venerdì 4 marzo 2011

Demo Letteraria: "Donna Ferula" di Maria Cinus

Abbiamo conosciuto la sensibilità di Maria Cinus, autrice di "Donna Ferula" nell'intervista che lei stessa mi ha gentilmente inviato, realizzata per "La voce del Sarrabus".
Quest' oggi lascerò spazio alla sua speciale demo letteraria. Maria mi ha fornito moltissimi brani tratti dal suo romanzo. 
A seguire una piccola selezione. 
Se vi farà piacere, l'autrice si è dimostrata disponibile affinché ne venissero pubblicati anche altri, oppure suoi racconti.
Buone emozioni.
DONNA FERULA

" Il viaggio aereo tra Roma e Cagliari non fu tranquillo, c’erano forti turbolenze, tant’è vero che facemmo quasi tutto il viaggio con le cinture allacciate. Nel sedile accanto a me, c’era un prete, preoccupato come e più di me; mi concentrai sul mio respiro mentre lui si aggrappava ai grani di un piccolo rosario. Finalmente toccammo terra.  
Quando arrivai all’aeroporto di Cagliari, ad aspettarmi c’era il solito vento vigoroso che rendeva tutto più pulito. Le nuvole si rincorrevano giocando; era una di quelle mattine in cui l’aspetto della giornata può cambiare diverse volte. Appena entrai nella macchina presa in affitto, notai che il sole aveva vinto sulle nuvole. Decisi di non puntare subito verso Muravera, ma di passare per Cagliari: lì avevo studiato un anno, nel 1972, ma soprattutto Cagliari era “il luogo incantato”, dove da bambina andavo con la mia nonna materna.
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A fatica, riuscii a trovare un parcheggio, quindi entrai. Dovetti chiudere gli occhi: quell’ambiente, tanti anni dopo, mi dava sensazioni vecchie e nuove. Gli stessi odori nell’aria, lo stesso brusìo in quel dialetto spigoloso... Come se attraverso i miei sensi, si compisse il miracolo di annullare il tempo trascorso. Mi feci cullare dolcemente, fino a che non mi accorsi che mancava poco a mezzogiorno. Allora mi scossi dal mio stato di beatitudine e mi precipitai alla macchina.
 Mi sentivo piacevolmente libera e avevo voglia di rivedere il mio mare. Luoghi a me familiari sfrecciavano dal finestrino, per scomparire prima ancora che avessi il tempo di guardarli. Man mano che il nastro d’asfalto veniva inghiottito dall’automobile era come un riavvolgere le bobine: sentivo che tornare lì, in quei posti, e rivisitare il passato, mi avrebbe aiutata a capire molte cose.  
Arrivai a casa dei miei genitori, mangiai qualcosa parlando con loro, poi nel pomeriggio andai a fare una passeggiata. Passando tra le vie del paese, nella parte vecchia, vidi una donna che mi parve di conoscere; mi sorrise salutandomi. 
Altre persone mi guardavano timidamente, quasi di sfuggita, forse riconoscendomi o forse solo chiedendosi chi fosse quella sconosciuta. Mi sentivo sperduta e affiorò l’impulso di ripartire subito; allora, mi imposi di camminare per il mio paese come ai vecchi tempi, cercando di ritrovare quel senso di sicurezza che solo il luogo natìo ti può dare. 
Mi scossi quando mi sbatterono quasi contro due bambini che si stavano disputando una trombetta di quelle che sembrano di metallo, ma sono di plastica e poi cromate. Appena uno dei due se ne impadroniva, cercava di suonarla, fino a che l’altro non gliela strappava, cercando a sua volta di emettere un suono.

Sorrisi perché ripensai ad un’altra trombetta che affiorava nei miei ricordi, suonata da un personaggio tipico della Sardegna del passato: su bandidori. Annunciato da tre squilli della sua trombetta di ottone e di osso, rividi “Liberucciu” rifluire per le vie del mio rione e le persone uscire curiose ad abbeverarsi a quello che era il giornale dell’epoca:
“Si ‘ettada custu bandu cun su permissu de su sindigu, si avvertidi sa popolazioni.….”. In genere, erano notizie di interesse generale di cui il comune riteneva opportuno avvisare la popolazione, tipo orari degli uffici, orari ritiro immondizia, organizzazione colonie estive, vaccinazioni, inizio scuole. Altre volte erano i commercianti che, anticipando la moderna pubblicità, davano mandato al comune di elencare i loro prodotti, dalla carne al pesce ai formaggi, fino ad arrivare alla legna da ardere:
“pezza  ‘e crabittu, pezza ‘e mascu, linna boha ……”
 
E, intanto che gli squilli della trombetta e le urla dell’uomo si andavano affievolendo, come di qualcuno che ha svolto il suo compito e se ne va, una muta di ricordi indistinti mi percorse la mente. Mi sembrava come quando, in treno, metti la testa fuori dal finestrino e guardi avanti. E ti manca il respiro. "


"Nelle calde serate d’estate, all’Hotel Corallo, impazzava un’orchestrina: un pianoforte, un sax, un contrabbasso, una chitarra ed un cantante col ciuffo imbrillantinato accompagnavano le coppie che ballavano guancia a guancia o che improvvisavano scatenati twist: nell’aria un aroma di cassate gelate e di bibite fresche. Mia sorella, spalleggiata dall’amica Pia con il fidanzatino Gianni, aveva il suo  bel da fare a convincere nostra madre, che vedeva il ballo come occasione di  pericolo, perché le permettesse di andare. Qualche volta riusciva nel suo intento e io la ricordo, indossare emozionata le prime calze di nylon e il vestito a pieghe. 
Da casa, sentivo, a tratti, ventate di musica provenire dal Corallo, immaginavo questo paradiso perduto, sognavo di essere lì e mi crucciavo di essere….troppo piccola. Sul tardi, poi, l’orchestra suonava un valzer lento e l’atmosfera si riempiva di sensualità. Altre volte, provenienti dal cinema all’aperto dei fratelli Paderi, sentivo una musica lontana e le voci degli attori, le mutazioni dei suoni che si muovevano nell’aria, portate dalla brezza. Tutto questo mi piaceva e mi conciliava il sonno.
D’inverno, l’orchestra si trasferiva nei locali interni di fianco al bar, e ricordo mia sorella quando usciva col suo elegante cappotto color cammello, che ondeggiava morbidamente dietro di lei quando camminava incerta sui suoi tacchi a spillo.
Sempre in quel periodo, qualche volta ci capitava di andare al mare con lo zio di un mio amico. Tzio Bulla, lo chiamavamo. Questo sant’uomo possedeva una delle poche macchine circolanti in paese: una vetusta e traballante “Fiat1100”, sulla quale  salivamo in cinque, sei bambini, armati fino ai denti di palette, secchielli e formine. Insieme si andava al mare per tutto il giorno. Dopo il bagno, si mangiava la frutta portata da casa: un bel grappolo di uva bianca, con gli acini duri, che scrocchiavano tra i denti. Ricordo che, quando andavamo a Feraxi, tzio Bulla passava col suo macinino,  attraverso una scogliera, su dei sentieri pericolosi, pieni di buche ed io chiudevo gli occhi per non pensare che potevamo fare un’unica frittata della “1100”, di zio Bulla e della nostra allegra brigata!  "

LIBRERIE IN CUI "DONNA FERULA" E' DISPONIBILE e ORDINABILE ANCHE VIA POSTA:

1)    Libreria Don Chisciotte
       Viale Cavallotti, 145
       63017 Porto San Giorgio (FM) tel.0734-678434
 
2)    Libreria Il segnalibro di Gulliver  
       Via Cavallotti, 123
        63017 Porto San Giorgio (FM) tel.0734-672033
 
3)    Libreria Valente
       Via Europa, 6
       09043 Muravera (CA) tel/fax 070-9930476
 
4)    Libreria Lo Scrigno
       Via Roma, 198
       09043 Muravera (CA) tel.070-2359952
 
5)    Libreria Piras Andrea
       Via Marconi, 44
       09043 Muravera (CA) tel.070-9930851
 
6)    Libreria La Coccinella
       Loc.Olia Speciosa
       09040 Castiadas (CA) tel.328-6915809

3 messages:

Gabe ha detto...

Grazie per aver condiviso queste emozioni
Buona giornata

Vele Ivy ha detto...

Il tema del ritorno a casa dopo tanti anni per me è un po' "pesante", perché anch'io me ne sono andata via di casa molto giovane. Per carattere tendo a focalizzarmi su quello che ho adesso, semmai tenendomi stretti i ricordi del passato ma guardandoli con un certo distacco e ironia. E' il mio modo di vivere il presente.
Quindi questo brano mi mette un po' di "disagio"... ma solamente per una caratteristica mia personale! Comunque la lettura mi ha indubbiamente suscitato delle emozioni, se no non avrei fatto queste riflessioni!

Carolina ha detto...

@Gabe: Figurati. E' così difficile per gli scrittori farsi conoscere e superare tutte le difficoltà di distribuzione, costi e varie... E' bello poter creare questi spazi.

@VEle: Penso che se un romanzo riesce a suscitare delle emozioni, belle o brutte, è già un traguardo. Fin troppa scrittura asettica, spegne l'animo delle persone. Quando ci son penne che riescono a toccare e smuovere ricordi.. è bene non perderle di vista.

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