lunedì 14 novembre 2011

Intervista a Roberto Allegri, scrittore, giornalista

Roberto Allegri e il suo boxer. Foto di Roberto Allegri.

Roberto Allegri è un giornalista, scrittore italiano molto noto nelle librerie italiane. I suoi libri sui gatti e sui cavalli, la biografia di Al Bano, il tributo alla grande Maria Callas sono solo alcuni dei suoi successi letterari più importanti. L'intervista che segue tocca i temi scottanti della scrittura intesa come lavoro che richiede tanti sacrifici, il mondo dell'editoria (dal giornalismo alla possibilità di pubblicare un libro e trovare mercato). Roberto Allegri ci parlerà dei suoi nuovi lavori, dei suoi progetti e di come organizza il lavoro della scrittura. Molti consigli attendono gli aspiranti giornalisti e tutti coloro che custodiscono le loro opere nel cassetto, nell'attesa dell'editore giusto.


La scrittura è duro lavoro. Qual è la tua esperienza al riguardo?

Cara Carolina, hai usato i termini giusti. E’ un lavoro duro ed è importante dirlo. Non per vantarsi ma per dovere di giustizia, perché spesso si pensa che uno scrittore sia una persona che se ne sta seduta in poltrona, a fumare, in attesa di un’ispirazione per mettersi a lavorare. Niente di più lontano dalla realtà. Chi scrive, e soprattutto chi scrive per campare, lo deve fare ogni giorno, con ogni tempo e in ogni condizione di salute. Non ci sono scuse per sottrarsi a questa disciplina che è l’unica strada per riuscire a progredire. 

Bisogna anche tenere presente che scrivere è faticoso, faticoso fisicamente e non solo mentalmente. 
Ti faccio un esempio. Capita di dover consegnare un articolo d’urgenza, con solo un’ora o poco più di tempo a disposizione, di mettersi davanti al computer e di non avere idee. Il nulla. Però, non ci si può alzare e dire “Ho il blocco dello scrittore, proverò più tardi”, perché il direttore aspetta il pezzo. E devi scrivere non solo un articolo ma deve essere anche scritto bene, fluido, semplice, interessante. Se sei un professionista, lo fai ma, ecco, in momenti del genere scrivere è quasi un dolore fisico. Come un osso rotto. E per i libri è lo stesso. Certo, si lavora a un libro anche nel tempo libero, in tutta serenità ma, quando hai delle scadenze non puoi scherzare. Allora, vuol dire lavorare anche 15 o 16 ore al giorno, vuol dire alzarsi alle quattro e mettersi a tavolino, senza sabati ne domeniche, anche con il mal di testa, il mal di pancia, la nausea o la febbre. Ecco, scrivere per professione vuol dire anche questo. Ti dico tutto questo, lo ripeto, non per passare come eroe, ovviamente. Ma perché ci tengo a sottolineare che quello della scrittura è un impegno serio, da rispettare, tutt’altro che semplice o immediato come si può essere portati a pensare. 
E mi preme anche sottolineare che scrivere è una forma d’arte vera e propria, come la pittura, la scultura o la musica. Anzi, alla scultura si avvicina molto perché la scrittura ti obbliga a “togliere” ciò che non serve, che appesantisce la pagina, allo stesso dello scultore che toglie materiale al pezzo di marmo per cavarne fuori la statua. E’ strano.

 Ci sono cantanti pop che cantano pezzi non scritti da loro, su musica non scritta da loro, con poche doti vocali che però vengono da tutti definiti “artisti”. E invece si fatica a chiamare in questo modo gli scrittori. Chissà perché? Pensaci bene. In fin dei conti, prima c’è una pagina vuota e dopo l’intervento dell’autore c’è un testo scritto capace di veicolare emozioni. Non è arte, questa? 
E’ proprio come uno spartito musicale o un dipinto. 

Hai diversi libri in uscita. Quanti libri riesci a scrivere contemporaneamente? Come ti organizzi?

Da una decina di anni, esco con un paio di libri l’anno, con case editrici più o meno importanti. Apro una parentesi, indirizzata soprattutto a chi inizia a fare questo lavoro e vuole un consiglio. Mio padre mi ha insegnato che un libro chiuso nel cassetto non serve a niente e a nessuno. Perciò, piuttosto che tenere un lavoro chiuso a prendere polvere, in attesa di un editore importante, è meglio pubblicarlo anche con una casa editrice minore. E’ quello che faceva anche Buzzati. Pubblicava con tutti. 

Nel mio piccolo, cerco di seguire quell’esempio. Dunque, quest’anno a giugno è stato pubblicato Tra cielo e terra. Un’esperienza di vita tra i cavalli da Mursia. E a dicembre uscirà Il gatto: 1001 cose da sapere e da fare per Newton Compton. A gennaio, un altro libro per le Paoline sulla mia esperienza di padre. In teoria, si può lavorare anche a dieci o cento libri allo stesso tempo perché le idee non guardano il calendario e non aspettano che tu abbia finito un progetto prima di farsi sentire. 

Ho decine di quaderni con spunti, appunti, abbozzi di progetti, molti dei quali probabilmente non vedranno mai la luce, però parte del lavoro dello scrittore è anche questo e quindi, nella fase “mi segno l’idea, altrimenti me la dimentico” si può lavorare a molti libri contemporaneamente, di argomenti diversi tra loro. Non costa nessuna fatica, anzi nel passare da un genere all’altro il cervello si riposa. Quando però ci si deve concentrare su uno solo, quando si fa sul serio e si decide di finirlo, magari in vista di una scadenza contrattuale, allora le cose cambiano. In quel caso, io lavoro ad un libro solo per volta perché mi assorbe completamente. 

Come sai, io faccio il giornalista, lavoro per il settimanale CHI. E scrivo anche per diversi altri giornali. Il tempo è per me sempre tiranno e quando devo chiudere un libro le ore di lavoro sembrano non bastare mai. Mi ci dedico anche di notte. Impossibile quindi farne più di uno alla volta. Anche perché è un pensiero fisso. Sai quante volte, durante la stesura di un libro, mi sveglio di colpo di notte con la soluzione per quel passaggio in cui mi ero arenato, o l’idea di aggiungere un capitolo, o toglierlo, o cambiare un titolo? 
Non c’è respiro ma è così che deve essere perché è davvero un lavoro a tempo pieno. 

Strutturare la storia dei singoli personaggi è complicato. Quali strumenti utilizzi per tenere il polso della situazione, progettare i cambiamenti e gli intrecci, gli abissi e i paradisi dei tuoi protagonisti?

Premetto che non ho ancora pubblicato dei romanzi, libri che contengono personaggi, cambi di scena, intrecci di trama e quant’altro. Fino a questo momento, non ho pubblicato nulla che abbia a che vedere con la narrativa propriamente detta. Tranne La mamma di Calcutta, una biografia di Madre Teresa scritta con le regole della fiction e pubblicata da Milesi diversi anni fa. (E’ stato anche tradotto in portoghese ed è stato letto a puntate a Radio Maria nel corso di un’estate). In genere, i miei libri sono introspettivi e autobiografici, parlo insomma molto di me e quello che mi accade attorno. I personaggi sono quindi le persone della mia famiglia, gli amici, le persone che mi capita di incontrare. 

Un mio romanzo dal titolo La luna dentro il cuore sta girando per le case editrici. Alcune mi hanno chiesto il testo in visione ma nessuna si è ancora pronunciata a favore. E un altro romanzo l’ho terminato prima dell’estate e conto a gennaio di lavorarci per una seconda stesura. Riguarda la figura di Cristo. 
Questi due libri hanno una trama ben precisa, intrecci, colpi di scena, suspance. Però, devo dire che non ho utilizzato degli strumenti particolari. Ecco come procedo. 

Il mio modo di scrivere è molto semplice e diciamo “classico”. Ho in mente a grandi linee la storia da raccontare, quindi cerco di metterla in una “gabbia”, una sorta di scheletro costituito dai diversi capitoli. E procedo così, pezzo dopo pezzo, nell’edificare una struttura che è molto fluida, e cambia spesso. L’importante per me è che lo stile sia morbido, senza spigoli. Rileggo moltissimo, dall’inizio ogni volta, a voce alta perché la scrittura deve avere una musica, senza stonature. E procedo così fino alla fine. 
Il grande Carlo Sgorlon era un maestro in questo e a lui spesso mi ispiro. Mio padre, poi, mi ha insegnato a lasciare “sedimentare” la pagina cioè a finirla e poi riprenderla il giorno dopo, a mente riposata. Ti assicuro che dopo una notte a “dormirci su” si scovano delle imperfezioni che prima non si erano viste.
  
Dove nascono le idee e le ispirazioni per i tuoi nuovi libri, partendo dal presupposto che non sei uno scrittore in attesa della manna dal cielo?

Io sono sempre alla ricerca di storie. Belle, positive, che mi arricchiscano dentro e che mi emozionino. Le cerco sia per i miei articoli che per i libri. Devono colpirmi, farmi piangere e ridere, allargarmi il cuore. E allora sento il bisogno di dividerle con gli altri, di raccontarle. Le idee per il mio lavoro di giornalista e di scrittore nascono così. Le storie sono dappertutto, sui giornali, alla televisione, in un tramonto, in una passeggiata lungo il fiume. Arrivano mentre gioco con mio figlio, mentre cucino, quando dormo o ascolto una canzone. Ma come dici, non resto immobile ad aspettare che mi battano sulla spalla. 
Le vado a cercare. Uno scrittore deve fare così, è obbligato. Deve avere antenne lunghe, deve vedere la realtà in modo diverso, farsi un oceano di domande e struggersi per vedere di dare loro delle risposte. 

Quanto ha influito il pensiero, lo stile, le tecniche di tuo padre, Renzo Allegri, scrittore dalla lunga carriera letteraria, nell’impostazione della tua professione e dei contenuti che riversi nei tuoi libri?

Mio padre è sempre stato ed è ancora oggi il mio punto di riferimento. In tutto. A lui chiedo consiglio per ogni cosa, come credo sia giusto che un figlio debba fare. Come spero anche i miei figli faranno con me. 
Ho sempre visto mio padre scrivere. Per 40 anni è stato inviato speciale di GENTE. Poi ha lavorato per altri giornali. Ha scritto una settantina di libri. Fin da bambino l’ho sempre visto curvo sulla scrivania, la stessa che adesso ho a casa mia (sopra ci sono ancora gli arabeschi che vi avevo inciso quando avevo quattro o cinque anni). Ho respirato lo scrivere praticamente da sempre. Insieme con il sommo rispetto per questo lavoro, sacro perché permette di mantenere la famiglia, mio padre mi ha insegnato, e continua a farlo, a scrivere, a riflettere, ad iniziare un articolo con l’attacco giusto, a pensare un libro con criterio. 

Crescendo, attraverso l’esercizio, ho trovato uno stile mio, diverso dal suo. Lui è lineare, molto giornalistico. Io sono un po’ più lirico. Ma ogni parola scritta che metto sulla carta deriva per forza da lui. Lavoriamo spesso insieme, abbiamo fatto dei libri a quattro mani e altri ne abbiamo in cantiere. E ogni volta, per me è una lezione. 

Gli animali, gatti e cavalli sono emblematiche presenze indiscusse nel tuo scrivere. Parlacene un po’.

Ho sempre vissuto insieme agli animali. Per farti capire quanto questa affermazione sia profonda, devi pensare che non ho imparato a camminare sorretto dalle mani di mamma o papà. L’ho fatto aggrappato alla schiena di un cane, un bullmastiff inglese addestrato a fare il babysitter. Nel momento della prima grande conquista della mia vita quindi, la deambulazione, avevo accanto un cane. Per forza di cose, quindi, gli animali sono entrati nel mio DNA. 

Durante la crescita non c’è stato un solo giorno in cui sia stato senza la vicinanza di un cane o di un gatto. Per una tradizione di famiglia, abbiamo sempre chiamato i cani col nome di musicisti e i gatti col nome di personaggi di opere liriche. Così sono vissuti con me Wolfgang, Bach, Ludwig, Bruckner, Dvorak, Wagner, Haydn. E poi Parsifal, Radames, Falstaff, Kundry, Amneris, Meg, Quickly, Butterfly, Abigaille. Una grande tribù, insomma. Dei miei cani e dei miei gatti ho parlato spesso nei libri, raccontando tutto quello che ho imparato stando insieme a loro. Poi, in età adulta, ho scoperto anche i cavalli. 

In particolare un cavallo argentino di nome Rodin alla cui storia ho dedicato il mio ultimo libro Tra cielo e terra. Lì, ho spiegato come io sia migliorato come uomo, come artista, come persona vivendo ogni giorno accanto a Rodin. E’ scomparso, purtroppo, un anno fa per un’infezione che se l’ha portato via in poche ore. Una parte di me è definitivamente morta con lui, ma rimane vivissimo il ricordo di ogni istante passato con lui.

Veniamo ora ai temi scottanti dell’editoria. In Italia la scrittura è molto ambita. Noto, però, una perdita di sincronia. Moltissimi italiani vorrebbero diventare scrittori o giornalisti, moltissime redazioni cercano autori. La nota stonata riguarda l’aspetto economico. Gli editori camuffano le loro proposte inesistenti con editoria a pagamento, le redazioni non pagano gli articoli oppure offrono compensi minimi, aleatori, ridicoli talvolta. Secondo te, la scrittura non merita d’essere retribuita? La capacità di creare un testo narrativo, giornalistico, divulgativo, espositivo non ha valore economico?

Hai toccato diversi punti dolenti in questa domanda. Allora, sì è vero, in tanti vogliono diventare scrittori o giornalisti. Però è altrettanto vero che in molti hanno questo desiderio perché pensano che scrivendo si diventi famosi, si acceda alla tv, si diventi ricchi. Niente di più sbagliato. 

Quello della scrittura, dell’editoria, è un mondo in grande cambiamento ma anche un mondo che, secondo me, ha smarrito un po’ la strada. Oggi i libri sono considerati solamente un prodotto commerciale da vendere. E basta. Devono avere una bella confezione, un bel nome ma il loro contenuto non è così importante. Quello che conta è che si venda. Ecco perché le case editrici pubblicano tanti libri di gente che nella vita fa tutt’altro che scrivere ma che ha la possibilità dei passaggi in televisione – cosa tanto ambita e che assicura la vendita. 

Nelle classifiche dei libri più venduti si trovano opere di attori, sportivi, cabarettisti, politici, cantanti. Personaggi famosi che, proprio in virtù della loro notorietà, possono certamente promuovere il libro alla televisione. Basti che pensi questo: ogni volta che Fazio presenta un libro nella sua trasmissione su Rai 3, il giorno dopo di quel libro ne vengono vendute migliaia e migliaia di copie. E non importa di che libro si tratta. Ora, il fatto che gli editori diano la precedenza alla pubblicazione dei libri dei personaggi famosi – cosa lecita perché gli editori sono industriali che devono vendere – porta a due conseguenze antipatiche. 
La prima è che la qualità dei libri cala perché non sempre questi VIP sono anche delle penne virtuose. Anzi, a volte sono alquanto deludenti, bisogna dire la verità. E seconda conseguenza, più grave, che non c’è spazio per gli esordienti. Gli editori sono restii ad investire sui nomi sconosciuti, lo fanno con estrema cautela e così i talenti rimangono nel buio. Conosco gente che scrive in modo divino ma che sono costretti a pubblicare con editori piccolissimi, senza distribuzione. E anzi, spesso sono costretti a pagarsi di tasca propria la pubblicazione. 

Ricordi cosa diceva Oscar Wilde nella prefazione a “Il ritratto di Dorian Gray”? Che non esistono libri belli o brutti, i libri o sono scritti bene o sono scritti male. Ecco, questo giudizio sembra che oggi non valga più tanto. Altro tema, nella tua domanda, è quello delle redazioni dei giornali. Purtroppo le redazioni sono sempre più spoglie di personale. I giornali tendono a usare sempre più i collaboratori esterni, pagandoli poco ovviamente per contenere le spese. E’ difficile pensare di poter fare il lavoro di giornalista come una volta. Ed ecco perché chi pensa di diventare ricco e famoso facendo solo il giornalista, sbaglia. Per una persona che riesce a diventare noto e a farsi pagare bene il proprio lavoro c’è una marea infinita di giornalisti che lavorano altrettanto sodo ma che non sono retribuiti per quello che meritano. 

Mi chiedi se la capacità di creare un testo ha un valore? Eccome se lo ha. Un valore enorme. Come ti ho già spiegato, scrivere un libro ad esempio comporta anche 16 ore di lavoro al giorno, sabati e domeniche comprese, notti comprese. Ma quasi mai questa fatica viene adeguatamente ricompensata. Allora perché scrivere? Perché è una forma d’arte, perché è una passione e un irresistibile desiderio di comunicazione.

Il mondo del giornalismo vive una nuova sfida: il web. Che prognosi ti senti di dare all’Ordine dei giornalisti, considerando i cambiamenti forti che influenzano il mondo dell’editoria attraverso i nuovi canali online? 

Come ti ho detto sopra, i giornali stanno rapidamente cambiando. E internet rappresenta il futuro. I giornalisti di domani lavoreranno solo per giornali online. Ci sarà bisogno di leggi adeguate, di regolamentare il tutto, di tutelare al massimo il diritto d’autore ma il futuro è quello. Però, allora come oggi come un tempo, la cosa che rimarrà invariata sarà la capacità di avere idee. La creatività farà sempre la differenza.

Immaginiamo tu abbia davanti un neo laureato impregnato dal desiderio di rendere la scrittura e il giornalismo la professione principale della sua vita. Che cosa ti sentiresti di dirgli o consigliargli?

Di avere le idee chiare, prima di tutto. Di non avere come punto di arrivo i soldi perché scrivere non è il mestiere che fa diventare ricchi. Di farlo solo se davvero dentro sente l’impellente bisogno di comunicare, di raccontare con le parole scritte, di veicolare emozioni. Io, per esempio, quando mi alzo al mattino e so che passerò la giornata scrivendo, mi sento sereno. E ringrazio Dio. Se un giovane ha questa passione allora scrivere può essere la sua strada. In quel caso ci sono solo due cose che deve fare e farle ogni giorno della sua vita. Scrivere e leggere. In continuazione. L’esercizio deve essere costante, si deve scrivere ogni giorno, non importa cosa ma si deve farlo. E non avere fretta di realizzare il “libro della vita”. Non ricordo chi ma qualcuno ha detto che “non esistono grandi scrittori senza capelli bianchi”. Il vero capolavoro si ottiene quando si è fatta davvero tanta esperienza di vita.  

6 commenti:

  1. meravigliosa intervista!!! complimenti!!!!

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  2. Adriana Riccomagno14 novembre 2011 11:12

    Non ho mai letto un libro di Roberto Allegri, ma credo proprio che provvederò! Sono invece una buona conoscitrice di quanto scritto dal padre, in particolare a seguito della mia sconfinata passione per Rol. (di sicuro però eviterò la biografia di Al Bano, argh!)

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  3. invece è scritta bene la biografia di Albano...ewa

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  4. Non mi dite che è sparito il mio precedente commento...sigh. Non capisco che cosa succede ogni
    volta che commento....Riprovo mettendo anonimo!

    Allora, complimenti per la bella intervista, sia al giornalista scrittore Roberto Allegri che all'intervistatrice!

    Vorrei sapere da Roberto che cosa intende per piccoli editori:se parla di Mursia allora concordo. Si tratta di editori seri, con già un'esperienza nel campo, professionale,con una catena di distribuzione valida.

    Anch'io concordo con Ewa: l'autobiografia di Al Bano è bella, non per niente ha venduto molto ( edita da Mondadori; Roberto, che è il suo figlioccio, ha vissuto accanto a lui momenti belli e meno belli, ed è interessante leggere la vita di una persona famosa perchè comunque rimane una vita speciale, sia che il personaggio piaccia che non piaccia.

    Ciao a tutti! Cristina

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  5. Tiziana Cazziero16 novembre 2011 18:41

    Una bella intervista anche questa. Concordo u tanti e diversi spunti dettati dallo scrittore-giornalista Roberto Allegri, soprattutto quando parla della scrittura, di quanto si scrive e su che cosa sia e significhi scrivere.
    Saluti
    Tiziana

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  6. Carolina Venturini17 novembre 2011 15:17

    @Tiziana: Ciao Tiziana, grazie per essere passata da queste parti. La prossima settimana leggo il tuo libro e poi ci sentiamo, ok?

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