martedì 1 febbraio 2011

Intervista a Robin Edizioni

Riprendiamo a conoscere la voce delle case editrici attraverso l'intervista a Robin Edizioni. 
In quest'occasione le tematiche affrontate sono state diverse: letteratura, scrittori emergenti, editoria a pagamento, canali di distribuzione, stage non retribuiti, attenzione all'ambiente all'interno dell'iter di pubblicazione. Vi consiglio di ritagliarvi qualche minuto per leggere le risposte dell'editore perché, secondo me, nel loro essere a tratti provocatorie, potrebbero fornirci gli input "giusti" per dibattere sui temi "caldi" che avvolgono il mondo del lavoro e dell'editoria in questo preciso momento storico. Come sempre vi ricordo che il vostro contributo e le vostre riflessioni, obiezioni, domande sono preziose per me, per l'editore, per i lettori e i sognatori in cerca di notizie. 
Se Le e dicessi “letterarietà”, “letteratura” e “odierni scrittori emergenti”, Lei cosa mi risponderebbe?
Che non  so cosa sia la letterarietà; che so benissimo cos’è la letteratura ma me lo terrò per me; che la definizione di “odierno scrittore emergente” mi fa venire l’orticaria. Il che è connesso con le prime due risposte. 

Il vostro sito internet (www.robinedizioni.it) è molto chiaro nei confronti delle persone che potrebbero desiderare di pubblicare con voi. Manca solo un’informazione cruciale: chiedete un contributo spese parziale o totale agli scrittori che scelgono di pubblicare con voi? Qual è il vostro pensiero in merito l’editoria a pagamento?
Il mio pensiero è che in un paese normale (non con il 40% di fedeltà alla lettura) con un mercato normale (non con il 75% del fatturato legato ad una sola catena di librerie) l’editore dovrebbe fare quello che ho fatto per anni: leggere, scegliere e pubblicare a rischio d’impresa. Nel paese in cui siamo e nel mercato che affrontiamo quotidianamente, il raggiungere il Punto Di Pareggio è già una conquista riservata a pochi titoli e a pochissime case editrici. Per cui tra la certezza di chiudere e la possibilità di continuare a fare il nostro mestiere continuando a leggere e scegliere, abbiamo scelto di proporre di condividere il rischio d’impresa. Non sempre. E su una base incontrovertibile: il nostro insidacabile giudizio. Il che, per l’appunto, non vuol dire essere degli editori a pagamento. Quello è un altro mestiere. Onorevole, presumo ,e legale, senza dubbio, ma fuori dalle nostre competenze. Chi paga per comprare tutta la tiratura, non avere un libro in distribuzione - e quindi neanche in libreria - e sostiene tutti i costi inerenti l’operazione più il guadagno dello stampatore (poiché questo è il suo mestiere vero) deve essere consapevole di quello che fa e si presume che abbia un contratto in mano che specifica cosa riceverà in cambio del suo denaro. Se il contratto prevede cose che poi non si verificano... il difetto non è nel sistema. Comunque la cosa non ci riguarda. Le nostre condizioni e i nostri contratti sono altra cosa.  Ed è l’unico modo per continuare a dare voce agli autori italiani. esordienti o non, che a nostro avviso lo meritano. Infatti, e questo per la cronaca, noi riceviamo oltre 500 manoscritti l’anno e ne pubblichiamo una quarantina. Un editore a pagamento ne stamperebbe cinquecento. E sappiamo che c’è chi lo fa. L’alternativa naturalmente è quella di non pubblicare italiani e tantomeno esordienti e vivere felici.

Distribuzione, pubblicità, presenza nelle fiere e nelle librerie: sono elementi garantiti a tutti gli scrittori che pubblicano con voi? 
La distribuzione è quella delle Messaggerie ed è pronta ed efficientissima, la presenza nelle librerie non la può garantire nessuno perché non è di competenza dell’editore: è un diritto esclusivo del libraio tenere o no un testo in scaffale. Certo è però che nel nostro caso se il libro non c’è basta ordinarlo e la distribuzione lo invia immediatamente.  Aggiungo la reperibilità su tutti portali di vendita on-line, primo tra tutti IBS, e, adesso, Amazon. La presenza nelle Fiere è un più per noi prima che per l’Autore, quindi va da sè. Della pubblicità non se ne parla nemmeno. I costi sono proibitivi e i ritorni inconsistenti. C’è in compenso un efficientissimo Ufficio Stampa. Poi sono le redazioni dei giornali che scelgono chi recensire e chi no. E ci vuole poco per capire qual è il meccanismo reale che gestisce questo aspetto. Basta vedere chi recensisce chi.

“Il gioco dell’editore” è un gioco molto affascinante. Che risultati vi ha portato? Ci sono stati romanzi che non sono andati in stampa a causa del pessimo riscontro avuto nell’opinione dei lettori? Gli autori come hanno vissuto questo mettersi in gioco? Eventuali romanzi scartati sono stati poi comunque letti dalla vostra redazione ed è stato, eventualmente, suggerito qualche spunto per modifica e miglioramento?
Il “gioco” come la chiama lei non lo è affatto. E’ una cosa seria che ha alle spalle una società di capitali e che paga numerosi stipendi tutti i mesi. E che spesso alla proprietà costa un sacrificio annuale di compensazione capitale perduto. Per quanto riguarda  i testi (non necessariamente solo romanzi) come già indicato, più del 90 per cento viene scartato. E’ incredibile la quantità di cose improponibili che ci vengono... proposte! Per quanto riguarda gli autori bisognerebbe scrivere un trattato di sociologia per descrivere il loro approccio alla cosa. In genere è molto emotivo e soprattutto carico di valenze che poco hanno a che fare con la scrittura in sé. Pochi capiscono che scrivere è soprattutto mestiere e artigianato e divertimento. E questi sono quelli bravi. Non parlano del loro ombelico, raccontano una storia e capiscono che divertersi a pubblicare un testo che comunque entra nella storia dell’editoria (p.e. alla Biblioteca Nazionale) potrebbe costar loro un terzo di uno stupido viaggio alle Seichelles di cui non resterebbe niente. Basta leggere il nostro catalogo per capire che gli autori si fidelizzano, con noi.  All’inizio si innamorano e si fidanzano, poi ci sposano. E poi diventiamo anche amici. Niente di nuovo sotto il sole, insomma. Per i testi scartati non suggeriamo niente. Ognuno è padrone e felice di quello che ha scritto. Inoltre per fare questo ci sono strutture apposite (le agenzie letterarie) che si offrono di farlo. A pagamento. Noi lavoriamo solo i testi accettati e sotto la stretta approvazione dell’Autore. Ma il dialogo a volte è vivace, va detto. Anche perché per scartare un testo non è necessario leggerlo tutto... Nella maggior parte dei casi bastano trenta pagine. A volte invece è il finale che non è all’altezza... Chiudere un testo, specie se è buono, non è così facile. Qui ci permettiamo di dialogare prima di parlare di contratto. E quasi sempre funziona. 

Parliamo delle vostre edizioni di pregio. Come si concretizzano? Esiste un comitato per la scelta dei titoli idonei a questa speciale collana? Cambia il materiale con cui verrà confezionato il prodotto librario?
E’ una domanda standard? Suppongo non rivolta a noi nello specifico. Non abbiamo edizioni di pregio. Lo sono tutte. Esistono delle collane, che sono lo specchio del progetto editoriale e la cui struttura serve ad accompagnare l’Autore sul cammino giusto. Se chiamo una collana I Libri da Scoprire, il messaggio è evidente. Se la chiamo Biblioteca del Tempo o del Mistero, altrettanto. Per non parlare de I Luoghi del Delitto. Ma le tipografie, la carta e la qualità del progetto grafico (cioè la sua coerenza con la missione della collana) sono gli stessi per tutti.

La vostra casa editrice ha a cuore aspetti “ecologici” della pubblicazione, come per esempio l’uso di determinati tipi di carta piuttosto che altri, al fine di preservare l’ambiente? Avete mai fatto parte di iniziative a sfondo umanitario-culturale per promuovere la scolarizzazione nei luoghi meno felici della Terra oppure in alcune zone della nostra stessa Italia?
I nostri libri sono dotati di marchio FSC. Quale luogo è meno felice, sulla Terra, dell’Italia, parlando di libri e di editoria e di scolarizzazione? Quelle iniziative non sono compito dell’imprenditore ma delle strutture che paghiamo con le tasse. Ciò detto, malgrado l’ira che l’assenza della res pubblica ci provoca, non lesiniamo mai dei volumi alla biblioteca di paese che ce li chiede. E neanche agli Istituti di Cultura all’estero. Quelli che dovrebbero essere finanziati dalla Farnesina. Quando capiremo che la presenza politica e commerciale di una paese presso un altro paese passa attraverso la diffusione della sua cultura e della sua lingua, sarà sempre troppo tardi. Comunque saranno arrivati prima di noi i francesi e i tedeschi. Gli inglesi sono già lì, da sempre.

Qual è la sua opinione in merito agli stage non remunerati proposti di continuo ai giovani? Secondo lei questa strategia “del non pagare per il lavoro ottenuto”, pagherà, alla lunga, le aziende, oppure, di contro, sarà sempre più diffuso un certo lassismo nell’impegno e indifferenza nei confronti del prodotto, del marchio, del datore di lavoro e delle persone stesse? Si può superare la crisi senza pagare i lavoratori, truffando o modificando la realtà ad hoc?
Le domande sono due e tendenziosamente incastrate. Sulla prima parte la risposta è che noi siamo subissati di richieste di effettuare stage. Non li abbiamo mai chiesti noi. Per la cronaca specifico che tutta la Redazione è composta di ex stagisti che sono rimasti, sono stati assunti e nel tempo si sono avvicendati. Quindi con noi uno dei pricipi di base dello stage ha funzionato. Certo non potremmo mai assumere tutti quelli che non sono necessari oltre il loro periodo di stage. Che però ha come altro principio di base quello dell’apprendimento del mestiere. Ecco perché la domanda è mal posta. Non confondiamo lo stage in casa editrice con il contratto della Fiat. Chi viene a fare una stage ha già – di norma – pagato fior di quattrini per un master all’Università (altrimenti da noi non entra, perché non sarebbe in regola) in cui ha appreso un mucchio di nozioni e non ha imparato nulla. Come si fa un libro e che cosa vuol dire lavorare in redazione non lo sa di sicuro. E in tre mesi tutto quello che può fare è apprenderlo; più spesso rallentando il lavoro di redazione che aiutando a svolgerlo. Dove il suo apporto è prezioso – ed è qui la merce di scambio – è nella lettura e la revisione dei testi, spesso addirittura l’editing. Perché qui è la qualità della sua ... qualità che può risultare utile. E rivelatrice. Anche per lui, lo stagista. Aggiungo che il vivere tre mesi tra coetanei appassionati ed apportare la loro giovinezza e passione rende il tutto molto più vivo ed intelligente. E quando sul tavolo c’è intelligenza forse non c’è qualcos’altro e questo è una ricchezza per tutti. Per dovere di cronaca aggiungo che se di un buon trenta per cento poi perdiamo le tracce, il che vuol dire che hanno capito che non era il loro mestiere, di tutti gli altri sappiamo che – uscendo da questa redazione – un lavoro o la cosa che più gli somiglia l’hanno trovato. Chiedete alla Mondadori cosa fanno dei loro stagisti e che fine hanno fatto i dipendenti delle loro acquisite (Einaudi et similia). 

11 messages:

  1. La faccenda degli stage è complicata. Certo, per un neolaureato nutrito solo a "pane e teoria" è indispensabile fare pratica e il tirocinio è un ottimo modo per imparare. Non si può di sicuro pretendere di entrare subito con lo stesso inquadramento di una persona che sa già il mestiere.
    Personalmente, però, ritengo ingiusto che ci siano stage non retribuiti: ci deve essere almeno un rimborso spese, anche se minimo. Innanzi tutto per una questione di dignità del lavoratore, che pur sempre lavoratore è, anche se chiamato stagista. In tutti gli stage che ho visto (io ne ho fatti 2, ma praticamente tutte le persone della mia età che conosco ci sono passate, so bene il meccanismo) il tirocinante è reso operativo fin da subito, perché è appunto una preparazione PRATICA. La persona viene scelta, ritenuta idonea per l'azienda, fatta lavorare anche tanto e di conseguenza è una persona che produce: perché non darle niente??
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  2. Occhi di NotteFeb 1, 2011 06:19 AM
    Altra cosa che mi ha lasciata perplessa è l'affermazione sul master. Seguo un master professionalizzante universitario e proprio non mi ci vedo nei panni dell'imbottita di teoria senza alcune capacità pratica. Per quello che so, ascoltando altre persone che seguono altri master di livello, competenze professionali vengono date.
    Penso che se una persona chiede un lavoro e gli viene dato, questo deve essere pagato.
    Il fatto che uno sia agli inizi della carriera non è una malattia.
    Anche lo stagista lavora. Si alza presto la mattina, s'infila nel traffico, si presenta e presta il suo servizio all'azienda.
    NOn esiste nessuno valido motivo per sostenere la non retribuzione.
    Se un lavoro non è retribuito si parla di volontariato. Non di lavoro.
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  3. Marta TraversoFeb 1, 2011 06:48 AM
    Sbaglio o non è proprio Miss (o Mister) Simpatia? A ogni risposta che ti ha dato ti tirava una frecciata sul fatto che non sai porre le domande.. Sei stata comunque molto onesta a pubblicare tutto senza censure, trovo che anche valutare il tono con cui l'editore si approccia alle interviste - e in questo caso sembra quasi che tu gliel'abbia estorta con una pistola alla tempia - sia un metro di giudizio per l'autore che vuole entrare in contatto con loro.

    Perciò doppiamente brava!!

    Ps. non pubblicare il commento se vuoi...
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  4. Occhi di NotteFeb 1, 2011 07:43 AM
    Cara Marta,
    non ho avuto l'onore di conoscere il nome di questo editore. Dev'essere prassi comune: Robin Edizioni ha pubblicato anche Frank Spada, di cui ho realizzato la demo qualche tempo fa. Anche costui non ha mai avuto l'interesse nel presentarsi con il suo vero nome, nonostante si sia rivelato molto pratico nel cercare informazioni su di me, addirittura andando a vedere il paese esatto dove vivevo quando ero in Friuli. La mia reazione a certi modi è stata di chiusura di contatti e disponibilità.
    Mi chiedo se questo ha influito e quanto, riguardo i modi usati nel rispondere a semplici domande, neanche troppo insidiose o volutamente "cattive". Ma non mi interessa particolarmente.

    Detto ciò: perché avrei dovuto censurare? Ha espresso la sua opinione e questo permette a noi di capire chi abbiamo di fronte. Se un giorno avremmo un manoscritto nel cassetto sappiamo, per esempio, che a questo editore non interessano determinate cose, mentre su altre è molto attento. Sta a noi valutare, poi, se affidarci alle sue competenze oppure no.
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  5. Cara ODN forse hai trovato il signor Robin in una brutta giornata.
    Intervista interessante, come alcuni titoli della loro collana. Magari il nostro non è proprio simpatico, però da un idea interessante di quello che sembra essere il panorama delle case editrici nostrane.
    Per inciso: tempo fa ho letto un libro che si chiama antistoria degli italiani. Il libro in sè può essere anche discutibile, però c'è un passo che mi è tornato in mente.
    Parlando di alcune problematiche dei librai con l'indice tridentino, l'autore raccontava come i librai si fossero rivolti ai vari duchi e signori per un sostengo economico, necessario per compensare i mancati introiti. E sempre l'autore commentava come da quell'epoca i librai italiani non avevano mai smesso di piangere miseria...
    Insomma, anche per scrivere, pubblicare o lavorare nel mondo dell'editoria sembra che ci vogliano gli aiuti statali o gli "aiutini".
    Chissà se è poi vero che sono tutti così tartassati sti editori oppure sono poco capaci di fare il loro mestiere.
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  6. Con la Robin Edizioni ho già pubblicato due romanzi e non ho sborsato un euro!
    Con l'editore -non lo dice lui e non sarò certamente io a permettermi di dire nome e cognome- ho un ottimo rapporto, come anche con tutto lo staff editoriale.
    Preciso -infine- che con OdN, forse, ci sono stati dei fraintendimenti travisati e me ne scuso (per l'ennesima volta!). Quanto al fatto che io scriva "per gioco" e mi avvalga di uno pseudonimo per motivi strettamente personali, corrisponde in tutto allo spirito (libertà) di fare della mia vita ciò che voglio, senza comunque offendere nessuno.
    Da ultimo, mi permetto segnalare che il terzo romanzo, incentrato su un detective strampalato -"Doppio Marlowe.Liscio e senza ghiaccio"- uscirà per i tipi della Robin maggio/giugno 2011.
    Grazie per l'ospitalità.
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  7. Copio incollo da Repubblica.it:


    di ROSARIA AMATO

    LA CAMPAGNA
    Basta con stage e praticantati truffa
    La Cgil in campo per i diritti dei giovani

    Il sindacato ha lanciato un'iniziativa per chiedere il rispetto dei diritti degli stagisti, nella maggior parte dei casi sfruttati senza alcuna retribuzione e senza alcun tipo di formazione. Il segretario Susanna Camusso: "Uno strumento che doveva essere un acceleratore della professionalità è diventato un lavoro gratuito e un po' servile"

    ROMA - Li chiamano stage. Ma assomigliano sempre di più a inutili, faticosi e spesso umilianti periodi di lavoro non retribuito e non riconosciuto in alcun modo. Dopo la campagna "Giovani disposti a tutto" 1, la Cgil oggi lancia "Non + Stage Truffa" 2, per contestare l'uso distorto che aziende, professionisti e a volte persino le pubbliche amministrazioni fanno dello stage e del praticantato.
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  8. Per annunciare l'iniziativa sono stati scelti proprio i luoghi dello sfruttamento: a Roma la Galleria Alberto Sordi, dove, spiega la Cgil, "sono presenti catene commerciali che utilizzano impropriamente gli stage". La Galleria è stata riempita di annunci beffa che assomigliano fin troppo a quelli reali, tipo "Grande supermercato offre stage annuale per cassiere disposte a incassare poco o nulla", oppure "Catena di profumerie offre stage senza rimborso né diritti per giovani disposte a turarsi il naso". Alcuni giovani hanno compiuto un gesto simbolico: si sono spogliati, per poi "rivestirsi dei propri diritti". Iniziative analoghe in altre 13 città italiane.

    "A quelli che dicono che il nostro Paese sta meglio degli altri - sottolinea il segretario della Cgil Susanna Camusso - bisogna ricordare che nessun Paese europeo ha, come l'Italia, un tasso di disoccupazione giovanile al 29%. In alcune aree del Paese è disoccupato un giovane su due". Una situazione drammatica, che ha permesso il dilagare dello sfruttamento di giovani che, per forza di cose, risultano "disposti a tutto": "Si è tradita la natura dello stage. Uno strumento che doveva essere un acceleratore della professionalità dei giovani diventa un lavoro gratuito e anche un po' servile, un modo per introdurre un'idea di precarietà stabile. Occasioni formative che di formativo non hanno nulla e stanno diventando lavoro gratuito nelle forme di sfruttamento peggiore".

    Situazioni analoghe, se non peggiori, si verificano nel praticantato, ricorda Camusso, dove lo sfruttamento dei giovani diventa ancora peggiore, data la forza e il "corporativismo degli ordini professionali". Così al lavoro vero, retribuito, non si arriva mai, allo stage ne segue sempre un altro, e gli appelli all'umiltà del ministro della Gioventù Giorgia Meloni 5 servono a ben poco: "Piuttosto che all'umiltà, ai giovani oggi serve l'attitudine alla dignità", sostiene Ilaria Lani, responsabile giovanile della Cgil.

    Dignità che si traduce innanzitutto nel rispetto dei diritti. Per questo la Cgil ha emanato una sorta di decalogo dello stage (che in effetti riflette né più né meno la legislazione, regolarmente disattesa): inserimento degli stagisti nei percorsi di formazione, lo stagista non può sostituire personale dipendente, limite massimo degli stagisti in relazione al personale, divieto di proroga dello stage, riconoscimento allo stagista di pari diritti con i dipendenti in relazione ai servizi di mensa, buoni pasto, alloggio, rimborso spese non inferiore a 400 euro mensili.

    Per garantire tutto questo, occorre naturalmente sorvegliare, verificare quali aziende rispettano le regole e quali no. Il dilagare degli stage inutili, che rappresentano sfruttamento fine a se stesso emerge anche dai dati: secondo l'analisi dell'Isfol sui tirocini promossi dai Centri per l'impiego, nel 1999 i tirocini erano quasi 7.500 con una percentuale di giovani che trovavano un lavoro dopo la fine dello stage del 46,4%; quasi 10 anni dopo, nel 2007, il numero dei tirocini realizzati ha toccato quasi quota 49.000, ma si è quasi dimezzata la percentuale di coloro che trovano lavoro alla fine dello stage (28,7%).
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  9. Occhi di NotteFeb 5, 2011 01:16 PM
    @ Earnest: ti ringrazio per questo articolo. MI ha fatto male leggerlo. Male per la rabbia ad onda che ho provato. Ma ti ringrazio.
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  10. Come suggerito sopra, almeno un rimborso spese sarebbe doveroso. Giusto compromesso tra la formazione che si presta e il lavoro che si riceve.
    Sempre che la si presti, la formazione. Al massimo si potrebbe fare un'eccezione per un tirocinio che sia svolto all'interno di un percorso di studi non ancora terminato. Ma in quel caso dovrebbe essere obbligatorio definire prima gli obiettivi formativi e darne conto alla fine del periodo di lavoro. Con appositi questionari, rivolti all'azienda e al tirocinante. In modo da escludere eventualmente dal programma le aziende che fanno le furbe.
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  11. Occhi di NotteFeb 6, 2011 12:19 PM
    "Almeno" è fin troppo poco. E 'una cosa normale pagare per un lavoro ricevuto.
    Anche se al momento pare di chiedere la luna, quando chiedi informazioni sull'eventualità- rara- di essere pagata per i lavori svolti.

    Che dire poi dei datori di lavoro con diploma, che rpetendono gente con master, ma non hanno la benché minima intenzione di retribuire il personale qualificato che pretendono? Alcuni annunci di lavoro sono davvero assurdi. Proposte di stage annuali, non retribuiti, per il neo laureato, masterizzato, dottorato, con esperienze nel settore, di età massima 25 anni, non retribuito, full time.
    Parli di formazione.
    hai mai visto uno stage con un progetto di formazione reale e realistico, applicato e perseguito, alla base?
    Io no.
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