lunedì 13 febbraio 2012

Dietro la vignetta: il fumetto come non l'avete mai visto


Immagine di Corto Maltese

Di Fabio Bogliotti e Gianluca Serratore

Mi sono chiesto più volte come iniziare (e anche sviluppare, a dire il vero) questo articolo sul mondo del fumetto: un po’ di tecnica per coinvolgere il lettore o una esposizione enciclopedica? Ho scelto una terza strada, che prova ad affiancare le due sopra citate: seguitemi e vediamo cosa ne viene fuori.


Cominciamo con l’ingresso a una mostra di quadri. Nella prima stanza ci fermiamo davanti a un’opera che rappresenta la primavera; immaginiamo, poi, di passare nella stanza successiva e di vedere lo stesso quadro, ma ambientato in autunno; infine, immaginiamo di entrare in una terza e ultima stanza dove i quadri sono quattro e in tutti è rappresentato il soggetto già visto nelle stanze precedenti, ma nelle diverse stagioni dell’anno (primavera, estate, autunno, inverno). Cosa abbiamo fatto? Beh, dalla fruizione di un quadro statico (prima stanza) abbiamo percepito lo scorrere del tempo (passando nella seconda stanza) per vederlo poi scorrere sotto i nostri occhi (i 4 quadri della terza stanza).

Entriamo ora nel merito e cominciamo a parlare di fumetto. Nella pagina di un comics, come ben sapete, le vignette sono distribuite in una griglia appositamente studiata per l’occasione. La distribuzione delle vignette scandisce il tempo, esattamente come le tre stanze della mostra che abbiamo visitato. Facciamo un passo in più ed entriamo definitivamente nel mondo della nona arte soffermandoci qualche istante nell'ultima stanza: si potrebbe quasi affermare che l’artista ha “fatto cinema”, impugnando pennelli e tavolozza al posto della macchina da presa. Il parallelo fumetto-cinema mi viene spontaneo pensando a Will Eisner che era solito dire “faccio cinema su carta” e che, la sua stessa frase, è stata citata in una recente lezione di Art Spiegelman (autore di MAUS) presso il Circolo dei Lettori di Torino.

Continuando su questa strada che ci siamo aperti, viene spontaneo pensare al chi fa cosa e mettere a confronto persone e ruoli di queste due arti. La sceneggiatura occupa il medesimo ruolo in entrambe ed appartiene alla stessa persona: lo sceneggiatore. Il regista è interpretato dal disegnatore (disegno a matita), talvolta coadiuvato – nel ruolo di aiuto regista – dall'inchiostratore (spesso è lo stesso disegnatore che si occupa di fare il passaggio dalla matita alla china); al trucco c’è il colorista, che colora ogni singola vignetta (più in voga all'estero, qui in Italia sono tanti gli editori che preferiscono il fumetto in bianco e nero – leggi cinema d’autore); ai dialoghi il letturista, ovvero colui che disegna i balloon per inserivi i testi; gli attori sono i personaggi che prendono forma dalle sapienti mani del disegnatore.

Ora sappiamo quante e quali persone sono coinvolte nella realizzazione di un film... su carta; sappiamo che ci sono diverse professionalità all’interno di questa catena di montaggio (come in qualsiasi altra, sia chiaro); ma non sempre sappiamo esattamente in cosa consiste il loro lavoro e quanto sia prezioso.
In particolare, credo siano degne di approfondimento queste due figure: sceneggiatore e letturista.

Chi sceneggia ha generalmente il dono della scrittura (ma non è un assunto) e della visione d’insieme del prodotto finito – senza bisogno di assumere sostanze stupefacenti; si occupa della stesura del soggetto e di dividerlo in scene, ciascuna delle quali andrà tradotta in numero di tavole (pagine); ogni scena, poi, dovrà essere ulteriormente scomposta nelle singole vignette (inquadrature cinematografiche = vignette del fumetto); modifica, quindi, la griglia di ogni singola tavola a vantaggio della storia: per descriverla nel miglior modo possibile, per darle il giusto ritmo, per spettacolarizzarla dove necessario e, perché no, per sperimentare; scrive i dialoghi, rivedendoli e correggendoli quanto necessita (e se non lo fa, il lettore lo nota subito!); infine, della serie la classe non è acqua, potrebbe assumersi il compito di modificare le inquadrature – per altro sue! – in funzione dei dialoghi, ovvero ipotizzare l’ingombro che i balloon avranno in ogni vignetta.

Chi fa il lettering riceve un lavoro terminato, ovvero il disegno già chinato e colorato; riceve, inoltre, il file di testo da parte dello sceneggiatore con l’indicazione dei dialoghi e dei personaggi cui attribuirli (oltre alle didascalie); il suo compito è quello di studiare ogni singola vignetta per valutare come meglio costruire i balloon che accoglieranno i dialoghi e non “rovinare”, con inopportune sovrapposizioni, il disegno; se proprio le sovrapposizioni devono essere fatte, cercherà la soluzione migliore concordandola col disegnatore; il suo lavoro è alla pari di quello del disegnatore: da lui ci si aspetta il guizzo geniale per rendere accattivanti non solo i balloon, ma anche le onomatopee, i famosi crash – vam – gulp! e quant'altro.

Ritengo l’approfondimento doveroso in quanto spesso non vengono notati gli sforzi artistici di questi due personaggi. A questo punto dell’articolo, e sempre procedendo con il parallelo che ci siamo immaginati, sarebbe opportuno intervistare un regista... pardon, un disegnatore.

Ho qui al mio fianco un amico, un artista delle nuvole parlanti: un cantastoriedisegnate – come lui stesso si definisce – al secolo Gianluca Serratore (questo il suo blog: http://www.giallogianluca.it/wp/), al quale vorrei fare una piccola intervista per dare un contributo qualitativo a questo articolo.

D: A che età ti sei avvicinato al fumetto?
R: A parte qualche sporadica lettura dei super eroi americani e della banda Disney in tenera età, ho conosciuto il fumetto a 27 anni, quando ho iniziato il corso alla Scuola Romana dei Fumetti.
D: Cos’è secondo te: una definizione o qualcosa di più?
R Il nome Fumetto è solo un nome, potremmo chiamarlo anche “Coso”, quello che mi interessa è la sua essenza, la possibilità che mi regala per poter raccontare tutto quello che voglio nel modo più appropriato.
D: Stando a ciò che mi hai appena detto, è cambiato qualcosa nel tuo rapporto col fumetto da quando lo hai studiato a scuola ad oggi, che ne sei autore?
R: La scuola è stata una vera e propria bottega dell’arte dove fare apprendistato. Vedere la facilità con cui i miei insegnanti tracciavano dei segni perfetti, mi ha prima frustrato (io disegnavo benino, ma comunque con difficoltà), poi mi ha dato gli strumenti giusti per affrontare una tavola e disegnare quello che avevo in mente. Il rapporto con il fumetto è cambiato nettamente da quando ho capito che è uno strumento eccezionale per raccontare le mie emozioni e la mia visione del mondo. Uno strumento potente come il cinema, il teatro o semplicemente la voce quando vogliamo comunicare con gli altri. 
D: Sei il padre artistico di Zeto, un clown di strada che adora vivere e raccontare la realtà quotidiana; quando e come è scattata la scintilla creativa?
R: Se è “scattata” è scattata in un maniera molto lenta. Credo sia stata più l’esigenza di uscire dal blocco della timidezza con cui sono cresciuto. Ho percorso (prima inconsciamente, poi con consapevolezza) strade alternative per raggiungere gli obiettivi, anche quello semplice di comunicare con gli altri. 
D: Immagino ci siano tracce autobiografiche nel personaggio...
R: Sono dell’idea che, di qualsiasi argomento o personaggio si parli, si finisce per parlare di noi stessi. Al mio personaggio ho chiesto in più, una piccola dose di coraggio per essere me stesso.  
D: Tu sei un autore completo, nel senso che hai il dono del disegno come quello della scrittura; quale delle parti preferisci e perché?
R: Mmhh… il disegno perché è, in apparenza, più artistico. Il disegno ha una lettura immediata. La scrittura ha un disegno nascosto.
D: Abbiamo vissuto insieme una bellissima avventura, quella della stesura a quattro mani di una storia di Zeto: pensi che il prodotto finale di una simile collaborazione possa avere vantaggi (essere migliore) rispetto a quella che nasce dal classico rapporto sceneggiatore-disegnatore?
R: Un buon feeling, la passione ed una sensibilità simile, amplificano e chiariscono le intuizioni iniziali di un’idea.  
D: Sei un onnivoro della nona arte o hai preferenze di lettura?
R: Sono di gusti difficili. Forse questo è un altro motivo per cui è “scattata la scintilla della creatività”. Mi disegno i fumetti che vorrei leggere. Me la canto e me la disegno.
D: C’è un personaggio che avresti voluto inventare o per il quale ti piacerebbe scrivere una sceneggiatura o disegnarla?
R Conosco solo una piccola parte della vasta produzione, e anche per questo la mia scelta cade su Dylan Dog perché è un antieroe, un po’ come il mio Zeto.
D: La domanda di rito: a quale autore ti ispiri?
R: Mi affascinano autori con caratteristiche diverse tra loro, ma con un segno che trasmette qualità e bisogno di uscire dagli schemi. Mi piaciono Ivo Milazzo, Hugo Pratt, Sicomoro, Corrado Mastantuono, Marco Soldi, Rébecca Dautremer, Dave Mckean, Svjetlan Junacovic, Shaun Tau, Mayalen Goust, Milo Manara. La scelta dello stile dipende dal tipo di storia che voglio raccontare.
D: Sono molti i giovani attirati dal mondo dei comics; hai la possibilità di dare loro un consiglio.
R: Al di là del successo, tenetevi stretta la passione per il disegno. Non immaginate quale grande dono vi sia capitato.
D: Ti ringrazio per la disponibilità; nei saluti, però, voglio lasciarti ancora qualche riga a disposizione: per un pensiero, una dedica... insomma, un piccolo monologo che possa dare il contributo qualitativo da me auspicato a questa breve dissertazione sul mondo delle nuvole parlanti.
R: Per realizzare un fumetto bisogna essere: scrittori per pensare la storia, sceneggiatori per svilupparla, registi per scegliere le inquadrature migliori, attori per far recitare i personaggi, poeti per trasmettere l’emozione, illustratori per dare equilibrio alle tavole, pittori per creare opere d’arte (che, vi assicuro, in giro ci sono), pubblicitari per aggiungere un pizzico di furbizia che serve a vendere il prodotto.
Il testo parla, il disegno mostra. Un’arte completa. È per questo che con il fumetto possiamo raccontare di tutto, dalle avventure di Paperino al dramma di Auschwitz. Per chi non lo conosce, il fumetto è come un iceberg, si immagina che ci sia solo la punta fuori dall'acqua e si ignora tutta la parte sommersa.

Chiusa l’intervista e lette attentamente le preziose parole di Gianluca Serratore – segnatevi questo nome: il ragazzo è in gamba! – possiamo trarre le nostre conclusioni su questa breve parentesi che avete condiviso, spero approvandola, col sottoscritto.

C’è una frase che mi ha colpito in questi anni di riavvicinamento al fumetto; l’ha detta un signore, che ha da pochi giorni spento 80 candeline (5 gennaio la data del suo compleanno), in un’intervista di alcuni anni fa: “Posso leggere la Bibbia, Omero e Dylan Dog per giorni senza stancarmi!”; è una dichiarazione forte, che può sembrare provocatoria; in realtà rende orgogliosi gli autori della nona arte così come rende giustizia alla stessa creando interesse intorno a lei; ora svelo chi ha pronunciato queste parole e lo stupore, me lo sento, rasenterà l’esaltazione (beh... con me è successo): Umberto Eco!

Il fumetto, la graphic novel se preferite, ha bisogno di me, di Gianluca, di voi – lettori o autori che siate – per poter continuare a vivere; un po’ come il gioco, che vive solo se lo si gioca... e poi ne suggerisce la lettura un saggista, filosofo, scrittore, accademico, semiologo, linguista, massmediologo, bibliofilo italiano.

17 messages:

  1. Molto spesso in Italia il fumetto viene considerato letteratura di serie B (se non peggio). Ma è un atteggiamento sbagliato perchè tramite i fumetti (o anche le strisce) possono venir veicolati messaggi molto profondi pur mantenendo uno stile "leggero" (certe battute di Snoopy o di Asterix o del Gruppo TNT, ecc... sono geniali)

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    1. Carolina VenturiniFeb 14, 2012 03:34 AM

      Succede la stessa cosa anche ai giochi per pc/consolle. Le arti non "tradizionali" sono viste come "inferiori", eppure la creatività e la professionalità, unite a una dose massiccia di cultura e competenze rendono i fumetti (o i giochi) ottimi strumenti per veicolare messaggi e parlare ai giovani. Talvolta, molto di più e molto meglio delle barbose lezioni su "I promessi Sposi" o Verga (simboli del classico e del "giusto letterario").

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    2. inoltre - chiedo scusa se insisto su questo tasto - spesso i giochi hanno dietro un lavoro di sceneggiatura che i fruitori nemmeno immaginano: come per i fumetti, tutto deve "filare e quadrare", dalla storia principale alle singole sottotrame

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    3. Carolina VenturiniFeb 21, 2012 02:54 AM

      E, non dimentichiamo anche un altro aspetto: i giochi insegnano molto. Prendiamo, per esempio, il classico esempio di Assassin's Creed. Gli approfondimenti su Firenze e sull'arte/artisti e contesti storici insegna tanto quanto un libro di storia e storia dell'arte. Non a caso il team di specialisti all'opera era composto anche da studiosi delle arti e della storia!

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  2. Un bellissimo post il tuo che ha sviscerato l'argomento fumetto con annotazioni interessanti.
    Conncordo anche con Giulio sulla funzione leggera, ma profonda del fumetto.

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  3. Grazie per i commenti; ci tengo ad aggiungere che avevo anch'io un giudizio negativo sul fumetto.
    Poi ho frequentato un corso di sceneggiatura per fumetti e... l'amore è sbocciato! e non manca occasione che lo difenda a spada tratta (quando merita, naturalmente).

    fabio

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    1. Carolina VenturiniFeb 14, 2012 01:44 AM

      Grazie a te per questo articolo. Goditi pure i commenti e i complimenti. Sono sicura che ne arriveranno anche altri, con il tempo. la particolarità di questo tipo di articoli è che sono "sempre verdi", ovvero attuali in ogni momento dell'anno. Grazie ancora e complimenti.

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    2. Troppo buona e "larga di maniche"; inoltre, sono io a dover ringraziare te per l'ospitalità.
      Spero di poter contribuire con un'altra puntata... chissà cosa ne pensano i tuoi lettori?! E cosa ne pensi tu, naturalmente :)

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  4. Ricordo mio fratello e la sua collezione di Dylan Dog. Tuttora custodita con cura.

    Buon martedì!

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    1. Carolina VenturiniFeb 14, 2012 03:36 AM

      Anche mio zio ne ha una: INTOCCABILE!

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  5. Ciao a tutti....non ho parole per definire questo post.
    Inizio col dire che sono un fan di Dylan Dog (che curo gelosamente con prime, seconde e terze stampe) e ho notato a pelle la differenza tra bianco/nero e colore, uest' ultimo mi ha dato una senzazione inimmaginabile.
    Dopo questa breve introduzione "colorata" continuo dando un giudizio molto favorevole al lavoro immane dei due autori di questo post.
    Inoltre condivido, in parte, il fatto in cui si dice che il protagonista sia una parte di noi. Il protagonista del racconto SIAMO NOI!
    Si scrive sempre, e senza "veli", una storia che ci immaginiamo di vivere nella realtà oppure si scrive per "sentito dire" o ancora un racconto di un'altro, ma sempre e solo perchè ci immaginiamo di essere quei personaggi e di vivere le loro avventure.
    grazie per aver letto queste parole confuse e spero di aver scritto in modo leggibile...buon lavoro a tutti da un'orso :D

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    1. Grazie, sei troppo buono!
      Condivido il tuo pensiero sul protagonista: se il lettore si identifica con l'eroe-attore del fumetto è stato fatto sicuramente un bel lavoro... e si "rischia" il successo.

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    2. Carolina VenturiniFeb 17, 2012 10:11 AM

      Sono molto contenta per i riscontri positivi che stai ottenendo con il tuo articolo. :-) Alla fine io credo che il lettore si deve identificare con il personaggio, lo deve sentire vicino, ci si deve avvicinare almeno un pochino... Altrimenti qualcosa non funziona nella narrazione... Che ne pensi?

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    3. Hai ragione (scusa se ti do del tu), il lettore si deve identificare ma non del tutto.
      Io penso che un fumetto sia un libro, sarà banale dirlo, illustrato.
      Ma la differenza del libro che lascia lo spazio all'immaginazione, il fumetto è il contrario proprio perchè le immagini danno emozioni. Le cose che mi attirano del fumetto sono almeno 2, i dialoghi e le scene.
      I dialoghi sono come leggere un libro mentre il disegno trasmette emozioni visive.
      Chiedo ancora umilmente scusa per quest'altra spiegazione confusa :D
      buon lavoro

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  6. Chiedo scusa per il ritardo della risposta, spero non passi inosservata (e comunque l’amico orso lo avverto).
    Il discorso della identificazione lettore-personaggio è molto ben trattato in un saggio di Umberto Eco, Apocalittici e integrati (per chi lo desidera, ne consiglio vivamente la lettura: è per certi versi illuminante!).
    Mi limiterò a dire un paio di cosette.
    Se il meccanismo accende questo processo di identificazione è un buon segno: il fumetto (la graphic novel, il romanzo) è stato scritto come si deve e il lettore si sente partecipe della trama fino a vivere positivamente i sentimenti dell’eroe protagonista, così come è nauseato da quelli dell’antagonista.
    Tuttavia, come dice bene orso, l’identificazione non giunge alla sovrapposizione (non mi viene in mente altro termine) vera e propria perché c’è sempre qualcosa di non dichiarato dall’autore, che crea quel momento magico denominato sospensione dell’incredulità; è in quel momento che il lettore capisce di non essere il protagonista, accettandone i difetti e i pregi, anche se questi ultimi sono senza giustificazione, ma accettati perché si tratta di un eroe (nell’accezione di protagonista).
    Spero di aver dato una risposta senza annebbiare le idee... :)

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    1. Carolina VenturiniFeb 21, 2012 02:56 AM

      Condivido tutti e due i vostri pensieri e mi spiego: quel che intendevo dire è che il personaggio dovrebbe "parlare" al lettore e dovrebbe risultargli "vicino"...o almeno credibile. Chiaro: non ci si può riconoscere in tutti i personaggi del mondo, però si può provare vicinanza o simpatia.

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  7. ok ora ho capito
    prendiamo ad esempio Diabolik: un criminale che crea empatia col lettore, che è vicino al lettore più di tanti altri personaggi "positivi", un eroe creato ad arte, anzi ARTISSIMA, che non ha eguali... insomma, uno dei personaggi più credibili che il fumetto ha ideato

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