giovedì 24 febbraio 2011

Lia e la ricerca del senso: 6° parte.

In questi giorni ho dialogato molto con Lia, cercando di capirla meglio e di ascoltare la sua voce "interiore". Stamattina il vento sbatacchia le palme e il glicine colmo di gemme e speranze.
Dopo il drammatico "Lia e la ricerca del senso: 5° parte", il blog romanzo continua. Ho iniziato ad imbastire le basi del cambiamento. Buona lettura!
LIA E LA RICERCA DEL SENSO: 6° PARTE.


Il suicidio è un cataclisma che scompagina le vite come uragano che miete villaggi. Scavalca stati e mari, senza pietà. E’ un domino. Ogni persona collegata al suicida, anche solo da conoscenza, ne viene toccata, travolta o sconvolta. Lia si trovò a dover gestire un lutto, le solite incombenze, il sostegno a Fiorenzo, l’aiuto alla famiglia di lui. Non vi era tempo per pensare, talvolta nemmeno per piangere. 
Era il tempo del supporto e dell’ascolto dell’altrui voce e disperazione. 
Era il tempo delle carte da sistemare, del funerale da preparare, di una futura mamma da aiutare.
La frenesia degli irrisolti, gli oneri bancari e la lentezza di un “per sempre” calato nelle vite e nei giorni sempre di più li traghettarono nelle settimane e nei mesi. 
Il melograno sul balcone stava nuovamente mettendo le foglie quando il campanello suonò. 
Era lunedì mattina, il venditore ambulante di patate non era ancora passato e il postino si faceva attendere. Lia si trovava a casa, immersa nella quiete della cucina appena lucidata. 
- Sono venuta a trovarti, ti disturbo? – a parlare fu Suor Ortensia. 
Poco distante da casa loro c’era una piccola parrocchia e Lia, ogni tanto, vi faceva capolino per pregare in solitudine quando la chiesa era aperta per le pulizie, oppure quando venivano organizzate le raccolte indumenti e cibo per i poveri. Suor Ortensia aveva una decina d’anni più di Lia, ad occhio e croce. Qualche capello bianco compariva tra la fulva capigliatura nascosta, ma non contenuta dal velo. 
Lia aveva conosciuto la suora per caso. Dirigeva il coro delle voci bianche del quartiere e a Lia piaceva ascoltare il repertorio liturgico musicale quando questo veniva provato lontano dalle messe. Benché non avessero mai avuto grandi occasioni per lunghe disamine religiose, si erano subite prese in simpatia, provando sincero piacere nell’incontrarsi, anche solo per strada, quando capitava. 
- No, non mi disturbi. Prego, entra pure. Lo vuoi un caffè? – La fece entrare, leggermente irrigidita. Certe visite non arrivano mai per caso.
- Si, volentieri. – la suora fece una pausa, aprendo la borsa di tela che aveva al braccio – Ti ho portato una torta di mele. – le sorrise materna – Ho pensato che un po’ di dolce ti potesse fare bene in questo periodo – gliela porse con le sue mani rosee come la pelle dei bambini, ma screpolate e piene di piccole cicatrici.
- Grazie, prego, accomodati. – fece strada verso la cucina. La donna si accomodò lenta, guardandola senza dire nulla. Quando Lia ebbe finito di preparare il caffè, i piattini, i tovaglioli, le forchette e il coltello, fu costretta a girarsi e a sedersi al tavolo.
- Come stai? – le chiese la suora.
- Bene – rispose lei meccanica. Era prassi, ormai.
- Bene? Davvero? – l’altra non si fece ingannare. Sapeva che questa risposta preconfezionata aveva un mondo alle spalle.
Accadde qualcosa di speciale. 
Lia non parlava realmente con qualcuno da mesi. Non parlava di quello che sentiva, di cosa viveva, dei suoi turbamenti. Li aveva anestetizzati, nascosti, compressi. Non aveva più chiamato Sara dall’ultima volta che si erano viste nella cioccolateria. Non sapeva nemmeno spiegarsi il perché rifiutava i contatti con l’amica, però non voleva sentirla. C’era poi il dolore di Fiorenzo, della sua famiglia, le incombenze, il licenziamento sempre in agguato. Soprattutto non c’era nessuno desideroso di starla a sentire per davvero. 
Nessuno interessato a chiederle: come stai? Era lei che poneva questa domanda. Non viceversa.
Il riserbo di Suor Ortensia, i modi  avvolgenti, materni, pacati, accoglienti, le smembrarono i catenacci del tacere. D’un tratto il suo cuore le disse che quella era esattamente la persona giusta e che il suo cuore non sarebbe più riuscito a trattenere oltre il marasma custodito al suo interno.
- No, non sto bene. Mi sento come se ogni giorno che passa i pesi che porto mi affossassero di più. A vote non vedo molta differenza fra Roberto e me, se non nel fatto che lui ha scelto di morire e io sono viva ma morta.
- Eri molto legata a Roberto? – 
- Si, ci eravamo conosciuti grazie ad uno dei tipici incontri familiari con i parenti di Fiorenzo. C’è stata subito sintonia. Lui non vive a Roma… cioè… non viveva. Si era trasferito a Pesaro, la moglie era di lì. Quando tornava a Roma, Fiorenzo aveva molto piacere nello stare con loro, così iniziai anche io a frequentarlo. Poi il computer ci ha permesso di sentirci, ogni tanto, via mail o via facebook. Mi ascoltava. Sapeva sempre dire la frase giusta per iniettarmi un po’ di grinta. Era così energico, così vitale, così carismatico. Si poneva tante domande sul mondo. La sua risata tonante risuonava a distanza. Negli ultimi periodi io mi ero staccata, presa da… tanti problemi.  – fece una pausa, girando il cucchiaino nella tazza di caffè - Fiorenzo mi diceva sempre che lo sentiva felice, sereno. Aveva quei problemi in banca, ma non ho mai avuto la percezione che fossero così gravi tanto da indurlo al suicidio. Non riesco a capacitarmi come una persona come lui abbia scelto questa strada. Non riesco proprio a rendermi conto che non ci sia più. Lui era quello che diceva: “Non mollare, combatti per i tuoi sogni, cercali, seguili!”. Mi sembra impossibile credere che tutto questo …
- Non sia servito a nulla, vero?
- Si. Aiutava me ma non aiutava se stesso. 
Suor Ortensia la guardò come punta dall’irrefrenabile desiderio di dire qualcosa di importante, ma bloccata dalla certezza che fosse troppo presto. Aveva davanti una donna sfatta, dalle occhiaie livide, dalla stanchezza evidente, meccanica nell’agire, confusa, spenta. Non era questo il momento per infierire.
- Il resto, invece? Come va con il lavoro? – cercò di cambiare discorso, consapevole di non voler rischiare di parlare troppo. Voleva rispettare il dolore di questa donna.
- Il lavoro? Sono a casa perché mi è stato imposto un periodo di ferie forzate. In questi ultimi mesi ho combinato un mucchio di guai e spesso mi è venuto da piangere sul lavoro. Ho dovuto chiedere anche tanti permessi per andare a Pesaro e per prendermi cura del padre di Fiorenzo. La madre è entrata in un silenzio completo. Guarda fuori dalla finestra, non fa nulla. Così ho dovuto cercare di dividermi. La moglie di Roberto è allettata, ma almeno ha la sua famiglia accanto.
- E Fiorenzo?
- Fiorenzo ha il suo lavoro e il suo lutto. Non riesce a stare a contatto con i genitori. Fino a qualche settimana fa andava ogni giorno, ogni sera. Roberto imperava nei discorsi, nelle foto, ovunque. Non riescono a trovare un perché. Non ha lasciato nessun biglietto, nulla. Da un paio di settimane si rifiuta di andare da loro. Dice che è troppo.
- La tua famiglia, invece?
- La mia famiglia è lontana.
- Capisco il tuo dolore. Quando ero più giovane, quando ancora vivevo a Belluno, affrontai qualcosa di simile. Non ho ancora capito se il mio entrare in convento sia stato determinato anche da questo evento. E’ stata una lunga notte nera. Non avevo nessuno con cui parlare, nessuno che mi guidasse. – le prese la mano e gliela accarezzò – Ma poi passa, poi troviamo significati, poi troviamo il nostro senso all’esperienza e possiamo … aggiungere qualcosa alla nostra vita, proprio grazie al forte contato con la morte, con le domande senza risposta, con la solitudine, con un mondo a testa in giù.
- Vedi, la cosa che più mi sconvolge non è la morte di Roberto. Posso capirlo, anche se razionalmente non lo accetto. Non aveva amici, la ditta in cui lavorava apparteneva al padre della moglie e non aveva nulla a che fare con le sue reali aspirazioni. Non si trovava bene in quella città, gli mancavano tante cose… quello che più mi sconvolge è la fortissima rabbia che sento in certi momenti. E’ così forte che mi spaventa, una rabbia omicida, folle. Ci sono momenti in cui devo scappare in bagno perché altrimenti potrei prendere un coltello da cucina e fare una strage contro chiunque io abbia intorno, oppure potrei mettere le mani addosso a qualcuno, anche se si tratta di sciocchezze, banalità.
- Perché provi questa rabbia? – non fu in grado di trattenersi, consapevole che tacere significava fare del male.
- Non lo so, so solo che mi sento intimamente furibonda.  – si azzittì per un attimo - Come con Fiorenzo.  – il suo stomaco prese a serrarsi, come mascelle che azzannano sadiche, irrorate di rabbia - Prima del lutto non mi aiutava mai in casa. Poteva avere mille carinerie, mille parole dolci, però scaricava tutto su di me, ogni scelta, ogni responsabilità, ogni dovere o incombenza. Con la morte di Roberto questo è ancora peggiorato… d’altronde lui ha il lutto a cui pensare! Ed è terribile. Quando mi rendo conto di pensare a questo mi sento così crudele, maligna, egoista, ma questo non mi spegne, semmai m’infiamma ancora di più, d’odio ancora più acceso.
- Verso che cosa?
- Verso la mia vita! – urlò Lia, scattando in piedi – La mia vita!  - si accasciò sulla sedia – Non mi riconosco più. Ricordo di aver avuto tanti sogni, tante speranze, tante idee romantiche. C’è stato un tempo in cui ero assolutamente convinta che sarei riuscita a diventare una pittrice riconosciuta. Invece l’unica cosa che ho fatto è stata chiudere i pennelli nel palchettone di questa casa, lasciarli impolverare, dimenticarli e non adoperarli mai più. I doveri hanno preso il posto.
- I doveri?
- Si. Dover essere una brava mogliettina, una brava amante, una brava lavoratrice, una brava nuora…
- Scusa, ti sei sposata?
- Ah! – rise amaramente – Hai ragione, Sara me lo ricorda sempre. Io chiamo Fiorenzo “marito”, mi rapporto a lui come se lo fosse, tutti intorno a me credono che lo sia proprio perché io lo chiamo così.
- E non lo è?
- No, non solo non lo è. Ma non vi è nemmeno la benché minima ipotesi di una data del matrimonio! Non c’è nulla! E con il lutto di mezzo – Dio, che crudeltà sto dicendo! Eppure è vero! – Con il lutto di mezzo non esiste neanche lontanamente l’ipotesi di pensare alle nozze! 
- A te piacerebbe?
- Mi piacerebbe, si, ma…
- A condizioni diverse, vero?
- Si, a condizioni diverse. Vorrei una vita diversa e più vivo questa, meno capisco quando, dove, come mi sono persa e che cosa, da dove potrei iniziare per cambiare strada! Vorrei sposarmi, si, ma non vorrei essere incatenata al lavandino, alla scopa, ai vestiti da mettere via, alla lunga sfilza di lavori da fare perché qualcun altro ha tutte le giustificazioni plausibili per sbattersene di me, della casa, di noi. E non vorrei nemmeno quest’asfissiante dovere verso la famiglia di lui! Vorrei lui, noi e basta. Invece sulla mia vita pendono mille ipoteche e a nessuno importa nulla del fatto che io stia morendo dentro!
- Ma a te importa? – Lo sguardo della religiosa era vivido, lucente, quasi brillava – Ti importa vivere?
- Si! Non mi riconosco e non mi piace la donna che sono diventata. Non mi piace vivere di rabbia. Talvolta ho reazioni spropositate, oppure in contraddizione. Ci sono momenti in cui mi sento così meschina, così vuota! Detesto il lavoro all’hotel. Odio entrare in quella casa nera e buia, che sa di chiuso e di morte. Credimi, Suor Ortensia, io soffro profondamente per Roberto, ancora di più per quel bambino che crescerà senza padre! Ci sono momenti in cui lo sento dentro di me quel bambino e me lo immagino crescere e chiedere a tutti: dov’è papà? Perché non c’è? Perché non è qui? E sento la sua voce piena di speranza e di paura. A volte ho letteralmente bisogno di tapparmi le orecchie e urlarmi dentro: basta!!! Per riuscire a zittire quel bambino dentro di me che piange tutto il giorno e che in ogni istante geme: dov’è papà? Che risposta si può mai dare a un bambino che cerca di capire perché il padre abbia scelto di abbandonarlo esattamente nel momento preciso in cui lui aveva più bisogno di lui? Quel bambino sta ancora lottano tra la vita e la morte e quando Roberto si è ucciso, la moglie aveva avuto minacce d’aborto. Non le danno psicofarmaci solo perché è incinta. Ogni giorno sento la voce di quel bambino. 
Lia stava per dire ancora qualcosa quando la suora la zittì con un dito, guardandola piena di compassione e di affetto. 
- Fatti abbracciare, Lia. Fatti abbracciare. Conosco ciò di cui parli e desidero farti sentire che non sei sola. – la avvolse nelle sue braccia. – Puoi fare molto per la tua vita, per il tuo futuro e per quella bambina nel cuore che urla in continuazione. Non sei sola. Sono con te.

8 messages:

  1. OOh, che bello! Finalmente un personaggio positivo (Suor Ortensia). Spero proprio che faccia sbocciare in Lia qualcosa di bello.
    PS: questa storia per me ha avuto una svolta col capitolo precedente. E' diventata viva e coinvolgente. Anche questo capitolo mi è piaciuto molto. Era necessaria una distensione della storia, che trovo scorrevole e ben strutturata.
    RispondiElimina
  2. Occhi di NotteFeb 24, 2011 06:16 AM
    :-) Infatti. Prima era necessario dipingere il quadro, diciamo così. Ma ora inizia il bello, in un certo senso. Non sarà facile, come tutti i cambiamenti. Come non è facile trovare persone positive, che ascoltano e non giudicano a priori o non si sentono in dovere di dare imposizioni, consigli, obblighi taglienti o meno.
    La collega è pur sempre collega, anche se va da un analista. Mentre Sara è lontana anni luce da Lia. Ci vuole una sorta di "tirare le fila" delle crisi precedenti, per andare oltre.
    E inventarsi una nuova esistenza, più vicina.

    p.s.: la tua mail di ieri mi ha fatto tanto piacere. :-)
    RispondiElimina
  3. "la frenesia degli irrisolti"... bellissimo!

    è come rendere qualcosa che rischia di bloccare i movimenti in qualcosa che ci dà la possibilità di farci amiche anche le più terribili ansie...
    RispondiElimina
  4. Occhi di NotteFeb 24, 2011 06:21 AM
    Esattamente. Anche perché possono non solo essere amiche, ma anche forzieri pieni di tesori. Chissà che cosa siamo in grado di fare quando facciamo accomodare la nostra ansia al nostro fianco e le diciamo: ti ascolto!
    RispondiElimina
  5. Molto forte, Occhi, molto intenso, si sente forte la sofferenza che hai provato qualche mese fa, mi hai colpito dentro...
    RispondiElimina
  6. Occhi di NotteFeb 24, 2011 06:31 AM
    ... Mi verrebbe da sorridere, Alchemilla, e fare una battuta su di me in riferimento all'ultima tua frase.... lasciami solo sorridere. :-)
    RispondiElimina
  7. Come dicevo qualche post fa, in cui ti premiavo ;), la tua scrittura - al di là di quale possa essere l'argometo trattato - mi comunica grazia, eleganza... e non tutti ci riescono... Complimenti!

    Ciao! ;)
    RispondiElimina
  8. Occhi di NotteFeb 27, 2011 08:18 AM
    @Vince: Ti ringrazio molto per i complimenti. Mi fa piacere sapere che sono riuscita a trasmetterti emozioni positive.
    RispondiElimina