sabato 19 marzo 2011

Quattro chiacchiere con Crema Chantilly

Donna seduta sullo scoglio,
ammira l'orizzonte
Un paese frammentato ha bisogno di esempi positivi di coraggio, scelte, volontà.
Esempi lontani dalla propaganda e dai "magheggi" culturali dei burattinai. La ricerca è uno di quei luoghi italiani bistrattati, sempre in affanno.
Molti ricercatori, esasperati dai rifiuti e dalla situazione italiana, scelgono di emigrare.
 Crema Chantilly, blogger, ricercatrice italiana è un esempio. Brillante studiosa, in Inghilterra ha trovato lo spazio che l'Italia le ha negato. Chantilly è anche una persona affetta da una malattia rara, senza diagnosi, senza prognosi.  Chantilly è una donna che ha scelto la vita. Per questo ho deciso di presentarvela.


Grazie per aver accettato di condividere la tua esperienza con noi. In questo momento di forte crisi è importante trovare esempi positivi e tu, secondo me, fai parte di quelle “persone-speranza” capaci di dare molto. 
Iniziamo dal principio: il trasferimento in Inghilterra e il lavoro all'università
Qual era il tuo sogno quando sei partita? L’hai realizzato? 

In Italia lavoravo come libera professionista e affiancavo alla consulenza attivita’ di ricerca ottenendo assegni e borse dall’estero. Ho fatto per 10 anni la spola fra le mie due esistenze, fra la consulente e la ricercatrice e ad un certo punto ho deciso che dovevo scegliere. La situazione economica italiana e le difficolta’ della libera professione, unite al rammarico per non aver fatto il dottorato dopo la laurea hanno iniziato a rimbombarmi in testa. Amici, colleghi, clienti, tutti non facevano che ripetermi che ero una mente piu’ accademica, troppo creativa per il mondo della consulenza e cosi ho iniziato ad esplorare il mondo della ricerca.
All’inizio andavo a tentoni, cercando di capire esattamente in quale ruolo e posizione potessi inserirmi, ma poi la Vita ci mette lo zampino e mi fa incontrare la ‘persona giusta’. 
La persona giusta, il mio mentore, in questo caso, e’ stato un professore che non ho mai incontrato di persona ma che mi ha letteralmente presa per mano e guidata, mi ha fatto le domande giuste, mi ha fatto riflettere e mi ha dato fiducia.
A volte tutto quello che serve sono le domande giuste
E cosi ho iniziato a cercare la posizione mandando domande e scrivendo progetti di ricerca. 
Ovviamente ho dovuto puntare sull’estero, e’ inutile ribadire lo stato della ricerca italiana.  
E poiche’ insegnare, studiare e fare ricerca sono la mia passione, ho deciso di investire su di me. 
E nell’arco di neppure sei mesi mi sono trovata con 3 offerte di altrettanti atenei europei. 
Piu’ di quanto potessi sperare e di quanto potessi immaginare. 
Ho fatto delle mie passioni la mia vita, forse non e’ realizzare un sogno, ma vivere con la consapevolezza delle proprie potenzialita’ e cercare di realizzarle nei modi che mi sono dati. 
Il trasferimento e la presa di posizione, il voler investire su di me, sul mio potenziale poi e’ accaduto in un momento molto delicato, proprio dopo la malattia

Quando le statistiche non ti permettono di avere certezze, le uniche certezze che potevo trovare erano quelle che mi costruivo. Una malattia rara significa non avere prognosi, e non avere prognosi ha significato per me scommettere con me stessa e con la Vita. 
Se la malattia vuole tornare, faccia pure. Io pero’ non accetto di aspettarla, di essere vittima, di farmi condizionare. Mi sono detta: “che io resti in Italia, faccia dei lavori che non mi gratificano e sia insoddisfatta o che parta e realizzi me stessa, non cambia le cose. Se Lei - la malattia - vuole tornare, mi trovera’ ovunque e comunque. Ma io non la sto ad aspettare. Io intanto vivo per evitare di avere rimpianti per cose non fatte per la paura che Lei torni.”. Ho vinto la mia scommessa. 
Sono state due scelte molto impegnative, che sicuramente ti hanno messo più e più volte a confronto con i tuoi limiti e le tue parole. 

Qual è stato il dono più significativo di queste prove, il traguardo più bello che senti di aver raggiunto? 

Il traguardo piu’ bello che ho raggiunto e’ la serenita’ e l’armonia con me stessa. La gente che mi vede dall’esterno spesso pensa che sia una persona leggera, un ‘cuor contento’ - e a dire il vero lo sono. 
Ma questa leggerezza e’ frutto di analisi, sforzi e continua ricerca di me. 
La leggerezza e’ figlia della consapevolezza e del rapporto che ho costruito con me stessa, con tutti i miei pezzettini sparpagliati - mettendo in equilibrio i differenti aspetti di me e imparando a conoscermi e conoscendomi, ad accettarmi. Con tutti i miei limiti. 

La malattia. Ti va di parlarcene?  

Lei e’ una parte di me - anche se adesso e’ addomesticata e secondo la medicina sono in remissione. 
E’ arrivata in un giorno di inverno, senza avvisi o accenni di alcun genere. 
Da un giorno all’altro semplicemente tutto era cambiato. 
Per anni guardando in TV Dr. House sorridevo domandandomi se certi casi fossero reali o meno. 
Mi sembravano storie estreme. Ho avuto la risposta. 
All’inizio nessuno capiva cosa stesse accadendo, i medici non riuscivano a capire cosa stesse succedendo. Ed io mi aspettavo ogni giorno che un medico mi dicesse secco che mi restavano pochi mesi di vita o che avrei dovuto fare terapie o interventi invasivi o che in futuro avrei avuto delle disabilita’ di qualche genere. Invece un giorno i medici mi guardano e mi dicono semplicemente che ho una malattia rara, origine sconosciuta, nessuna terapia mirata se non sintomatica, nessuna prognosi - alcuni pazienti nell’arco di qualche anno tornano normali per sempre, altri alternano fasi di remissione con fasi acute ed altri ancora sono meno fortunati. L’incertezza e’ stata la mia salvezza. 
E’ stata la notizia piu’ bella che potessi ricevere perche’ nell’incertezza la partita era solo fra me e Lei. 
Per mesi ho riflettuto su me stessa, su cosa volessi dalla vita, su come avevo vissuto e come volevo vivere. Ed ecco che quell'incertezza e’ diventato il mio jolly - potevo provarci di nuovo e meglio. Avevo una seconda chance. E cosi ho iniziato a riflettere sulla possibilita’ di andare all’estero, sulla mia vita, su me stessa. La malattia e’ stata una delle lezioni piu’ importanti che abbia ricevuto. 
Era esattamente quello che mi serviva per riallinearmi, per fermarmi e per pensare. 
In un certo senso sono grata alla malattia perche’ mi ha insegnato piu’ di quanto non possa descrivere, mi ha aiutata a diventare quella che sono e a iniziare un percorso di introspezione che forse non avrei intrapreso. 
Mi ha resa piu’ forte, consapevole e - ironicamente - piu’ leggera nel vivere. 
Ho conquistato quella consapevolezza di me che oggi mi permette di affrontare tutto serenamente - ho imparato ad apprezzare quello che ho senza curarmi di cio’ che mi manca, ho imparato che l’ansia e lo stress non sono soluzioni, ma semplice spreco di energia e di risorse. 
Ho imparato ad accettare quello che capita, senza farmi domande, senza lamentarmi e a vedere ogni cosa come un’opportunita’. 

Nel periodo dell’incertezza sulla diagnosi e sulle cure, nei momenti in cui costei ti ha più condizionato la vita, colpendo il tuo corpo senza ritegno, non hai mai cercato di usare l’arma della malattia per avere attenuanti o pena dalla vita e dalle persone. 
Non hai nemmeno mai voluto essere limitata al concetto di “ammalata”. Qual è la filosofia alla base di questo approccio alla vita, a te stessa e alla malattia?  

Ho sempre rifiutato l’etichetta di ammalata. Tanto che non ho mai neppure detto a nessuno della mia condizione. Sono una persona molto indipendente, ho sempre vissuto da sola e non mi piaceva l’idea che gli altri mi valutassero in relazione a Lei piu’ che per me e per quella che sono. In genere non parlo mai di Lei, se non solo ad amici. Anche nei mesi peggiori, sfuggivo le persone per non dare spiegazioni. Ed ho sempre odiato gli ospedali dove prendevano in considerazione parti singole della mia carcassa ancora pulsante. 
Io ero e sono ancora io, me stessa, una Persona. 
Solo che a farmi compagnia e’ arrivata  Lei - ospite inizialmente non desiderata ma con cui ho instaurato un rapporto di amore-odio. Tipico caso di sindrome di Stoccolma, la vittima si innamora del carnefice; ma Lei piu’ che carnefice e’ stata una maestra esigente. L’ho personificata, immaginandola come una sorta di folletto bizzarro che colonizzava le mie cellule, immaginandola euforica e dispettosa all’inzio, affaticata ed annoiata col passare del tempo e ora addormentata da qualche parte. E’ una parte di me, oggi. 
Io non sarei quella che sono senza di Lei ed in un certo senso, le devo molto. 
So che sembra paradossale, ma la malattia e’ stata una delle cose migliori che mi siano capitate. 
Ma io posso dirlo perche’ sono fortunata - perche’ alla fine sono qui, sto bene, ho ritrovato me stessa e posso raccontarlo. E senza di Lei forse brancolerei ancora nell’incertezza e nei dubbi in cui la vita mi aveva incanalata. La malattia mi ha insegnato soprattutto ad apprezzare il presente, ad apprezzare cio’ che ho. Prima della malattia avevo molto, ma ero concentrata su quello che ancora non avevo ed avevo perso di vista chi ero e dove ero. Ho imparato ad essere qui ed ora, a godere del momento, ad apprezzare quello che ho e a non chiedere nulla, ma accettare quello che la Vita mi porta. Ho come la sensazione che la Vita porti sempre quello che mi serve nel momento giusto. E molto spesso il momento giusto non e’ quello che immagino io, non coincide con i desideri. 
Le cose accadono sempre per una ragione, sono lezioni - lezioni che magari necessitano di tempo per essere assimilate e interiorizzate, a volte occorrono anni per rimettere a fuoco certi avvenimenti, ma se si fa un lavoro di analisi e razionalizzazione e’ come se tutto fosse unito da un sottile filo che si dipana conducendoci dove e’ giusto che sia. A volte la razionalita’, le gabbie intellettuali e sociali ci guidano in direzioni che non sono le nostre, ed e’ quello che accade a persone che fanno mille sforzi per conseguire risultati ed obiettivi senza riuscirci. Era quello che capitava a me prima della malattia, prima dell’incontro con il professore che mi ha fatto le ‘domande giuste’. A volte non ci facciamo le domande giuste
Nel momento in cui ho iniziato a farmi le domande giuste, le cose sono state semplici e spontanee. 
Esiste una direzione ed un percorso.   

La malattia ti ha fatto scoprire anche nuovi orizzonti a livello di dieta e abbinamenti. Ce ne puoi parlare? Quali sono stati i cambiamenti e i benefici più forti? 

La scoperta della dieta e della filosofia macrobiotica e’ stata senza dubbio una tappa importante. 
Lei si e’ divertita molto a limitarmi anche in fatto di alimentazione, i medici non capivano - ancora una volta. Ed ancora una volta ho testato me stessa e su me stessa perche’ tramite la malattia ho sviluppato una conoscenza profonda di me, del mio corpo, di quella che sono. E cosi ho deciso di approfondire il rapporto fra il corpo ed il cibo. Dopo pochi mesi in macrobiotica ho iniziato a stare meglio, ho proseguito lo studio delle filosofie orientali e l’approccio macrobiotico del bilanciamento. 
La dieta macrobiotica, infatti, non si basa su ‘menu’ preconfezionali, calorie, percentuali di grassi. 
E’ un approccio globale in cui attraverso l’alimentazione, la combinazione di cibi e stili di cottura, si cerca l’equilibrio. I pasti devono essere pensati prima che cucinati - ogni cibo e’ portatore di energia che deriva dalla propria composizione, e ogni metodo di cottura modifica le energie degli alimenti. 
Creare un pasto macrobiotico significa capire i concetti base di questo equilibrio, capire di cosa il nostro corpo ha bisogno, di quale energia, capire il contesto in cui si vive. 
La macrobiotica e’ basata sulla semplicita’ degli ingredienti, tutti integrali, e delle cotture. I cibi devono essere locali per permetterci di riacquistare l’equilibrio non solo con noi stessi, ma con l’ambiente che ci circonda. Non e’ facile approcciare la macrobiotica, o praticarla nel modo piu’ rigoroso sempre - ma i benefici sono davvero notevoli. A livello energetico, a livello di umore ma soprattutto e’ un modo per iniziare un percorso ed una ricerca di equilibrio che trascende la dieta e si esprime in ogni aspetto della vita. 
Io non posso che dare il consiglio che diedero a me: provare per 3 mesi. 
Non sono mai stata meglio ed ogni volta che per lavoro sono costretta a scendere a compromessi, attendo con ansia di tornare a casa alla mia dieta di alghe, miso, cereali integrali, legumi e verdure. 
Perche’ la macrobiotica e’ questo, ma non si pensi che sia noiosa - ho scoperto ingredienti e sapori che altrimenti avrei ignorato, ho imparato a cucinare e sperimentare e a giocare con le energie. Gli apparenti limiti della macrobiotica - almeno agli occhi degli onnivori - sono invece opportunita’.   

Se tu potessi dire qualcosa a tutti quei giovani disorientati e delusi a livello politico, continuamente a confronto con realtà di disoccupazione o sfruttamento lavorativo, che cosa diresti loro, anche alla luce di tutte le battaglie che hai dovuto combattere per vivere e per realizzarti? 

Vorrei avere risposte, ma non credo di essere all’altezza. Manca una coscienza sociale e collettiva in Italia, l’individualismo e la soggettivita’ annichiliscono ed impoveriscono la societa’. 
Il problema e’ che spesso le persone non sanno scegliere cosa fare della propria vita perche’ non sanno guardarsi dentro, spesso mancano di empatia con gli altri e peccano di presunzione ingabbiati nei limiti del proprio egicentrismo. 
L’assenza di una vera meritocrazia e l’ipocrisia poi non aiutano: tutti sono pronti ad indignarsi per i soliti ‘raccomandati’ che ottengono posizioni di rilievo per meriti ‘altri’, ma al tempo stesso tutti sono alla ricerca di una raccomandazione. Manca fiducia in se stessi e nel sistema.
 Il lavaggio del cervello mediatico poi non aiuta certo ad aprire gli orizzonti, non propone modelli sani, non suggerisce alternative praticabili a chi non ha voglia di approfondire e a chi non crede in se stesso. Ma per credere in se stessi, per avere fiducia in se e nel prossimo, bisogna prima conoscersi. 
L’oracolo di Delfi e Socrate hanno gia’ detto tutto: conosci te stesso e sappi di non sapere. Umilta’ e introspezione

La cultura è merce rara in Italia. Poco praticata realmente, poco considerata, non valorizzata a livello lavorativo. Fin troppo spesso comportamenti mafiosi entrano a far parte del quotidiano e fin troppo spesso tra il bravo e il raccomandato si sceglie quello che porta acqua al mulino del partito. All’estero, in UK, che ruolo ha la cultura? Come viene praticata? Che cosa potremmo imparare noi italiano dal mondo inglese odierno, o quantomeno prenderne spunto per adattarlo alla nsotra realtà, in positivo? 

La mia vera sorpresa qui e’ la meritocrazia - io sono arrivata qui per caso, sono stata valutata per qualche pagina scritta, qualche idea e qualche riga sul curriculum. Parlando di media, io vedo dei documentari in prima serata sulla BBC eccezionali, c’e’ molta voglia di fare cultura, di trasmettere e di far crescere la nazione. Pero’ lavorando in un contesto accademico, la mia percezione e’ necessariamente distorta - sono privilegiata essendo a contatto per la maggior parte con persone di cultura ed istruite. 
Di certo la cosa piu’ ironica e’ che qui, piu’ una persona e’ istruita e, piu’ e’ semplice ed alla mano - le persone piu’ originali nel pensiero, le persone con i titoli e gli onori accademici piu’ elevati che conosca, le persone piu’ istruite che incontro, sono quelle piu’ spontanee. Sono quelle persone che si fanno chiamare per nome, senza formalismi e non vogliono sentire parlare di titoli o epiteti. 

Il tuo blog è molto seguito. La scrittura è stata più volte un’ottima alleata contro i momenti no e per affrontare difficoltà, ma anche per raccontare le gioie, gli incontri e un nuovo cammino spirituale da poco iniziato. Che cosa significa per te scrivere? 

Sono una grafomane da sempre. Il mio blog e’ poco piu’ che un diario sconclusionato - ci infilo quello che passa per la testa e fisso certe emozioni, certi momenti. Sorrido se penso che il blog ha 7 anni - fra alti e bassi - a volte non scritto per mesi, per poi tornare. A volte lo rileggo - e lo trovo uno strumento per capirmi e di introspezione fondamentale per me. E’ il mio psicoterapeuta diacronico
Sempre piu’ spesso scopro che le risposte che cerco le ho gia’, solo che… o non formulo le domande correttamente oppure fatico a prendere consapevolezza dei fatti e della realta’. 
Il blog mi aiuta in questo - fissando emozioni, idee e sensazioni, quando a distanza di tempo le rileggo e le confronto con il presente ho tutti gli elementi che mi servono per capire cio’ che sto cercando. 
Scrivere e’ uno sfogo, e’ dare vita e forma all’impercettibile, dare fisicita’ ad emozioni e sensazioni che altrimenti sarebbero destinate alla caducita’ ed all’oblio. 

Ultimamente hai iniziato un cammino buddhista. Come sei giunta a questa scelta? Ti dona pace? Che cosa pensi della fede? 

Sebbene cresciuta in un contesto cattolico, la filosofia - Freuerbach in particolare - mi hanno indotto ad un agnosticismo di fondo. Non apprezzo l’istituzione della Chiesa, le sue interferenze con la vita sociale e politica, il suo essere prescrittiva in base a dogmi e il suo proporre regole senza proporre un vero cammino individuale e di crescita. Ma ho sempre avuto una profonda ammirazione e una certa invidia per le persone religiose. Anche durante la malattia, non riuscivo a pensare di pregare, non riuscivo a percepire la divinita’. So che forse perdo qualcosa, ma non posso fingere un sentire che non ho. 
Nelle filosofie orientali il nucleo non e’ l’istituzione o la dignità’, ma e’ l’individuo ed il suo equilibrio con se stesso e con l’universo. Induismo e buddismo sono percorsi interiori ed intimi, sono filosofie che si concentrano sulla persona e sulla ricerca di se e di nuovi modi per migliorarsi e trovare il proprio posto.  
Ci sono arrivata per caso, gradualmente - prima per curiosita’, poi con la macrobiotica e poi tramite incontri - perche’ come credo - nulla capita per caso e le cose accadono sempre al momento giusto. E tramite lo studio, la meditazione e la riflessione ho trovato la mia dimensione, quel senso di appartenenza all’Universo, quell’empatia, quel senso di appagamento, completezza e completa accettazione che scaturisce dalla consapevolezza di se e del proprio posto. Ma e’ un percorso ancora lungo e forse non finira’ mai. 
L’importante pero’ e’ iniziare.

Il blog di Chantilly: http://chantilly.splinder.com/

7 messages:

chiara moltoni ha detto...

Bellissima questa intervista! Grazie Carolina, andrò subito a sbirciare sul blog di Chantilly...
Buon we
Baci e caramelle

Carolina ha detto...

Si, è veramente una persona da scoprire!

tittidiruolo ha detto...

:)) bellissima!

Elwe ha detto...

Grazie a tutte e due per averci regalato parole di speranza ed una esperienza davvero bella.
Grazie ancora

Carolina ha detto...

@tittidiruolo: si, proprio bella. :-)

@Elwe: è importante avere esempi positivi. :-)

la fenice ha detto...

è così bello vedere finalmente un esempio positivo, una persona che procede, nonostante tutto, consapevole della paura ma determinata nel combatterla!
grazie per aver pubblicato questa intervista, una grande ispirazione!
buona giornata!

Carolina ha detto...

E' tanto importante! Quando le cose sono nere-nere-nere è importante appellarsi agli esempi positivi e non falsificati. La gente lotta per i propri sogni e per la propria felicità ed è possibile raggiungerla.

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