lunedì 4 aprile 2011

Arte terapia in soccorso alle ferite invisibili

Immagine tratta da adhikara.com
Hanna Scaramella è una pittrice. Seguo il suo blog, "Ferite invisibili", nella piattaforma Splinder, da tempo.
Artista, arte terapeuta A.T.I., A.P.I.A.RT, Art Psycotherapist Goldsmiths University of London, Hanna lavora in ambito pubblico e privato e nella formazione, in Italia, in Bosnia Herzegovina e in Russia. 

E' una "persona-speranza". 

Arte terapia, creatività, scrittura, ascolto, silenzio, memoria, speranza, rispetto, futuro, giustizia, risposte, ricerca

Oggi, amici del blog, andiamo in Bosnia Herzegovina, viaggiando attraverso l'iperspazio creativo generato dalla tavolozza dei ricordi di donne e bambini, operatrici e terapeuti. 



  • Che cos'è per te la creatività? Come hai fuso la tua professionalità con l’arte?


Creatività, per me, è soprattutto sinonimo di intuizione. Intendo qualsiasi intuizione, anche il pensiero che nasce in  noi quando troviamo una soluzione ad un problema.
Arte è il dare seguito ad un’intuizione. Nel campo dell’arte visiva, ad esempio, succede che il pensiero creativo mette in moto il nostro corpo in rapporto alla materia, dall’azione scaturisce la forma: un oggetto che rappresenta qualcosa che fino a poco prima era solo un filo di energia inconsistente e vagante. 
Questo succede in qualsiasi forma d’arte, per materia possiamo considerare anche le note musicali, ad esempio, o le parole del poeta. Ho iniziato a dipingere da bambina, per me la vita è direttamente connessa con la pittura, è un bisogno fisiologico, un po’ come mangiare o andare in bagno. 
Il mio lavoro come arte terapeuta è in un certo senso la diretta conseguenza del mio lavoro artistico. Rappresenta un ulteriore coltivare vita lì dove si annida una minaccia di distruttività, come nelle psicosi, o nei vissuti traumatici, nell'anoressia, così come nelle depressioni.

  • La creatività come strumento e come cura, l’arte come terapia. Ci racconti il tuo percorso e il tuo pensiero rispetto questi elementi nella cura del trauma? Inoltre, in diverse occasioni hai scritto nel tuo blog “Ferite Invisibili” come la scrittura sia stata terapeutica per te, come ti abbia aiutato ad aprire spiragli, a comprendere, a porti domande, a trovare risposte cercate nel profondo. Che cosa pensi, in generale, della scrittura come strumento di difesa e di conoscenza, di terapia e di benessere?


Pennelli, tavolozza, tela dipinta con colori caldi.
Immagine tratta da google.it
Disegnare, dipingere o modellare la creta permette di esprimere vissuti troppo dolorosi per poter essere definiti e comunicati con le parole, e allo stesso tempo le immagini consentono di creare una certa distanza da essi. Un oggetto creativo nasce dal mondo interno del suo creatore, è dare forma a qualcosa che mi piace definire “conosciuto non pensato” rendendo possibile una dimensione che lo rende visibile, pensabile e osservabile nelle sue qualità e condiviso. 
Gli aspetti simbolici osservati nella rappresentazione permettono di essere ricondotti ai vissuti dell’esperienza traumatica e di coglierne aspetti nuovi e fino ad ora sconosciuti; pensare il proprio vissuto attraverso un linguaggio simbolico consente di dare un contenimento e una forma a ciò che era troppo terribile per essere espresso in modo diretto, e di trovare strumenti per dialogare con i vissuti indicibili avviando un processo di trasformazione interiore.
Questo è in sintesi ciò che viene proposto con un trattamento di arte terapia. 

È necessario offrire uno spazio di ascolto e di espressione di sé che abbia queste caratteristiche perchè un adulto o bambino vittima di un trauma possa recuperare le proprie risorse, utilizzarle e investirle nella vita quotidiana. Che sia attraverso la pittura, la musica, la danza o il gioco non fa grande differenza. 
La cosa importante è uno spazio in cui esprimersi e, soprattutto per  un bambino, quello sul piano simbolico è il più vicino alla sua sensibilità. È necessario però che un simile spazio espressivo sia offerto da adulti che non lo giudichino, che non insegnino tecniche con finalità estetiche, ma piuttosto in grado di ascoltarlo e comprenderlo nella sua individualità, nei suoi bisogni, paure e desideri, e di raccoglierli; insomma: è indispensabile che il lavoro sia condotto da una persona professionalmente ben preparata.

Lavoro da quindici anni come arte terapeuta, e prima di iniziare a lavorare ho intrapreso una formazione molto seria, allego il link della scuola con la quale mi sono formata: http://www.arttherapyit.org/2009/art09_home.php

Baule aperto con fogli scritti,
arrotolati che escono alla rinfusa.
Immagine tratta da:google.it
La scrittura per me ha rappresentato un’altra possibilità di rendere “concreto” ciò che vivevo attraverso le percezioni. Scrivere è stata una necessità nata durante la mia permanenza in Bosnia Herzegovina, un modo per testimoniare ciò che vedevo nelle strade, tra la gente, e di raccontare l’esperienza dei laboratori di arte terapia che conducevo laggiù, uno strumento per fermare pensieri e sensazioni, poterli riattraversare e conoscerli meglio. Scrivere è un altro modo di soddisfare la necessità di dare vita e corpo a qualcosa di impalpabile e allo stesso tempo emotivamente molto potente, qualcosa di simile a ciò di cui parlavo poco prima a proposito della creatività e della pittura.
Raccontare con le parole quello che stavamo facendo insieme, con l’arte terapia, i bambini, gli adolescenti ed io, ha rappresentato un modo per riflettere sul nostro lavoro e di rompere l’isolamento in cui è sempre chiuso il vissuto traumatico, e la stessa gente di Bosnia con le loro storie di orrore.

  • Hai lavorato per lungo tempo in Bosnia Erzegovina, conducendo laboratori creativi nell'orfanotrofio di Tuzla. Come sei giunta proprio lì? Che paese hai trovato? Quali erano le attività creative che svolgevi? Come hanno reagito i bambini davanti alle tue iniziative?

Cartina geografia della Bosnia hersegovina,
con in risalto le città di Tuzla e Sarajevo.
Immagine tratta da: ilteatrino.splinder.com
Sono andata in Bosnia per la prima volta nel 2002, con un’associazione americana, Art Reach, ho lavorato con altri sette colleghi in un progetto di trattamento dei traumi di guerra rivolto agli insegnanti e ai ragazzi e bambini delle scuole di tutto il cantone di Tuzla
L’Università di Cà Foscari ha pubblicato un mio scritto a proposito di quell’esperienza, è possibile scaricarlo alla pagina web: http://www.unive.it/nqcontent.cfm?a_id=21724 (l’articolo è firmato Cristina Scaramella, manca il nome Hannah, ma sono io).

Quella prima volta in Bosnia è stata un’esperienza molto importante, sotto molti punti di vista, e non ho potuto fare a meno  di tornarci negli anni successivi e continuare il mio lavoro come volontaria. 
I primi anni le devastazioni lasciate dalla guerra erano ancora molto visibili, nelle città così come nelle persone. Poi gradualmente le ricostruzioni hanno cancellato le macerie nelle città. 
Da qualche anno Sarajevo, ad esempio, appare completamente ricostruita, così anche Tuzla. Ma le ricostruzioni non sono avvenute allo stesso modo nelle campagne dove ancora adesso ci sono villaggi in cui la guerra sembra finita ieri. Le ferite lasciate nelle persone invece sono intatte, i progetti d’intervento professionale alla cura dei traumi sono stati pochissimi e attualmente completamente inesistenti, come se il tempo guarisse le ferite dell’anima, cosa del tutto falsa, anzi si può dire che il tempo le cementifica. Il fatto è che la cura dei traumi psicologici non offre nessuna visibilità alle ONG che promuovono interventi di risanamento: è la legge del bisness del dopo guerra, ed è per questo che le ho chiamate ferite invisibili.

I partecipanti ai laboratori di arte terapia hanno creato immagini utilizzando sia materiali tradizionali, come collage, tempere, creta, che del genere considerato da riciclo come lo spago, le scatole, ecc. 
Di solito il gruppo si dava un tema sul quale lavorare (come ad esempio la rabbia, o il presentare se stessi attraverso un’immagine) ed ognuno era libero di rappresentare il proprio sentire e i propri pensieri con i materiali che preferiva, il mio ruolo è stato soprattutto quello di ascoltarli senza giudicarli, offrendogli uno spazio protetto e la possibilità di esprimere paure e bisogni.

I bambini e gli adolescenti con i quali ho lavorato (mi riferisco specialmente al mio lavoro nei due anni in cui  ho vissuto stabilmente a Tuzla, dal 2007 al 2009), hanno risposto molto bene alla proposta dei laboratori di arte terapia, venivano regolarmente e spontaneamente ai nostri incontri settimanali e i miglioramenti dei loro sintomi di post traumatic stress sono stati constatati da tutti: dalle maestre a scuola, dagli educatori che si prendevano cura di loro (i partecipanti ai laboratori di arte terapia erano tutti ospiti dell’orfanotrofio di Tuzla, o del campo profughi di Mijatović, alle porte di Tuzla) 
   
  • Le ferite della guerra erano evidenti negli edifici, nelle città e anche nelle persone. Che cosa ti ha lasciato, intimamente, quest’esperienza? Ti ha fatta crescere? Hai mai provato paura oppure la sensazione di non riuscire a “reggere” tutto il dolore che avevi davanti? L’arte, la creatività, la scrittura, ti sono mai venute incontro, sollevandoti un poco?

Questa esperienza ha cambiato il mio modo di stare al mondo, ha reso la mia condizione esistenziale del vivere più complessa, e non certo più felice o più facile, in ogni caso non sarei mai andata da quelle parti se fossi stata in cerca della felicità.

Ho un rapporto antico con il dolore. Ho imparato a portarlo senza restarne schiacciata soprattutto grazie agli strumenti che ho acquisito nella mia formazione come terapeuta e attraverso il mio personale percorso terapeutico. In molte occasioni il dolore che ho condiviso con le persone con le quali ho lavorato è stato dilaniante, e il timore che ciò che sentivo potesse essere troppo era utile perché mi ricordava i miei limiti. Però non mi sono mai chiesta realmente se ce l’avrei fatta o meno, ormai ero dentro, mi ero assunta una grande responsabilità verso le persone e cercavo di vivere giorno per giorno. 

Credo di portare ancora adesso i segni di quell’esperienza. 

Quando si lavora in simili contesti si deve essere consapevoli che inevitabilmente ci si scotta e che le cicatrici resteranno indelebili. Sì, l’arte e la scrittura mi hanno aiutato molto, ma ho anche avuto una buona supervisione durante il lavoro, ed è stata soprattutto quella a garantire la mia integrità psichica nei momenti peggiori. Non sarebbe stato possibile intraprendere il lavoro in Bosnia senza l’aiuto di una bravissima psicoterapeuta che mi è stata di grande sostegno e alla quale devo molto. Si chiama Silvia Amati Sas e vive a Trieste. La stessa gratitudine la devo a tutte le persone e le associazioni che dall'Italia hanno sostenuto il mio progetto, psicologicamente ed economicamente: l’associazione Progress, la casa editrice Infinito, la comunità ebraica riformata Shir Hadash di Firenze, l’Accademia di Psicologia Applicata di Palermo e molti altri.

  • Donne di Sbrebrenica” è un’associazione fondata da donne profughe di Tuzla sopravvissute alla pulizia etnica. Ce ne puoi parlare? Hai mai avuto l’occasione di portare i tuoi laboratori creativi all'interno di quest’associazione? Se si, ci puoi raccontare l’esperienza? Se no, ti piacerebbe, pensi che l’arte potrebbe essere un qualcosa in più a sostegno delle loro lotte, in particolare quelle legate con la volontà dell’alzarsi ogni mattina e continuare a vivere, sperare e cercare?


Genocidio a Srebrenica.Potoćari
Quattro file di bare coperte da un telo verde.
Immagine tratta dal sito del Comune di Pescara
Sono molte le associazioni create dalle donne sopravvissute a Srebrenica, le più numericamente “consistenti” sono quelle di Sarajevo e di Tuzla. In queste due città si raccoglie il maggior numero di donne che vivono lì come profughe dal 11 luglio 1995, giorno in cui le truppe di Mladić hanno massacrato 10.000 uomini e bambini di età tra i 14 e i 75 anni, uccisioni dichiarate genocidio da tribunale dell’Aja.
Dal quel giorno queste donne hanno sempre lottato per mantenere viva l’attenzione, fuori e dentro il proprio paese, sugli orrori compiuti ai danni dei loro familiari rivendicando il proprio diritto ad avere giustizia. 
Ricordo qui che Mladić e molti dei suoi complici sono ancora liberi.

Non credo si possa immaginare in quale stato vivono queste donne, ci vorrebbero molte parole per raccontare le conseguenze del loro un trauma senza offenderle con brevi sintesi. 
Essere sopravvissuti all’uccisione dei propri figli, padri, mariti, fratelli, è un’esperienza che congela definitivamente l’esistenza a quel vissuto: in poche parole non si ha più la possibilità di desiderare, di sperare, di volere qualcosa di buono per sé.

Donna che piange sulla bara.
Immagine tratta dal sito di "Life"
Oggi le donne di Srebrenica concedono a se stesse di poter continuare a vivere solo perché si sono date il compito di restare fedeli ai loro cari uccisi. “Stare meglio” non è il loro obiettivo, e il fare arte diventa un atto quasi  impossibile dopo un’esperienza così. Qualcosa che somiglia all’interrogativo che si è posto Adorno dopo la Shoà, quando si chiedeva:  “come è possibile fare poesia dopo Auschwitz?”.  

La prima cosa che desiderano queste donne da parte di chi non ha vissuto le loro esperienze è di essere ascoltate in silenzio. L’ho fatto in molte occasioni e ho sentito quanto fossero grate a chi non si avvicina loro proponendo delle soluzioni per migliorare la loro vita, ma semplicemente le ascolta e condivide in silenzio il loro orrore, la disperazione, il senso di impotenza. 
Non è facile, ma ascoltarle è l’unico modo per rispettarle. 

Credo che in questo contesto l’arte sia proponibile solo se utile a dar voce alle donne nel processo di riscatto del loro senso di giustizia, e un intervento di aiuto può essere possibile solo se condotto da qualcuno disposto a condividere i loro lutti e le loro lotte sul piano civile.

  • So che stai scrivendo un libro. Quale sarà l’argomento?


Nel libro che sto scrivendo racconto l’esperienza dei laboratori di arte terapia condotti in Bosnia e rivolti ai ragazzi e bambini dell’orfanotrofio di Tuzla, se ne possono trovare alcuni stralci nel link dell’associazione Progress di Firenze che ha sostenuto il progetto: http://www.associazioneprogress.it/progress_arte_terapia.html 

Hannah Cristina Scaramella, email: [email protected]il.com


ULTERIORI APPROFONDIMENTI:

  •  Le donne di Srebrenica.
http://www.srebrenica.ba/
http://www.donnamoderna.com/attualita/le-donne-di-srebrenica
http://www.dialogare.ch/Dialo_Vocabo_testi/D_Fogl07.htm

  • Arte Terapia
http://www.arteterapia.it/
http://www.arteterapia.info/
http://it.wikipedia.org/wiki/Arteterapia_e_scultura

9 messages:

  1. interessantissimo questo tuo post, mi segno i riferimenti per approfondire la tematica
    Grazie e buona giornata

    RispondiElimina
  2. è bello leggere di Hannah qui... Conosco lei, il suo lavoro e il suo godimento nel fare le cose che fa...

    RispondiElimina
  3. un percorso di cura molto affascinante, che si preoccupa di curare dal di dentro, un prospettiva che mi piace molto

    RispondiElimina
  4. Guerrero Negro04 aprile 2011 21:32

    Hannah è una bella persona.

    RispondiElimina
  5. E' veramente bello leggere i pensieri di persone che la conoscono!

    RispondiElimina
  6. Veramente molto molto interessante :D Grazie :D

    RispondiElimina
  7. é molto interessante...Hannah è sicuramente una grande donna. per esperienza personale, da pittrice, confermo in pieno la teoria sull'arte come mezzo di esternazione dei propri dolori...

    RispondiElimina
  8. Ammiro Hannah, per la forza con cui svolge il suo lavoro e, per il calore umano che sa trasmettere
    Lucycy

    RispondiElimina
  9. EserciziDiLettura17 maggio 2012 21:07

    da questa intervista traspaiano forza, speranza, bellezza; tanta, tanta bellezza... Incredibile Hanna. Bravissima Carolina.

    RispondiElimina