lunedì 12 dicembre 2011

L'abolizione degli Ordini, il web 2.0 e il tesserino da pubblicista

Più passa il tempo, più me lo chiedo. 
Ha ancora senso, viste le proposte sull'abolizione degli Ordini e visto il cambiamento epocale prodotto dal web 2.0, perdere il sonno per il tesserino da pubblicista oppure per diventare giornalista?


ABOLIZIONE DEGLI ORDINI - L'abolizione degli Ordini per le libere professioni chiama in causa anche il mondo dell'editoria italiana, insieme a tutte le tipologie di lavoro che prevedono il superamento di un esame di stato per l'accesso alla professione. In Italia, è stata presentata in Senato la legge costituzionale sull'abolizione degli Ordini a luglio di quest'anno. Non serve sottolineare i tanti cori di dissenso e le (finte?) preoccupazioni riguardo il futuro della professione senza questo potentissimo organo che non controlla, che non tutela, che non favorisce i giovani e che non garantisce merito. 

GIORNALISMO ITALIANO - Il giornalismo italiano si definisce perfettamente con il termine di "casta". Anche quando tenta di modernizzarsi, anche quando considera internet come strumento di cambiamento, ha un sapore paragonabile a quello di un pezzo di pane raffermo e stopposo. 

L'Ordine dei Giornalisti prevede regole standard (in particolare riguardo i costi d'accesso alla professione e le tasse annuali da versare) e criteri variabili a seconda della regione di residenza. E' evidente la selezione dei candidati giornalisti su base economica (e non professionale, meritocratica o altro) operata delle scuole di giornalismo riconosciute dall'Ordine: la media delle tasse d'accesso richiesta da tali istituti è pari a 10.000€ all'anno. Gli anni di formazione variano dai 2 ai 3. Sono note le retribuzioni assenti o ridicole, gli stage non retribuiti a tempo indeterminato, le collaborazioni occasionali con pagamenti a 30-60-90 giorni e i cambi "di regole" sui compensi alla velocità della luce (senza contare le "furbescherie" sulla retribuzione lorda e netta reale). 

L'assenza di libertà di stampa nel nostro Paese non sorprende più nessuno: i giornali italiani appartengono ai gruppi editoriali che detengono il potere all'interno della politica di questo Stato. E' nota l'assenza di tutele per i lavoratori non appartenenti "ai giri giusti", il 20% di IVA da pagare su articoli dalla retribuzione irrisoria e dilazionata nel tempo. E' nota la supponenza che abbraccia questa categoria, atteggiamento e comportamento nato dall'avere a che fare con il potere e con dei benefici molto altisonanti (quando sei "nel giro giusto", chiaro, altrimenti "ha detto il dottore che devi morì", dicono a Roma).

EDITORIA E LAVORO SOMMERSO - Il dato CENSIS riguardante il 75% del lavoro in nero ad appannaggio del terziario avanzato non sorprende più nessuno. Basta scorrere qualche pagina sul web per rendersi conto di come il mondo dei servizi - e l'informazione lo è - sia incapace di produrre valore economico e contratti regolarmente registrati, con prospettive di futuro. La situazione italiana delle testate è un profondo rosso (nel senso letterale del termine), con velieri colati a picco nei gorghi delle percentuali di invenduto in edicola e nella free press: Metro International ha perso l'83% dei ricavi lordi nel 2008. Nello stesso anno anche il Metro che leggiamo in metropolitana è calato del 6%. Stop ha perso il 14% delle vendite, Cosmopolitan il 20%, Ok - La salute prima di tutto il 30% e Rakam il 12,4%*. 
La crisi dell'editoria non è più un mistero per nessuno. 

WEB 2.0 - Nell'epoca del web 2.0, quando cioè la scrittura di contenuti, la diffusione di notizie, l'uso consapevole delle fonti, la realizzazione di inchieste o reportage di pregio non è più una prerogativa indiscussa dei giornalisti e queste competenze, in particolare online, sono apprese e potenziate da professionalità competitive e al passo con i tempi, tanto quanto se non di più, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: quanta vita avranno ancora le regole per l'accesso alla professione?

Il mondo del lavoro cambia con gli Iphone, con gli Ipad, con Android, con Facebook, con Twitter, con You Tube o You Reporter, con Plone o Merengue, con Wordpress e con wiki, con Google Plus e con la fortissima necessità di contenuti, condivisione, conoscenza. Le competenze giornalistiche 2.0 non si limitano solo alla creazione di un video, all'aggiornamento di un profilo social, alla capacità di tenere un blog influente e rilevante. Un tempo, i giornalisti avevano il potere d'influenzare l'opinione pubblica attraverso i loro scritti. Oggi, gli influencer sono persone comuni, capaci di scrivere e in grado di ottenere la fiducia concreta di chi li segue. Sono tali perché sono liberi e perché, non dovendo render conto a nessun "padrone" (termine vintage, lo ammetto), non temono il licenziamento in tronco durante la composizione di un articolo "contro" o a favore di qualcuno o qualcosa.

Le testate giornalistiche che vogliono realizzare la loro essenza attraverso la multimedialità hanno bisogno di nuovi strumenti di gestione della redazione, dei contenuti, dei flussi di lavoro. E' stantio persino il caro vecchio metodo del mandare l'articolo in formato .doc, quando è possibile impostare l'intero processo lavorativo su software open source di ultima generazione, dando ad ogni collaboratore porzioni di responsabilità e libertà ben diverse da quelle in voga tutt'oggi. Attualmente, infatti, una delle prassi più utilizzate è l'invio del materiale e la completa arbitrarietà delle modifiche (che non vengono comunicate) ad appannaggio di pochi (e non sempre dei migliori, dipende dalla tessera che hanno in tasca o dall'amico con cui vanno a pranzo o dalla figurina con cui si contraddistinguono come avatar). 

INFORMAZIONE NUOVA - Il web 2.0 e 3.0 porteranno cambiamenti molto profondi anche nel giornalismo. Si pensi, ad esempio, alla necessità di contenuti e aggiornamenti in tempo reale di alcune tipologie di siti web. Si pensi alle conferenze stampa: in futuro potranno accedere al materiale informativo o alle copie omaggio o ai banchetti post conferenza solo gli iscritti all'Ordine? No. Credo di no. 

Gli articoli "urlati" stile anni '70 o quelli manipolativi per motivi di censura imposta hanno fatto il loro tempo. Le persone chiedono onestà intellettuale, non solo un punto di vista motivato dal marketing o dalle richieste del partito.  Le informazioni dovranno svincolarsi da questi legacci. Il numero che identifica un professionista dovrà assumere un ruolo e un peso diverso e ai contenuti dovrà essere data una rilevanza maggiore. 

Nel resto del mondo una persona è giornalista nel momento in cui viene assunta da una redazione e scrive per questo giornale. Non esistono tutte le pretese e i balletti con inchino imposti in Italia, motivati da finte paure. Non basterà nemmeno la Carta di Firenze per migliorare e modificare un brontosauro dalle giunture arteriosclerotiche. Probabilmente, sarà il tempo e l'evidenza, il mondo stesso, l'Europa e i nuovi giornalisti a portare il vento del diverso anche da noi. 
Permangono alcune domande senza risposta (per ora): esisteranno ancora i giornali cartacei nel 2020? Le testate online potranno fare a meno dell'universo rappresentato dai cittadini del mondo nel 2012? I lettori si accontenteranno ancora delle scopiazzate, delle cartelle stampa riportate e confezionate come articoli ex novo? I fruitori di notizie online avranno ancora voglia di affidarsi ai gruppi editoriali? L'Ordine e le pretese altisonanti avranno ancora ragione d'essere nel 2013? Il tempo, in questo mondo, nella nostra galassia, vola a velocità della luce e per sensi contrari. Non è mai troppo tardi per cambiare rotta.



* M. Marsili, La rivoluzione dell'informazione digitale in Rete, Odoya Edizioni, 2009, Bologna, pp 77

11 messages:

  1. Francescast.84Dec 12, 2011 08:37 AM

    Il mondo del giornalismo non mi attira ... Appena mi son segnata all'università, il mio obbiettivo era proprio quello di avventurarmi nel magico mondo della pagina scritta, ma dopo averlo studiato un po' e aver partecipato a vari concorsi giornalistici ho lasciato perdere, lo trovo troppo politicamente schierato, falso, pompa tutto amplificandolo alla massima potenza e adesso preferisco informarmi con altri mezzi. Poi, leggendo anche questo tuo articolo, son sempre più convinta a non intraprendere questa strada! smack

    RispondiElimina
  2. Carolina VenturiniDec 12, 2011 08:40 AM

    Siamo in due. Sto pensando di lasciare tutte le forme di lavoro giornalistico (più o meno) che ho intrapreso in questo 2011 cercando nella scrittura creativa (come hobby e passione) le soddisfazioni e l'autenticità che mancano in quest'altro genere di lavoro con la scrittura. In potenza, il giornalismo è un mestiere affascinante. Troppo potere, troppa politica, troppi interessi e troppo marcio, unita alla tendenza costante di mantenere in vita il moribondo, lo stanno rendendo così povero...

    RispondiElimina
  3. Siamo in tre. Ho assaggiato il giornalismo poco più che ventenne, ma poi ne sono praticamente fuggito. E poi, quest'idiozia settaria dell'Ordine non la capisco: ci sono paesi civili in cui mandi un tuo pezzo al direttore di un giornale, e se lo trovano interessante e/o ben scritto lo pubblicano e ti pagano. Ma noi siamo un paese in cui spesso farsi assumere da un giornale è addirittura un diritto EREDITARIO!!

    RispondiElimina
  4. Carolina VenturiniDec 12, 2011 10:06 AM

    Vogliamo parlare dei giornalisti scientifici? Proprio l'altro giorno parlavo con una persona e mi citava il caso eclatante di una giornalista che è andata a compiere un "atto di editing" nell'articolo di un ricercatore e in questa sua attività "meritoria" è stata in grado di cambiare ampi passi della Costituzione Italiana perché, secondo lei, così com'era scritta "non suonava bene". E stiamo parlando di una citazione letterale della Costituzione Italiana.... la quale Costituzione non viene modificata con tanta semplicità nemmeno da chi di dovere!

    RispondiElimina
  5. Marco Goi (Cannibal Kid)Dec 14, 2011 12:43 AM

    è una cosa che mi chiedo anch'io. negli ultimi tempi sono per prenderlo, però mi manca ancora qualche mese...
    se poi non riesco a prenderlo amen. prima o poi verrà abolito questo benedetto ordine anche in un paese arretrato come il nostro.

    RispondiElimina
  6. Carolina VenturiniDec 14, 2011 02:55 AM

    Come hai fatto a trovar testate disposte ad aiutarti a prenderlo (ovvero a retribuirti i pezzi)? Per me è un incubo questo patentino. Ho perso il conto delle richieste di collaborazione che ho inviato e delle risposte in stile: "Se vuoi scrivere non c'è problema. Non ti paghiamo, sappilo".
    Sono davvero interessata a conoscere la tua storia in tal senso.

    RispondiElimina
  7. Non credo che il giornalismo sia succube dei poteri perchè finanziato e controllato, ma perchè diventano giornalisti degli individui mediocri che faranno di tutto pur di mantenere il loro posto e i loro pochi privilegi.

    E facendo questo calpestano la loro stessa dignità umana

    RispondiElimina
  8. Carolina VenturiniDec 14, 2011 07:28 AM

    Però non puoi non dire che il finanziamento statale ai giornali crea una qual certa dipendenza e che il possesso di essi da parte di alcuni politici (dentro e fuori di Parlamento) non influisca sullo stile, sul taglio e sul tipo di notizie che vengono date o censurate.

    RispondiElimina
  9. Certo, è verissimo, ma è una conseguenza, non una causa, o una parte di essa.

    Montanelli quando ha visto la piega che stava prendendo il giornale se ne è andato, gli altri si sono venduti.

    RispondiElimina
  10. Carolina VenturiniDec 15, 2011 06:34 AM

    Stavo leggendo il libro di Marco Marsili "la rivoluzione dell'informazione digitale", ieri. Sosteneva che i giornalisti hanno una sorta di "diritto" maggiore nei contenuti informativi perché iscritti all'Ordine e sosteneva che i vari blogger hanno molto da imparare da questa categoria, in particolare per quanto riguarda la scrittura. Non ho ancora trovato alcuna considerazione riguardante il fatto che molti blogger hanno intrapreso la strada dell'informazione libera proprio per supplire a un prodotto giornalistico scadente, di parte e non al passo con i tempi.

    Sai, Palle Quadre, mi sono chiesta se l'autore avesse mai considerato tutta la quantità di articoli spazzatura che i giornalisti sono in grado di creare copiando e incollando altrui contributi o cartelle stampa.
    Questa sarebbe la famigerata ricerca delle fonti? Questa sarebbe la professionalità?

    I venduti che citi sono anche quei giornalisti che hanno abdicato a fare il loro importante mestiere in nome della comodità o notorietà.
    La presenza della politica limita la libertà nello scrivere, nel cercare, porta a una scelta e a delle censure. In libreria ci sono tantissimi contributi di autori che tentano di giustificare e dare splendore al giornalismo di oggi.

    Se guardiamo da vicino questo tipo di giornalismo, non possiamo non notare dei crateri etici, contenutistici e professionali non da poco. Penso, per esempio, alle interviste realizzate a vittime di catastrofi o morti di parenti improvvise.
    Secondo me, un giornalista che chiede: "Come ti fa stare il fatto che tuo padre si è suicidato?" oppure "Cosa prova ora che la tua bambina non c'è più?" andrebbe almeno richiamato...

    RispondiElimina
  11. Gli esempi che citi sono casi assurdi di sciacallaggio mediatico.
    Ricordo una terremotata che non si reggeva in piedi che era costretta a star li davanti alla telecamera per raccontare, ad un certo punto stava per crollare e il giornalista l'ha afferrata per il braccio, ma non per sostenerla, ma per tenerla dentro l'inquadratura...

    Gli "articoli" copiati sono la loro vergogna professionale, un blogger sa fare molto di meglio, infacci ce ne accorgiamo subito quando sparano cazzate.
    Addirittura Attivissimo (o qualcun altro, ora non ricordo bene) ha fatto il lavoro dei giornalisti: ha telefonato, ha indagato cinque minuti, e scoperto che una notizia era una bufala. Era rimbalzata in tutti i giornali d'italia...

    RispondiElimina