venerdì 20 gennaio 2012

Il naufragio della Costa Concordia, il bisogno di eroi e lo storytelling

Il naufragio della Costa Concordia è solo l'ultima manifestazione chiara di un bisogno profondo della nostra società. "Eroe" è un appellativo elargito presto, nell'enfasi del pathos. Abbiamo bisogno di eroi. Non li troviamo nella letteratura contemporanea, li cerchiamo nel quotidiano. Assomigliano a persone con un forte senso del dovere, capaci di dare valore profondo alla responsabilità che dovrebbe caratterizzare l'agire umano, anche e soprattutto quando s'incarna nell'archetipo implicito delle professioni in cui il dovere morale e civico è di altissimo grado. 
Dalla Grecia Antica ad oggi, questo bisogno non s'è mai sopito. Così come non ha mai smesso di trasformarsi in narrazione, attraverso tecniche di storytelling molto sfruttate dagli odierni media.


Figli di uomini e dei, gli eroi greci erano tali in virtù delle loro poderose imprese pregne di prodigi, forza bellica, intelligenza, coraggio, astuzia e dignità. Erano semidei protettori degli uomini, caratterizzati da abilità superiori. In particolare, si spendevano in attività di carattere generoso nei confronti della collettività o dei singoli. Erano anche esploratori e amanti della conoscenza, sfidavano l'ignoto. Pensiamo a Ulisse, noto anche come Odisseo, le cui gesta vengono narrate in maniera indelebile per il resto della vita del mondo da Omero, nell'Iliade e nell'Odissea. Ma pensiamo anche a Ettore, re di Troia e di Ecuba, eroe della mitologia greca fra i più importanti nella difesa della città fino alla morte, e a tutti gli altri capaci di rivivere, con le loro gesta nelle chansons, nei poemi (cavallereschi e non), nei romanzi di tutti i generi e tempi, fino a giungere a noi, popolando le pagine della letteratura steampunk, così come la filmografia. I giochi per pc, in particolare le campagne gestionali e i giochi di ruolo, vivono e proliferano sul tema dell'eroe/eroina capace di salvare il mondo dal buio/male/ombra. La storia narrata è sempre la stessa, gli elementi tipici anche: i guardiani, il vecchio saggio, gli aiuti, le ricompense, la ricerca del tesoro, prima ancora della motivazione ad intraprendere il viaggio.

Il senso e significato dell'eroe si è spesso mescolato a quello del mito, diventando o incarnando la forza profonda insita nell'archetipo. Le imprese leggendarie, i moti di rivalsa capaci di salvare civiltà o tutelare universi hanno avuto "poteri benefici, quasi curativi" sulle persone, generando anche solo banalmente la speranza. Speranza nel bene, nel futuro, nelle persone, nell'Ordine, nel divino, nella forza caratteriale, nella possibilità di cambiare le cose, impedendo la catastrofe grazie a moti di generosità e volontà possenti. Gli eroi hanno obbiettivi da realizzare, trasmettono il nuovo e/o generano cambiamento. Hanno un Fato ben preciso che grava sulla loro storia personale. Trasmettono il senso di una storia comune di un popolo, dando lustro a chi vi si riconosce. 

Noi abbiamo inventato i supereroi, prendendo a piene mani dalle caratteristiche tipiche degli eroi classici: coraggio, temerarietà, spirito belligerante, ma a fin di bene. Abbiamo anche le persone comuni, quelle che si distinguono con i loro atti di sacrificio, generosità, quelle capaci di superare l'atteggiamento di indifferenza prendendosi a cuore la sorte di una persona, un gruppo o un popolo. Il naufragio della Costa Concordia, il bombardamento mediatico sulla parola "eroe/eroi" ha evocato ancora questo bisogno che ci appartiene senza distinzione di razza, nazionalità o continente. Il mare, l'oscurità, la lontananza dalla terra ferma sono elementi in grado, da soli, di generare terrore e bisogno di protezione. La storia si costruisce da sé: come nell'era dell'Antica Grecia, l'hybris ha fatto lo sgambetto: questo termine greco significa "superbia, orgoglio, tracotanza, eccesso" e, all'epoca, era utilizzato anche nel vocabolario giuridico intendendo un reato di particolare gravità. Il naufragio della Costa Concordia è proprio questo, anzi, a mio avviso è un insieme di reati di particolare gravità. 

A livello letterario, questa vicenda tristemente tragica, sconvolgente e ingiustificabile presenta tutti gli elementi narrativi e retorici adatti allo storytelling e a garantire il successo d'ascolti che i media stanno riscontrando. La nave salpa, ma l'esercitazione di salvataggio non viene fatta: grande dimenticanza che verrà pagata, poi, da alcuni, in maniera tragica. Nel mare, l'ignoto, l'hybris, lo scoglio, il rumore, il buio, il mondo alla rovescia, l'allarme, il buio, il pericolo, tutto è caos, tutto è senza controllo, tutto diventa lotta per la sopravvivenza. Ce la faranno i nostri eroi ad aiutare? Ce la faranno a sopravvivere? Ce la faranno a riemergere dalle acque gelide? Quale motivazione spingerà il comandante ad agire o non agire? 
Scesi a terra, la ricompensa per il tanto sforzo: un paese generoso che si prende cura, ristora, placa, scalda, dona cibo e coperte. Ma ecco la conta dei morti e dei dispersi. Altri eroi all'arrembaggio. Dalla tragedia, la storia si tinge di giallo: dov'è il capitano? Chi era quella donna? C'è sempre una donna dalle tinte fosche in ogni racconto che si rispecchi. Ancora ricompensa: gli studi delle tv che si spalancano per raccogliere le testimonianze, in un atto studiato di generosità mirata e consapevole: chi erano i passeggeri? Cos' hanno provato? Fateci provare il brivido, fateci vedere le vostre facce, com'è stare su una scialuppa?  
Per gli amanti della scrittura, questo caso mediatico è idoneo a uno studio approfondito sui meccanismi di narrazione. Come inquadrereste De Falco, se aveste in mano il libro di Vogler, "Il viaggio dell'eroe"? Che ruolo ha giocato, effettivamente, questo uomo nell'economia della storia narrata? Sarebbe davvero interessante rileggere questa vicenda di cronaca attraverso le dodici tappe proposte dallo story analyst americano/disneyano. Le testimonianze, tutti gli elementi, l'impostazione stessa data agli speciali nelle tv, le voci, piene di commozione, rabbia, paura, terrore, trauma, le foto dei subacquei avvinghiano l'ascoltatore e lo tengono stretto, proprio come un romanzo di Conrad stritola il lettore fra le sue pagine e lo spinge a chiedere ancora, ancora, ancora.

In questi giorni ho ascoltato molti notiziari (complice anche una salute non sempre al top), che trattavano la tragedia della Concordia. Ne sono rimasta incuriosita e affascinata, soprattutto per quanto riguarda la narrazione della vicenda. Mi è parso di vedere un libro in cui ogni capitolo è dedicato alla ricostruzione dettagliata della verità di ogni singola persona e punto di vista. 
Una macchia narrativa che da qualche tempo non mostrava tutto il suo lustro.

32 messages:

  1. Francesco Zaffuto20 gennaio 2012 13:30

    Certo quando ci mettiamo in viaggio non ci immaginiamo un "di peggio". Ma quando si sceglie di fare un lavoro che prevede per contratto l'eroismo in qualche modo va prefigurato quello che ci può accadere.

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    1. Carolina Venturini20 gennaio 2012 13:52

      Non sono così certa che l'eroismo sia chiesto per contratto...

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  2. Veronica Mondelli20 gennaio 2012 13:48

    Lo storytelling dei servizi giornalistici é una piaga del nostro giornalismo. Continuamente. La finzionalizzazione delle tragedie reali porta ad allontanarci dal senso reale delle cose e a rendere melensi problemi seri.
    La cosa che le grandi narrazioni greche avevano compreso era che l'eroe riusciva a fare cose epiche anche perché era uno ybristes. Penso all'atteggiamento spavaldo di Odisseo verso Poseidone, che lo allontana da casa; alla tracotanza di Achille, che rifiuta di seppellire Ettore. Però penso pure alla yubris "buona", quella di Antigone che sfida le regole sociali solo per il bene della società. O all'odierno personaggio videoludico Kratos, l'estremizzazione della tracotanza, tutta volta a portare la speranza agli uomini.
    L'eroe greco ha sfaccettature plurime, proprio per dirci che il vero eroe è l'uomo normale che si comporta giustamente! Non o solo bianco o solo nero, con cui i giornalisti odierni sperano di creare nuove (aberranti) narrazioni.

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    1. Carolina Venturini20 gennaio 2012 13:52

      Molto interessante quello che dici, condivisibile in tutto. Il giornalismo del sensazionale dimentica molti aspetti narrativi importanti. Tra l'altro, giornalismo e informazione non vanno tanto d'accordo con la narrativa, l'immaginazione, la fantasia.

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  3. Lo storytelling è stato giustamente definito da Veronica una piaga ed è una piaga che affascina perché fa leva su emozioni profonde e presenti nell'uomo da sempre. Il grande successo di questo tipo di scritto sensazionalistico è amplificato dai mezzi di comunicazione che oggi raggiungono l'utente in tempo reale. In tutto questo viene fuori un uomo (noi) che tristemente si accontenta perché è abituato al peggio e la caduta dei valori, o il loro svilimento che forse è una forma ancora peggiore, che lo accompagna da troppo tempo lo porta a definire eroe chi fa solo il proprio dovere. Per fortuna riusciamo quasi sempre a distinguere chi è l'antieroe...ma ancora per quanto?

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 11:53

      Non sono convinta che lo storytelling sia una "piaga". Credo, piuttosto, che ci sia una carenza di narratori "reali", capaci di assolvere con responsabilità a questo compito importante e significativo per una società e per la psiche umana. Abbiamo bisogno di storie e abbiamo bisogno di persone che ce le raccontino bene. Il giornalismo non è un surrogato moderno dell'attività dei bardi antichi. i giornalisti sono, spesso, sciacalli. In quest'occasioni, ho apprezzato il lavoro svolto dai canali tipo Rai News oppure TGCCOM24. Una grande copertura informativa, una qualità di informazioni migliore rispetto a quella proposta dai salotti sensazionalistici pieni di opinionisti e tuttologi.

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  4. Io non ne posso più dello storytelling dei giornali: invece di raccontare i fatti in maniera obiettiva, ci mettono fronzoli inutili, commenti a sproposito, creano personaggi, trasformano l'avvenimento in una telenovela...

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 11:55

      Infatti è questo il problema: quando l'informazione diventa opinione personale e visione personale. In ogni tragedia ci sono interessi economici e poteri che si combattono. A volte, chi crea un cumulo di parole a sproposito non sono i giornalisti dei tg... ma i commentatori delle trasmissioni, il cui compito è mantenere alto l'audience sulla propria rete.

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  5. Concordo completamente: in questa storia "giornalistica" non c'è informazione,non obiettività certo non etica e proprio niente di sopportabile.E' un feuilleton di categoria C perfetto nella suo genere e i personaggi ci sono proprio tutti. Devo anche dire che ai "giornalisti" gli è pure andata di "culo" (scusa l'espressione) con il cazzuto della storia che si chiama evocativamente De Falco e la donna del mistero di nazionalità MOLDAVA (subito sottolineato, chè nell'immaginario collettivo...poche ipocrisie, fa già puttana di suo). Che colpaccio,la sorte ha messo insieme ingredienti gustosissimi e così lo sforzo narrativo è stato davvero minimo. Le cose come stanno davvero ce lo dobbiamo immaginare, come al solito, con l'intelligenza, con la conoscenza del mondo che abbiamo acquisito e facendoci domande. Il giornalismo è finito in naufragio da un bel pò ma nessuno ha osato dileggiarlo al pari del Comandante topo.

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 11:58

      Chissà se verranno mai fuori le verità di questa tragedia. Ci sono troppi soldi in ballo e la Costa Crociere, così come la Carnival, non sono proprio le ultime arrivate sul mercato turistico... Certe verità potrebbero penalizzare brutalmente i loro affari (Come una eventuale conferma di clandestini a bordo, come gli inchini pianificati, come la sorte del famoso pc e via dicendo)...

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  6. Francesca Diano20 gennaio 2012 23:49

    Io non parlerei di storytelling e anzi, vorrei cassare l'uso immondo che si fa di questa nobilissima arte, grazie alla (questa sì) hybris americana. Questo popolo, che sta finalmente mostrando il suo vero volto al mondo, quello di biechi colonialisti pronti a fare il deserto di chi si oppone ai loro piani di strapotere economico e politico, ha umiliato il termine storytelling, abusatissimo anche a sproposito, riducendolo a tecnica per intortare i dipendenti e i clienti delle aziende. Come faceva Steve Jobs, che aveva chi gli scriveva i discorsi usando proprio lo storytelling in business.
    Lo tsunami di notizie, caccia ai superstiti per intervistarli, inarrestabili notiziari e talk show, non hanno nulla di nobile o di veramente interessato alle vicende dei poveretti che, per qualche centinaia di euro sono stati caricati su barconi di lusso pacchiano con l'illusione che quella fosse una crociera. Nessuno dei giornalisti ha a cuore i loro traumi o il dolore dei familiari per i morti e i dispersi. A loro interessa solo l'audience, alla stregua del processo di Avetrana, di Perugia ecc. Io ci vedo invece un cinismo agghiacciante. Quanto al capitano, siamo di fronte alla "banalità dell'imbecillità". Un vero e proprio miserabile che inventa scuse su scuse, per salvare il salvabile di se stesso (certo non delle vite che gli erano affidate) cambiando pietose versioni su pietose versioni.
    La natura umana non è portata naturalmente al bene. Un animo nobile è l'eccezione. Per questo lo definiamo o eroe o santo.

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 11:59

      I traumi dei superstiti saranno presi a cuore dagli psicoterapeuti che li avranno in cura.

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  7. C'è poco da dire, di fronte a tragedie dovute alla stupidità umana cerchiamo una via di scampo. La più semplice e quella che ci avvicina tutti.

    Un abbraccio e buon sabato!

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    1. Carolina Venturini21 gennaio 2012 21:37

      No, non sono d'accordo. Cercare conforto nella figura dell'eroe è cercare conforto in una figura profondamente importante e antica, psicologicamente parlando. Non è una via semplice, forse lo può apparire. E un bisogno che ha necessità di rispetto.

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  8. L'apprendista21 gennaio 2012 19:32

    Io conosco una famiglia che era sulla nave: una coppia con le sue figlie di 4 e 7 anni. Sono i padroni della macelleria dove compro la carne. Solo quello che io ho sentito quando li ho visti in tv -e a quel momento erano già fuori pericolo- è stato proprio forte. Figurati il terrore che hanno servato loro. Qui il giornalismo non è stato per niente sensazionalistico, ma indignato contro l'incompetenza e le menzogne del capitano che non è stato all'altezza delle proprie responsabilità. Buon fine settimana.

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    1. Carolina Venturini21 gennaio 2012 21:35

      Tutta la mia vicinanza a queste persone. Dev'essere stata un'esperienza traumatica sotto tutti i punti di vista.

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  9. sul mio blog c'è un premio per te :)
    http://francilettricesognatrice.blogspot.com/2012/01/versatile-blogger.html?spref=bl

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 12:00

      Grazie!

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  10. Ciao perché non passi sul mio blog? http://ilmiodelirium.blogspot.com/

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  11. Alessandro De Vecchi22 gennaio 2012 17:09

    hai descritto con qualità certosita uno dei mali che affiligge questa società malata di "pornografia mediatica"...i miei complimenti + vivi e sinceri!!

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  12. Alessandro De Vecchi22 gennaio 2012 17:13

    hai descritto con qualità certosina una dei mali di cui è afetta la ns società: la "pornografia mediatica e lo sciacallaggio mediatico" ... è vero siamo ancora in costante riceca di "eroi da copertina".. forse non ci siamo mai del tutto liberati della sidrome del "balcone di palazzo venezia" ... complimenti sinceri!

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 12:03

      No, non condivido. Cercare eroi e avere bisogno di storie sono entrambi necessità psichiche dell'essere umano. Non si tratta di sindromi o di Venezie, ma di necessità salvifiche e rigeneratrici. Abbiamo bisogno di storie, di scriverle, di narrarle e di ascoltarle perché abbiamo bisogno di risposte e di qualcuno che ci mostri vie, nel coraggio. I giornalisti dei tg e gli opinionisti dei talk show sono categorie diverse e fanno lavori distinti. Il lavoro del giornalista che ha intervistato Schettino, per esempio, è stato importante ed è importante per l'inchiesta. La pornografia mediatica è un meccanismo di mero e banale business: più audience, più pubblicità, più soldi.

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  13. molto analitico l'esame di questa vicenda tragica,ma i mezzi di informazione esagerano con l'aggiunta di presunti gialli,c'è troppo voyerismo e troppa voglia di creare eroi e di additare colpevoli,prima che inchieste obiettive facciano il loro corso.Tanto di rispetto per chi ha perso la vita e chi ha vissuto ore di autentico terrore,un po' di silenzio sarebbe più opportuno,ma si sa audience o protagonismo macinano tutto,fino a trasformare una tragedia in business.un caro saluto

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    1. Carolina Venturini23 gennaio 2012 12:04

      Questa tragedia, secondo me, è tutto business.

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  14. Inizialmente, per scarsa informazione, non avevo inteso la scelleratezza dell'ormai (purtroppo) famoso comandante Schettino... ora spero solo che chi deve pagare sia costretto a farlo!

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  15. Carolina Venturini23 gennaio 2012 12:04

    Speriamo, anche se ho forti dubbi visto il di cui si parla e visto il potere economico che si andrebbe ad intaccare.

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  16. E intanto la gente muore. Triste realtà la nostra

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    1. Carolina Venturini24 gennaio 2012 18:57

      Siamo nati per morire. Dove è indifferente.

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  17. Questo tuo post è meraviglioso, io amo leggere ed ascoltare storie, fantastico di eroi dalla mattina alla sera, ma spesso devo anche fermarmi e riflettere oltre che fantasticare.
    Una riflessione che faccio in questi giorni è cosa ne uscirà alla fine della vicenda, quando tutto il trambusto sarà finito, e tutte le storie scritte e raccontate, mi chiedo cosa sarà dei colpevoli e di quelli che hanno avuto minuti di gloria, mi chiedo cosa sarà della moglie e della figlia di Schettino vittime innocenti del trambusto mediatico.
    Per non parlare delle vittime, cosa sarà delle loro famiglie?
    Vengano gli eroi, ma poi che ne sarà?

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    1. Carolina Venturini24 gennaio 2012 18:56

      Cinicamente ti potrei rispondere che non sarà nulla. Ma non è così. Dai grandi naufragi, dai grandi drammi umani le scienze e le persone hanno sempre appreso qualcosa e il progresso nelle strutture e nell'umanità è sempre andato avanti. Cosa ne sarà delle vittime? Chi sarà fortunato e chi potrà andrà in analisi e troverà il suo senso alla vicenda, magari scoprendo un amore più profondo per la vita e per i propri cari. Cosa ne sarà della moglie del comandante? Credo il paese in cui viva la stia "proteggendo" tanto quanto proteggono lui stesso. Non so cosa spetta ai comandanti che infrangono una deontologia professionale sacra con tanta indifferenza. Un tempo venivano impiccati. Altre volte venivano radiati dagli esseri umani, cancellati dalle liste civili..come si suol dire... In questo caso mi spiace aver perso certe tradizioni. Non avrà vita facile. Cosa ne sarà della Costa Crociere? Non sono e non sarà sua cliente. Mi auguro le faranno pagare le sue responsabilità.

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  18. Bellissimo post, complimenti. E tanto per citare una banalità (ma parole quanto mai vere!), "Sfortunata la terra che ha bisogno di eroi".

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    1. Carolina Venturini26 gennaio 2012 18:28

      Grazie e benvenuto nel mio blog.

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