lunedì 5 dicembre 2011

Il 45° Rapporto CENSIS, i dirigenti laureati e la bassa scolarizzazione italiana

Immagine da:www.google.it
La scorsa settimana sono stata alla presentazione del 45° Rapporto annuale CENSISper conto della testata Donna in Affari (a breve uscirà un mio articolo sull'evento). A causa di problemi tecnologici, sono riuscita a twittare pochi contenuti della conferenza in tempo reale ma, ho post-pubblicato alcune percentuali significative sul profilo Facebook pubblico. Mi sono soffermata sui dirigenti con laurea e sul deficit dirigenziale italiano
Da questo dato è nata una discussione molto interessante. Protagoniste la visione dei diplomati e quella dei laureati. Un dato va inserito in un contesto e commentato tenendo conto di tutti gli aspetti che contribuiscono a formare un quadro completo della situazione  ma, mi è risultato interessante il notare i due poli opposti di vedute: quello di chi ritiene lo studio universitario inutile (perché conta solo l'esperienza, non il pezzo di carta) e quello che, di contro, riconosce importanza e necessità alla formazione (anche) post laurea dei dirigenti. Voi cosa ne pensate? 
Io, intanto, vi lascio qualche ulteriore dato, che potrete trovare e consultare liberamente nella pubblicazione omonima del CENSIS, Franco Angeli Editore.


Il 45° Rapporto CENSIS sottolinea, sin dalle prime battute, la grande sfiducia italiana nei confronti della dirigenza politica e di tutte le caste e sotto caste. Queste vengono accusate senza mezzi termini di indifferenza verso il bene comune e attenzione spasmodica rivolta al proprio guadagno personale. Nonostante manchi un metro comune per misurare la qualità delle competenze e del lavoro svolto dai dirigenti italiani, è possibile delineare la qualità della formazione ricevuta in base alle scuole frequentate, ai corsi a cui i singoli hanno partecipato. Le università italiane, nonostante i blasoni e gli atteggiamenti di presunta supremazia che contraddistinguono taluni atenei, non competono a livello internazionale. I membri della classe politica che possiedono (almeno) una laurea a testa sono troppo pochi.

Negli ultimi anni, i dirigenti italiani sono diminuiti del 2% circa a causa di una riduzione dei posti di alta dirigenza e, al contempo, dei contraccolpi imprenditoriali dovuti alla crisi economica. Solo il 20,1% delle donne italiane accede ai posti di comando privati. Gli under 45 sono meno del 40%, circa il 60% degli occupati totali italiani. Il numero di dirigenti laureati (o con titolo di studio più elevato) nel settore pubblico si aggira intorno al 75%, mentre in quello privato non oltrepassa il 15%, per una media del 36,4%, poco più del doppio del totale degli occupati. 

A questi dati va aggiunto un altro tassello della realtà italiana: il nostro paese ha un livello di istruzione  generale basso. I diplomati non superano il 75%. Coloro che tentano la carriera universitaria, la abbandonano nel 20% dei casi entro il 2 anno. La rimanente parte della torta si può suddividere fra laureati e persone la cui scolarizzazione è ancora inferiore al diploma. Il lavoro disponibile è, per il 33%, adatto a figure professionali senza una formazione specifica ma, al contempo, la carenza di qualificazione professionale, tecnici qualificati è un elemento centrale nel mantenere vacanti posti di lavoro disponibili nelle aziende. Una sorta di cane che si morde la coda: non si vuole studiare ma ci si rendo conto che, per lavorare, la conoscenza serve. I laureati con impiego occupano solo il 76,6% del tasso occupazionale: siamo ultimi in Europa. Le lauree in medicina, architettura, farmacia, giurisprudenza e veterinaria hanno registrato una crescita significativa degli occupati nell'arco di 3 anni. 

Vi siete mai chiesti quali e quanti danni sono causati al nostro Paese da questa bassa scolarizzazione e limitata possibilità lavorativa per i laureati ? Vi siete mai chiesti quanto la negazione del valore allo studio sia cruciale all'interno del magma deficitario in cui ci troviamo? Che cosa succederebbe se, per magia, gli italiani diventassero un popolo che ama davvero la cultura, capace di considerare una risorsa le persone che spendono tempo e amore nella ricerca? Che cosa accadrebbe se molte più persone sentissero l'imperativo morale verso lo studio, per una questione patriottica ed economica? Quanto PIL saremmo in grado di creare se, tutto a un tratto, i laureati non fossero considerati problemi (bisogna pagarli di più) ma valide chance di riscossa?

Oggi, in metropolitana, mi sono resa conto di una cosa, pensando anche ai dati che vi ho riportato. In tanti diciamo di amare la scrittura, di voler essere scrittori. Molti smaniano per pubblicare e sarebbero disposti a tutto, senza guardare in faccia nessuno, pur di vedere la propria creazione sugli scaffali dell'importante libreria sotto casa. Ma pochi di questi scrittori danno valore alla cultura. Pochi la praticano. Pochi sono consapevoli dell'importanza dello studio. Pochi affondano il naso in un testo, intraprendono strade faticose di formazione perché credono davvero che quanto andranno a fare andrà a dipingere il panorama letterario e storico della nostra nazione, influenzando anche l'economia e la società.
E' amaro dirlo ma, siamo un paese ignorante, arretrato, che si sta penalizzando con le proprie mani.

Molte persone ritengono stupidi i laureati. Non sanno che la stupidità risiede nel perdere l'occasione di fare grandi cose, per una semplice pigrizia. 

7 messages:

  1. Veronica MondelliDec 5, 2011 12:21 PM

    Ho letto il dibattito che si è scatenato sul tuo profilo facebook su studio inutile VS studio utile. Lo studio serve. Laurearsi è importante. Chi ti ha scritto che conta solo l'esperienza, non calcola che lo studio non è mai una cosa a sé, non è leggere un libro e basta. Studio significa plasmare la propria forma mentis in modo tale da essere in grado di ragionare e di pensare in modo multiforme. Lo studio è esperienza e allo studio si accompagna l'esperienza. Chi ti ha scritto che conta solo l'esperienza, ignora che una persona laureata e con esperienza in un determinato campo ha indiscutibilmente una marcia in più. Il problema è che i laureati qui in Italia vengono considerati molto male.

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  2. Carolina VenturiniDec 5, 2011 11:49 PM

    Condivido il tuo pensiero, Veronica. Denigrare la "teoria", dire che non è importante ampliare i propri mondi è condannarsi a un futuro mediocre, di scarto, ultimo, come accade già in Italia. Il nostro Paese denigra e toglie opportunità ai laureati perché è, per la maggior parte, caratterizzato da persone con un titolo di studio inferiore, su tutti i livelli. Non possono dare valore e spazio a qualcosa che hanno rifiutato per dovere o per pigrizia. Lavorando per Donna in Affari mi sono accorta dei tanti sforzi che vengono fatti per invogliare le imprese a investire in conoscenza, tecnologie, ricerca, strade alternative di sviluppo. Come puoi pensare a tutto questo se non conosci nemmeno il significato delle parole? La scuola dell'obbligo può dare solo le basi e non sempre te le garantisce idonee. Siamo gli ignoranti d'Europa. I nostri docenti non sono i più preparati e aggiornati. Non è nemmeno scontato ce sappiano parlare italiano. In quante scuole elementari, medie e superiori i docenti parlano marcatamente in dialetto? Come ci si può lamentare se poi i ragazzi non conoscono il congiuntivo quando il mondo intero intorno a loro smangiucchia l'italiano e, soprattutto, lo fa morire? Pensiamo anche all'editoria.
    I contenuti scritti (non importa dove) si devono adeguare a un pubblico "ignorante". Ciò significa che devono essere scritti con parole semplici, con un vocabolario minuscolo perché le parole "auliche" e i loro significati sono ignorati dalla stragrande maggioranza di noi. Questo impoverisce il nostro Paese.
    Impoverisce la nostra lingua, la nostra cultura, la nostra identità, la nostra capacità di muoverci nel mondo. Senza contare che è inutile sbraitare contro "il padrone" o "il bunga bunga" quando si guadagna molto da questo stato di cose.
    Essere rivoluzionari, in questo momento storico, potrebbe anche voleri dire "imbracciare" un libro e iniziare a formarsi un'idea propria per davvero. Affiancare l'esperienza pratica alla conoscenza, agli studi e alla scienza che viene condivisa nel mondo.

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  3. Queste tue considerazioni sono più che condivisibili, infatti credo che il problema non sia solo laurea si o laurea no, molti laureati sono più ignoranti di mia madre con la terza media.
    Ricordo che il nostro ministro dell'istruzione (ex ministro) è dovuta scappare al sud per acquistare la laurea e come lei molti dei nostri politici e alti funzionari.
    In questo scenario è normale l'ignoranza, tempo fa lessi due libri di Paola Mastrocola "La scuola spiegata al mio cane" e "togliamo il disturbo", per chi come me ha finito le scuole dell'obbligo da un pezzo è stata una folgorazione, quel che è peggio è che molti insegnanti l'hanno criticata ed accusata con toni veementi per ciò che ha scritto.

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  4. Carolina VenturiniDec 8, 2011 12:31 PM

    @Flavia: IN base a quali elementi sostieni che molti laureati sono ignoranti?

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  5. Sulla base di quello che sento e leggo, molti laureati che conosco non hanno le basi nè della grammatica, nè dell'ortografia, sono carenti in geografia (una mia amica laureata in giurisprudenza insisteva nel posizionare Santiago de Compostela in Portogallo)e potrei portare altri mille esempi.
    Questo potrebbe non essere importante (forse) se si avesse l'umiltà di ammettere la propia ignaranza, (ci sono campi dove un individuo può essere carente ed avere campi in cui eccelle)l'importante credo sia non avere l'arroganza di insistere su una posizione o di sentirsi superiori solo per aver acquisito una laurea.
    Mi pare limitativo presumere cultura sulla base di un titolo di studio, fermo restando che sia comunque importante.
    Ho fatto l'esempio della Gelmini, potrei fare anche l'esempio del più famoso Trota, un caprone che non si sarebbe neppure diplomato se non fosse stato figlio di Bossi, a cui mia nonna con la terza elementare avrebbe potuto spiegare molto.
    Purtroppo in Italia per molti che studiano veramente non solo sui banchi di scuola, ci sono anche un mucchio di perdi tempo che arrivano alla laurea passando per strade secondarie.
    Ribadisco comunque l'importanza di un titolo di studio conseguito con impegno, ma credo non sia il metro di misura ultimo per misurare il livello culturale di una persona.
    Concordo poi pienamente con il tuo discorso sulla lingua italiana ed il suo insegnamento; ti invito a leggere quei due libri che ho segnalato, il primo in particolare è molto veloce, sono poche pagine, ma molto significative, vicine a quello che dicevi è l'appello di un insegnante di liceo che racconta la sua frustrazione nei confronti dei programmi, delle famiglie e dei colleghi.

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  6. Carolina VenturiniDec 12, 2011 08:25 AM

    Penso, cara Flavia, che un titolo di studio può voler dire molto o poco a seconda dell'ottica con cui lo si guarda. Di certo, una persona laureata in una qualsivoglia materia studia per almeno 3 anni materie diverse dalla grammatica e dalla geografia. Quest'ultime sono importanti, ovvio. Non va dimenticato il valore del percorso di studi di una persona. E' facile giudicare quando non si hanno le conoscenze dirette con l'ambiente universitario.
    Se è vero che il laureato è ignorante in molte materie, è anche vero che al diplomato mancano certe esperienze proprie dell'università. A volte, la disparità di titolo porta le persone a sentirsi inferiori e, di contro, è facile sentirsi "superiori" sulla base di supposte carenze dell'altro, magari mantenendo vivo il ricordo delle lezioni della maestra delle elementari o della professoressa del liceo che tanto ci stava simpatica. Forse un atto di umiltà andrebbe auspicato da ambo le parti perché non è proprio il caso che una persona con titolo di studio inferiore si permetta di giudicare o sindacare sul livello di istruzione di persone che hanno seguito almeno 3 anni in più di percorsi scientifici, letterari, filosofici, medici o altro. E' una battaglia persa in partenza, tutto sommato ben misera.
    Tra l'altro, è cosa nota che l'Italia è generalmente più ignorante degli altri Stati europei e non solo. Che noi laureati siamo ignoranti è un dato di fatto, visto il sistema universitario e scolastico italiano. E' pur vero che lo sforzo di studiare e impegnarsi non va sminuito. La propensione personale allo studio individuale è una dote che ben pochi hanno. Quando è presente, la persona ne beneficia perché apprendere è psicologicamente, umanamente, socialmente e culturalmente importante.
    Non vi è dubbio che esistano alcuni casi di laureati "per vie traverse". Non si può certo dire che siano la maggioranza, pero'.

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  7. Forse mi sono espressa male, il mio non era una critica fatta verso tutti quelli che conseguono un titolo di studio, sai bene che il mio fidanzato è laureato, molti miei amici lo sono, ma conosco anche persone con un titolo di studio inferiore al mio, che però considero più colte di me.
    La mia è una critica al sistema e verso alcuni atteggiamenti che portano alcuni individui a sentirsi migliori sulla base di un titolo di studio non sempre meritato.
    Io sono conscia della mia ignoranza su certi fronti, (se parliamo di matematica poi sono di quelle che per fare 2+2 usa la calcolatrice) non per questo però mi ostino su certe posizioni.

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