo americano - senza rinunciare però ad una considerevole ricerca stilistica, con la volontà esplicita di opporsi alle scritture bianche a sciatte di certa narrativa odierna che va per la maggiore. A pochi mesi dalla pubblicazione ha ricevuto apprezzamenti e buoni riscontri critici.
Sul sito dell'autore (www.gianlucamassimini.it ) sono disponibili altri racconti gratuitamente scaricabili.

Come sempre vi ricordo che i vostri pensieri, sensazioni, emozioni e curiosità sono ben accette. L'autore è a disposizione per qualsiasi vostro desiderio di confronto o comprensione. Se vi farà piacere parlare con lui, sappiate che potrete farlo attraverso l'uso dei commenti. Ricordo, come sempre, attenzione alle parole e al come queste vengono utilizzate quando lasciate un commento. Un abbraccio e, se continuate la lettura, buone emozioni in "Selvaggi".

"Era il tempo ancor mitico in cui quei giovani di varia età godevano della bellezza dell’estate. 
Agili e forti, indomiti in verità, vivevano in quella baia in completo isolamento, senza un riparo, o un qualcosa, senza alcun pensiero o idea che li affliggesse, non preoccupandosi del domani, che del resto loro ignoravano. Vivevano adorando quell’assoluta libertà, quella mancanza di regole, lì dove i genitori, in vacanza nei villaggi vicini, li avevano portati pur di controllarli, e dove non potendoli legare o mettere alla catena li lasciavano liberi di girare, confidando nella riva, nelle cale, nelle rocce a picco sul mare, oltre le quali non potevano andare. Passavano lì l’intero giorno, perdendosi nella macchia, restavano così padroni del loro piccolo Eden, dove con foga giocavano a nascondersi, a sfinirsi tra l’erba, a rincorrersi tra le ginestre, e dove tra gli anfratti delle calette avvolte dagli oleandri fioriti che inebriavano l'aria prendevano a tuffarsi dagli scogli, dagli spuntoni di roccia tutti assieme. E si sentivano grida, schiamazzi d’ogni genere in quel mentre, perché lottavano mettendo in mostra tutto il vigore e la forza estrema dei loro corpi, come si addice all'età.

Il paesaggio della baia diveniva allora un paradiso senza tempo, dove anche i vecchi che vivevano lì attorno, vedendoli tra le forre e le frasche attigue ai loro averi, li reputavano ormai da tempo delle divinità reincarnate, come esseri di una terra antica e quasi violenta. E alla stregua di fiere indomabili loro si lasciavano andare, abbandonati a passioni e istinti di uno strenuo furore.

Nudi, allora, del tutto indisturbati, si arroccavano sugli scogli tutti assieme e, sdraiati, godevano del calore che indorava i loro corpi, che chiudeva loro gli occhi, cercando refrigerio ogni tanto nell’acqua salsa e cristallina. Spesso scherzavano e si animavano, prendevano a canzonarsi, mentre coppie più appartate, di giovani inesperti, solevano passare il tempo a baciarsi, conoscendo l’amore. 
Poi quando qualcuno, al solleone, si stancava e li lasciava per tirarsi su dalla scogliera, uno alla volta pian piano ne seguivano i passi, salendo su per la pineta. Raggiungevano così il bosco e passeggiavano tra gli aghi, i rovi, quasi a prendere fiato sotto l’ombra, o per trovare qualcosa da bere, lì dove la luce del sole filtrava ancora dai rami e occhieggiava violenta. Ne approfittavano, allora, per seguire qualche coppia, che ignara passava e poi spariva nella macchia, e che a volte spiavano, per fare qualche furto e mettere qualcosa nelle tasche, nel costume, casomai potesse servire; rubavano a quel modo ciò di cui avevano bisogno, ma senza cattiveria, e facevano di qualche anfratto sul mare la loro tenda, in cui custodivano quelle piccole cose. 
Del resto non avevano niente con sé, ma vivevano di quel poco che trovavano sotto il sole, tra i corbezzoli e i ginepri, le ginestre, o in qualche vecchia capanna lasciata vuota dai padroni che uscivano al mattino per scendere al mare. Arthur, che di quelli era il maggiore, trovava spesso a quel modo qualcosa da mangiare, e divideva tutto coi compagni su di una piccola barca, al riparo in un breve rigagnolo d’acqua, a volte con due o con tre, a volte con quattro del gruppo. Mangiavano con le mani, all’ombra delle frasche, lontani dal rumore del mare, mentre Jean, ch'era suo amico, scheggiava col coltello un ramoscello per farsene un’esca e Jenny, assai carina, pettinava i suoi capelli allo specchio che lui le aveva trovato in una casa.

Al meriggio, come al solito, giungeva una grand’afa dal calore pesante, che sembrava prostrare anche l’erica e il mirto, e l’oleastro cespuglioso, perché nulla si muoveva in quel mentre e sembrava che anche l’usignolo aspettasse l’arrivo di un refolo fresco per tornare alla vita. Loro sopportavano, si prostravano, non trovavano pace. Poi, come l’afa calava, Jean come sempre la chiamava e lei, Jenny, accorreva, per portarsi felicemente altrove alla ricerca degli altri. Guadagnavano i sentieri che portavano al mare, tra gli steli riarsi, all’ombra, o tra i reconditi anfratti delle cale, e trovatili infine tutti quanti, si spingevano a volte sotto il solleone e camminavano a lungo, in mezzo alla campagna, tra i campi di grano.
Poi, poco più in là, calato il sole, Jenny entrava in acqua a rinfrescarsi. Ed eran molti gli sguardi cupi che attirava su di sé. La marea viva inondava di spuma la veste bianca, e rimaneva a far la morta, a galleggiare, mentre con gli occhi indagatori feriva quei suoi compagni attenti, dai corpi abbronzati e concupiscenti. 

E veniva allora il tempo di altri tuffi, di rincorse e di bravate, di gesti azzardati, mentre lei, ancor bambina, pettinava i suoi lunghi capelli neri sullo scoglio, e restava seduta a guardarli.
Quando a sera l’oscurità scendeva e s’impadroniva di tutto, tanto che a fatica si distingueva qualche ramo, non rimaneva quindi che accendere dei falò, lontani dalla riva, per non esser notati. Rimanevano così a scherzare, a ridere, a guardare quei corpi nudi, quei volti illuminati dalle fiamme vive, dagli occhi di brace. Bruciavano allora qualche ramo e giocavano a rincorrersi per buona parte della notte, facendo perdere le loro grida, perché nessuno li disturbava. Ed era bello correre tra le ombre e le sagome del bosco, alla fresca brezza del mare che saliva su dagli scogli verso la pineta. Quando il sonno poi calava e il corpo spossato sembrava cadere cercando un riparo, prendevano posto nella barca e dormivano abbracciati, nel silenzio ozioso della notte, al dolce cullio delle onde, inframmezzato ogni tanto dal lamento degli uccelli o da qualche strepito come di legno spezzato. S’alzava così e signoreggiava il rumore incessante della risacca che lambiva con un rollio monotono la spiaggia.

Come sempre, col sole, all’indomani, tornavano a divertirsi senza freni, a far quello che volevano, senza alcuna legge, buttandosi a capofitto dagli scogli, sprezzanti del mare, gridando a gran voce, ed era bello nuotare in tanta diffusa bellezza, mentre il lungo sciabordare delle onde della baia li accompagnava ardente in ogni cala, ravvivato dal vento leggero. Quando poi alla lunga la vampa li stancava passavano insieme in qualche piccolo anfratto, vicini alla barca, tra le canne e i virgulti dall’ampio fogliame. S'imponeva allora il cinguettio degli uccelli, così forte e tale da farli destare. Ma se la fame premeva e si faceva cruenta Arthur portava con sé Jenny in cerca di cibo, passeggiando per il bosco, o correndo incontro a qualcuno che tornava con acqua e scatolame dal villaggio, mandato lì da altri a prendere qualcosa. Così mangiavano.
E di nuovo, come sempre, la calura al mezzodì cresceva enormemente, venendo su dalle forre e dai fossati, da quella natura rigogliosa e impervia, fatta di ligustri e pini a non finire, con steli e canne sui sentieri e nei botri, dov’era l’acqua ferma. Loro cercavano di far passare il caldo all’ombra delle pinete, tra il cicaleccio degli insetti, tra i lunghi richiami mirabolanti degli uccelli, quando il tempo sembrava non passare mai e non si alzava un alito di vento; allora sdraiati intrecciavano steli con le mani, un filo d’erba in bocca, o sonnecchiavano, agognando di buttarsi al più presto di nuovo in mare. 

Poi quando non ce la facevano più, rotto il respiro dal desiderio e martoriata la carne, facevano scivolare le mani candidamente sugli steli, alla spasmodica ricerca di qualche brezza che li facesse respirare, e poi su di loro, sull’aggraziata forma della giovane bocca, e dei seni duri di lei, e Jenny lo accoglieva senza dire di no, a dispetto di chi la credesse ancor bambina, e il più leggiadro piacere dei sensi che abbia infiammato due amanti li prendeva, senza che nessuno dicesse loro niente, senz’occhi indiscreti, con lui che la baciava focosamente, sotto un mirto i cui rami ricadevano sul loro capo. 
I loro piedi avviluppati sconvolgevano l’acqua, il legno della barca gemeva forte sotto i corpi, e com’era felice lei distesa tra le sue braccia, e come gridava di piacere, con i colpi che lui infliggeva. 
Al che, esausti, stremati dalla foga, riposavano: tra gli steli battuti, distesi con le membra spossate, ridevano di gioia di quel che avevano fatto, e con calma, ripresisi, raggiungevano gli altri. 
Li trovavano allora tra le cale, al cicalio continuo degli oleandri, che si tuffavano dagli scogli. A volte giungeva qualche grida, qualcuno che li chiamava da lontano, scorgendoli, ma loro non sentivano, e si lasciavano cullare dalle onde a riva, travolti ancora dalle risa. Poi veniva infine il tempo del tramonto. In un giallo sconsolato, già acre e ovattato per tutta la giornata, il sole scendeva fiammeggiando verso il mare, tingendo col suo occhio infuocato le ultime nuvole, cominciando a cadere nell’acqua un poco alla volta; i promontori sparivano, le onde divenivano scure, i ciottoli a riva quasi indistinguibili. Fino a quando il mare non si alzava, divenendo livido, potente, e li respingeva su per la scogliera, al di là della riva, nel cuor della terra.

Verso sera, destati dai rumori dei villaggi, si avvicinavano guardinghi a qualche rivo, senza alcun desiderio di tornare; guardavano allora verso il campeggio vicino, di cui scorgevano i fuochi, contenti di rimanersene in disparte al di qua della costa. Sopra di loro, nel mezzo dei rami del fogliame, le stelle abbagliavano e riempivano il cielo a miriadi, luminose. Poi tornavano indietro a correre, a bagnarsi nell’acqua di quei rivi senza paura, a scherzare. Vivevano così. 
Selvaggi.

4 messages:

  1. E' con gran piacere che oggi finalmente ho potuto leggere questo racconto.
    Purtroppo non riesco a leggere a lungo sullo schermo di un pc, così nei giorni scorsi ho letto solo qualche riga ed oggi finalmente ho finito.
    Passerò presto dal sito per conoscere gli altri racconti, purtroppo adesso propio la vista non me lo consente.
    Dicevo che mi è piaciuto anche se in alcuni tratti ho notato una forzatura nel ricercare vocaboli "più importanti" non so spiegarmi bene, ma nella stessa frase viene usata la parola meriggio e l'espressione "in quel mentre", sarebbe bastata una delle due parole per dare ricercatezza, così appunto l'idea che ho avuto è di un pensiero sforzato.
    Ho fatto un esempio su una sensazione avuta.
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  2. Occhi di NotteFeb 7, 2011 08:57 AM
    Cara Flavia,
    ti ringrazio per il pensiero e ti chiedo: devo aumentare la grandezza del font?
    Un abbraccio
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  3. No purtroppo è più un problema di luminosità dello schermo.
    Ti ringrazio comunque per averci pensato, con calma un po' per volta leggo tutto.
    Grazie mille
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  4. Occhi di NotteFeb 8, 2011 04:09 AM
    Prego. per me è importante sapere se vi trovate "comodi" con il mio blog. A presto.
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