mercoledì 15 febbraio 2012

I giovani e il miraggio ossessivo: un lavoro normale

Dadi che formano la parola inglese "work",
che significa "lavoro" in italiano.
Immagine da: www.google.it
Il 31% dei giovani disoccupati italiani dai 18 ai 35 anni vive con un miraggio ossessivo: avere un lavoro normale. Per "normale" si intende un lavoro contrattualizzato, retribuito, la cui durata determinata, precaria e occasionale risulti comunque accettabile. Nessuno di questi giovani (io inclusa) si aspetta un posto fisso. Lo sappiamo che per noi non c'è questa possibilità. Lo abbiamo accettato. In Italia, i politici non perdono occasione per parlare a vanvera sul mondo dei giovani, dei laureati e dei disoccupati. In Italia il lavoro nero, lo sfruttamento/la schiavitù nel lavoratore, la tolleranza di condizioni di lavoro disumanizzanti, del mobbing, delle frodi ai danni del lavoratore sono considerate normali, giuste e accettabili. L'articolo 18 è raggirato con una semplicità imbarazzante, grazie a bastimenti carichi di bugie. Nel mio profilo Google Plus ho posto una domanda al riguardo. Ve la ripropongo anche qui.

Perché è così impossibile ricevere delle proposte di lavoro serie, concrete, stabili (nel senso che se dici A rimane A, senza diventare B, C,D nel giro di 48 ore e poi sfumare nel momento esatto in cui inizi a lavorarci), in cui la richiesta banale dell'informazione (neanche della stipula, solo dell'informazione!) dell'ipotesi remota di un ipotetico contratto e di una ancor più ipotetica retribuzione viene considerata come un affronto/insulto/richiesta extraterrestre o inopportuna? Mi chiedo come può vivere un lavoratore competente e preparato senza contratto che lo tuteli e senza stipendio che gli permetta di fare almeno la spesa, pagarsi l'abbonamento ai mezzi di trasporto (figuriamoci l'assurdo di potersi permettere una macchina!) e pagare l'affitto (non dico il mutuo, ma almeno un affitto..... in nero!). E' così strano chiedere queste banalità (che una volta apparivano come diritti e che erano oggetto di interesse per i sindacati dei lavoratori - quando ancora non erano surrogati dei partiti politici - e della Santa Madre Chiesa - quando ancora si interessava alle "greggi")?

E' un meccanismo malato, ma utile ai poteri "forti" (statali, universitari, aziendali, clericali, sindacali). L'accesso al lavoro, la permanenza nel lavoro, il rinnovo o il pensionamento sono questioni serie, che meritano e richiamano a gran voce impegno e riflessione concreta, pragmatica e responsabile. Ne va della vita del nostro Stato. Pochi riflettono sulla necessità di un cambiamento vero perché, se i milioni di giovani italiani disoccupati non riescono a mantenersi, se le famiglie permangono nella loro funzione di unico sistema di welfare a disposizione per sopravvivere e progredire, la nostra situazione non potrà migliorare. Per comprare una qualsiasi cosa che necessita di garanzie finanziarie è richiesto il contratto a tempo indeterminato. Nel nostro mondo, il contratto a tempo indeterminato non esiste. 

Bisogna cambiare le regole. Le banche stesse dovrebbero rivedere le loro politiche e aggiornarle allo stato attuale delle cose, alla realtà italiana. Noi giovani saremmo più che lieti di cavarcela da soli, di non chiedere aiuto economico ai nostri genitori, di lasciare il nido ad età ritenute "idonee", di laurearci "in tempo" e più volte, come avviene nel resto del mondo. Se solo potessimo farlo. Se solo fosse possibile avere un lavoro che copra tutte le spese di sopravvivenza minima. Non parlo di un guardaroba firmato Valentino, di una Jaguar nel garage e di un piroscafo attraccato a Saint-Tropez.

Dei giovani italiani si è detto di tutto: che siamo mammoni, bamboccioni, ignoranti, stupidi, sfigati, drogati, incapaciirresponsabili. Sono comode queste etichette. Sono ottimi slogan capaci di attecchire nei terreni mentali di una parte della popolazione fragile, in cui l'opposizione "noi siamo meglio di voi" è l'unico pensiero capace di tenere vivo un senso di sé altrimenti putrefatto. La realtà è un'altra cosa. Nella realtà, gli zingari del racket dell'elemosina guadagnano di più di un giovane laureato. Perché, in Italia, il criminale è tutelato e il laureato è schifato ("lo si deve pagare", dicono i vari imprenditori o datori di lavoro, come se questo fosse qualcosa di scandaloso). Uno sguardo all'universo giovanile e adolescenziale è stato dato dall'Isfol e dall'Istat. In molti casi, queste ricerche non fanno notizia. Pochi riflettono sul fatto che se la precarietà, l'abusivismo nelle libere professioni, l'irregolarità è diventata la normalità, qualcosa non funziona per davvero. 

Mi chiedo anche perché non siamo in grado di intasare le sedi della Guardia di Finanza e di denunciare uno ad uno tutti i datori di lavoro che sfruttano, abusano, ingannano e mantengono il lavoratore in uno stato di illegalità totale, tutti i professori universitari che abusano del loro potere per estorcere lavoro gratuito agli studenti (lavoro che sarà rivenduto, con il nome modificato, dal docente stesso), tutto coloro, in sintesi, che stanno guadagnando fior di quattrini sul nostro bisogno di sopravvivere. In questi giorni ci sto pensando e mi sto chiedendo se non sia il caso di iniziare per davvero a passare negli uffici della Guardia di Finanza, per iniziare dal basso a cambiare le cose.

25 messages:

  1. Veronica Mondelli15 febbraio 2012 11:51

    La cosa che più mi dà fastidio è l'immagine che passa di noi sui media: abbiamo curriculum lunghi pagine e pagine, ma, guadagnando poco e costretti a casa dei genitori, i media ci fanno passare per scansafatiche e irresponsabili.
    Lì esplode la rabbia. E poi: perché di noi giovani, in tv, devono parlare i vecchi? Tutti i teatrini televisivi con questi vecchioni ben sistemati che giudicano, li trovo sinceramente inutili, anacronistici, terribili.

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    1. Carolina Venturini15 febbraio 2012 11:53

      Il problema sai qual è? E' che questi nostri curriculum sono fatti da lavori non contrattualizzato e non retribuiti. Per molti, non sono esperienze che contano. Dei media, più passa il tempo, più la mia opinione scende sotto zero. Se vai a vedere i cognomi di certe redazioni, poi, trovi le genealogie dei casati. Facile spalare -letteralmente e scusa il francesismo - merda avendo il fondoschiena protetto da agganci politici e da blasoni altisonanti!

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  2. Bookland: viaggiando tra i libri15 febbraio 2012 12:03

    Ciao. Io sono una laureata(da poco) e dal mio punto di vista il lavoro è davvero un miraggio. Sono consapevole che davanti a me c'è ancora la specialistica da terminare, master iper pagati dafrequentare, stage e tirocini gratutiti in cui verrò solo sfruttata e chi più ne ha più ne metta!
    Quello che ogni giorno mi chiedo e se tutti i sacrifici, miei e dei miei genitori, serviranno a qualcosa oppure se nonostante le mie qualifiche(che alla fine sono solo tanti pezzi di carta) riuscirò mai ad avere almeno una sicurezza economica tale da potermi permettere di mettere su famiglia....
    Se non ci si muove credo che l'unica soluzione realistica sia la così detta "fuga di cervelli"....

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    1. Carolina Venturini15 febbraio 2012 12:06

      infatti: sacrifici. Fai sacrifici, li fanno i tuoi genitori, ti senti "male" se non sei "in tempo", accetti di lavorare gratis, accetti di essere anche insultata, a volte, o magari abusata (ci sono persone che lo accettano pur di mantenere il posto in nero a 10 centesimi l'ora). Per cosa? Per quanto? Quali conseguenze psicologiche, economiche e sociali porterà tutto questo? Le tue preoccupazioni sono le mie, credimi!

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  3. La situazione è molto difficile e rischia di deprimere una intera generazione di neo laureati che non trovano la loro collocazione ma vengono "usati" come manodopera a basso costo, a volte a costo zero. I cambiamenti dovrebbero essere innanzitutto politici perché gli abusi e la precarietà non dovrebbero essere permessi. Con le liberalizzazioni di alcune professioni vedremo se sarà meglio o peggio.

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    1. Carolina Venturini15 febbraio 2012 18:29

      Ti correggo solo su un'affermazione. Non rischia. Depressi lo siamo già. Non vediamo molto futuro. Non vediamo molte speranze. Non vediamo molte strade praticabili.

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  4. E' una situazione davvero vergognosa, mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto, davvero abbiamo permesso che lo sfruttamento, la precarietà, il deprezzamento, l'abuso si siano impadroniti del futuro dei giovani... è una analisi precisa la tua e purtroppo vera...

    A presto

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    1. Carolina Venturini15 febbraio 2012 18:27

      Non lo so. Non so quanti anni tu abbia, ma credo che i nostri padri (intesi come le generazioni che ora hanno 50-60-70-80 anni) dovrebbero spiegarci come hanno potuto permettere che accadesse questo. Dov'erano mentre questa realtà si plasmava. Noi stavamo nascendo, eravamo all'asilo, al massimo iniziavamo le scuole medie. CHi ha permesso che questo fosse possibile è responsbaile. Eppure non si assume alcuna responsbailità, ma si azzarda pure a dire:"Ehhhhhhh..i giovani d'oggi, non sono più quelli di una volta!". A Roma si userebbe rispondere: "Ma l'immortacci!". E condivido.

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    2. credo di avere una risposta: eravamo davanti alla televisione a farci rincoglionire (chiedo anch'io scusa per il francesismo), a lasciarci infinocchiare che le cose stavano andando bene, anzi sempre meglio

      non so quanto, in percentuale, possa prendermi di responsabilità, ma lo faccio (ho 50 anni); di certo, la classe dirigente italiana che ci ha portati a ciò è nata soprattutto nel '68 non come anno di nascita, ma come conseguenza ideologica e quanto ne è scaturito, dai voti politici a tante altre schifezze che - loro dicono - hanno conquistato

      da cinquantenne mi vergogno di aver fatto sì che i giovani d'oggi siano in questa situazione; lo ammetto, ebbene sì, come dico tristemente che il meccanismo che si è messo in moto è difficile da scardinare... o per lo meno, non saprei proprio da dove si possa cominciare (forse le banche che qualcuno ha citato sopra e il mondo della finanza? forse la politica?)

      avete diritto al futuro (che contraddizione: è lo slogan di una campagna pubblicitaria di una banca) e ritengo comunque ci sia ancora la possibilità per tutti voi di impadronirvene

      strillo

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    3. Carolina Venturini15 febbraio 2012 21:21

      Hai ragione: noi possiamo e dobbiamo impadronirci del nostro presente e del nostro futuro e dobbiamo cercare in tutti i modi di cambiare le cose. A volte, la domanda che rimane senza risposta è sempre quella: come?

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  5. Ne parlavo con un amico oggi. Non sono i privati ad aver problemi di art. 18, è il pubblico impiego ad avere problemi di tutele eccessive. Forse l'attenzione è indirizzata volutamente verso altri argomenti.

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    1. Carolina Venturini16 febbraio 2012 10:46

      Non ne sono così sicura. Parli del pubblico impiego dirigenziale, degli impiegati coperti dal sindacato (quindi dal partito), dei ricercatori coperti dalle cattedre all'Università o degli anonimi che fanno il lavoro per tutti costoro sopra elencati? Cambiano i governi e certi istituti vengono chiuso semplicemente perché un ministro ha deciso che tale struttura non serve più. I dipendenti s'attaccano al tram, come si suol dire e ne subiscono le conseguenze. Non so quali sono le tutele eccessive a cui ti riferisci. Conosco diverse persone che lavorano nella Pubblica Amministrazione. Alcuni di questi hanno le spalle più che coperte. Quelli che non hanno alcuna organizzazione di potere alle spalle sono molto più fragili e hanno meno sicurezze. A volte, poi, il mobbing fa la sua parte nello spingere le persone ad andarsene o cercare soluzioni in altre aree di lavoro.

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    2. Considerato che il mio mestiere è quello della responsabile di un ufficio personale pubblico e che vedo persone incapaci, nullafacenti, licenziate più e più volte e riammesse sempre in servizio dai giudici o i peggiori protetti dal sindacato, direi che forse è più per noi che per i privati che va ritoccata la materia.

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    3. Carolina Venturini17 febbraio 2012 18:34

      Condivido quel che dici.

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  6. Mi permetto di correggerti, a Roma si userebbe dire "Ma li mortacci!!!" Scerzi a parte io sarei uno (data l'età) che avrebbe permesso questa vergognosa situazione. Eppure ricordo di essere stato io stesso vittima di un'analoga situazione, quando nel 1972 con in mano un bel diploma di tecnico industriale mi accorsi ben presto che non c'era nessuna possibilità di trovare un "lavoro" che non fosse in nero e malpagato. Così per non gravare sulla famiglia "scelsi" di intraprendere una carriera che niente aveva a che fare con quello che avevo studiato. Eppure ricordo ancora che non ero stato semplicemente alla finestra a guardare ciò che succedeva, insieme ad altri (tanti altri) avevamo sfidato il potere gridando il nostro dissenso, così come giustamente fai tu oggi.
    Non credo ci sia una responsabilità generazionale, non credo ci possa mai essere, troppo generico e troppo semplice. Le spiegazioni sono altre e credo tu possa convenire che sarebbe inopportuno e forse anche un po' inutile ricercarle ora. Posso solo dirti che se c'è da lottare per il futuro delle giovani generazioni, io sono pronto anche se ciò comportasse la perdita di eventuali privilegi acquisiti.

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    1. Carolina Venturini16 febbraio 2012 10:40

      Ma qualcuno dovrà pur essere responsabile di questa situazione. Qualcuno avrà pur scelto, votato, taciuto, permesso, accettato. Non credo che cercare le spiegazioni e le responsabilità sia inopportuno. Credo sia sciocco non farlo, perché far finta di nulla permetterebbe solo e soltanto di continuare a non riflettere e di promuovere ulteriormente uno stato di cose negative, penalizzanti e assurde. Non sentire una responsabilità civile in quel che si compie, ritenere che le proprie scelte non abbiano una ricaduta sociale ed economica anche su vasta scala (nazionale) è molto riduttivo.
      Perché tutti noi abbiamo una responsabilità civile ed economica, nonché politica. Io stessa, per esempio, ne ho una.
      Sono stata elettrice del centro destra molto tempo. Ho creduto quando veniva proposto il trittico: istruzione-inglese-informatica. Ho creduto quando venivano propagandate speranze riguardo al merito. Ho creduto davanti alla parola "libertà". E ho votato di conseguenza.
      Sento la responsabilità di aver accettato alcuni lavori in nero o sottopagati, sento la responsabilità di aver vissuto in una casa senza contratto e so di averlo fatto per necessità e so che tutto questo, unito a quanto hanno fatto altri milioni di persone insieme a me e prima di me, ha contribuito a mantenere vivo uno stato di cose.
      So anche un'altra cosa: che non avrò pensione e che non ho diritto nemmeno all'assegno di disoccupazione perché non ho mai avuto nemmeno un contratto a tempo determinato. Nemmeno per lo stage fatto mi è stato rilasciato un documento che attestasse tale attività, anche perché non era retribuito e ogni spesa è stata a mio carico, incluso quelle di trasporto aereo.
      Per me è un bisogno capire com'è nata questa situazione.
      Come faccio a fare qualcosa di diverso, a non ricommettere gli stessi errori se non mi interrogo, se non cerco di capire chi sono stati i principali responsabili di questo frazionamento e devastazione del mercato del lavoro? Capire questo permetterebbe a tutti noi di iniziare a fare qualcosa di diverso, rendendoci tutti più conto che la situazione non è grave solo perché non riusciamo a coprire le spese base. E' un sintomo di un male più grande. Se non comprendi i sintomi, come puoi fare una diagnosi e vedere se esiste una cura?

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    2. mi sa che avete ragione tutti e due
      solo che le colpe generazionali, mi permetto di aggiungere, ci sono eccome... è più semplice e generico non accettarle, tutto qui
      e ritorno a quanto detto prima: non ci rendiamo nemmeno conto di averle perché siamo abituati a pensare che è così
      ora la sparo grossa: la "primavera araba" (mia interpretazione, anche se non possiamo generalizzare: in quei paesi hanno aperto gli occhi) farebbe tanto bene anche nel vecchio continente
      ciò non toglie che il sistema è duro da cambiare, perché radicato, perché facente parte di un mal costume che - ancora una volta - non ci rendiamo conto di avere
      strillo

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    3. Carolina Venturini16 febbraio 2012 11:05

      NO, non la spari grossa: hai proprio ragione!!! La primavera araba ci vorrebbe anche qui. Questi Paesi non solo hanno aperto gli occhi, ma si stanno impegnando ferocemente per strappare con le unghie e con i denti un destino che non gli appartiene più. Questi Paesi Arabi hanno la netta intenzione di progredire nel sistema sociale, nell'economia, nel turismo, nella scolarizzazione, nella sanità, nello stile di vita e nella cultura stessa. Sono anni che filtrano libri di autrici e autori africani, iracheni e arabi in generale, libri tonanti di denuncia sociale fortissima (come per la questione della violenza sulle donne). Le donne arabe sono scese in strada per davvero. Altro che tarallucci e vino, bandierine e palloncini colorati! Non hanno avuto solo slogan come sostegno!
      La loro storia, tra l'altro, è più che affascinante, anche per quanto riguarda i social media e la rivoluzione.
      Condivido anche quando dici che il sistema di cose è duro da cambiare. Però è difficile anche uscire dalla depressione, dalla tossicodipendenza, dall'alcool, da un cancro, da un'handicap momentaneo. Ugualmente, le persone ci provano. Lottano. Si interrogano, consultano, cercano, agiscono.
      Senza un senso di responsabilità che ti porta ad interrogarti siamo tutti più fragili.
      Perché inconsapevoli, quindi manipolabili.

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    4. Non mi sono spiegato bene, quando ho parlato dell'opportunità o utilità della ricerca delle spiegazioni, non intendevo in generale, ma solo riferito al fatto che mi riesce difficile parlarne in un commento, comunque ci provo, anche se confesso di avere qualche perplessità sulla possibilità di raggiungere una verità condivisa.
      Per me, ad esempio, il problema in Italia è stato sempre "politico", nel senso che il popolo, la gente, non ha mai avuto una partecipazione reale alla vita socio-politica del paese. Tutt'al più si è limitata ad esprimere un "voto", credendo che in quella sede finisse il suo impegno. Le grandi manifestazioni, le lotte in fabbrica, nella scuola etc sono state sempre viste dalla "maggioranza silenziosa" come una sorta di corpo estraneo, se non peggio. Così la classe politica che a livello governativo è stata sempre la stessa fino ai primi anni 90, ha potuto attuare quella che ai tempi della DC si chiamava "corruzione delle coscenze", cioè un posto un voto. La crisi dei partiti storici e l'avvento del Berlusconismo ha poi praticamente omologato tutti e tutto ad una pratica che con la scusa della "competizione" in realtà ha continuato a privilegiare i soliti. Nei pochi anni che i governi di centro sinistra hanno governato, hanno perseguito la stessa logica della destra, seppure in modo meno cruento.
      Ma questa è solo la mia opinione e chiunque potrà dire l'esatto contario, ecco perchè credo serva a poco polemizzare sul passato. Sono fermamente convinto di quanto scritto nel precedente commento, occorre lottare senza pregiudizi generazionali o di parte. Voti a destra o a sinistra, l'importante è farlo, ma cercando anche si scegliere persone degne di rappresentarci, non cialtroni. Infine avere un comportamento conforme al voto espresso, che è poi la cosa più importante. Insomma le rivoluzionì anche senza arrivare al modello "primavera araba" si fanno dal basso, non possiamo aspettarci che le faccia il potere.
      Lo so il commento è lungo, forse un po' contorto, ma ho fatto del mio meglio.
      Grazie, un caro saluto

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    5. Carolina Venturini17 febbraio 2012 18:32

      Non intendo polemizzare sul passato, ma ritengo ugualmente importante capire il perchè della questione e riconoscere come giusta la rabbia che sento e che in molti sentiamo per il presente che viviamo. Non si tratta di pregiudizi generazionali, quanto del fatto che qualcuno ha comunque agito, prima di noi. Quindi questo qualcuno (sia gruppo o singolo) ha delle responsabilità.

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  7. Mia cara, quando mi sono laureata io, quindici anni fa, non è che la situazione fosse migliore, soprattutto per un tipo di laurea umanistica come la mia (archeologia) e quella di mio marito (storia contemporanea). Ho fatto il concorso per insegnare e l'ho superato, ma non sono mai stata chiamata come supplente e non ci ho neanche sperato: mi sono rimboccata le maniche e ho fatto un po' di tutto, dalla segretaria alla baby sitter alla cameriera, sperando prima o poi di trovare una strada. Alla fine ho ottenuto un part-time a tempo indeterminato, ho fatto un minimo di carriera anche se faccio un lavoro da caposervizio e mi pagano per un livello inferiore...mio marito ha intrapreso una carriera nel campo sociale con contratti a progetto e ha preso un'altra laurea come educatore, insomma, ci siamo dovuto reinventare, altrimenti rischiavamo di rimanere disoccupati a vita. Che dirti? io mi ritengo quasi fortunata anche col mio piccolo part time, sempre sperando che non salti l'azienda o ci terzializzino, speriamo bene!

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    1. Carolina Venturini16 febbraio 2012 14:26

      Cara Gellis, con il tuo commento apri un altro problema non da poco. L'assenza di importanza data all'aspetto storico-culturale nel nostro panorama italiano. Non mi risulta che sia mai stato sfruttato il parco archeologico italiano e che siano stati dati fondi importanti alle ricerche sul campo. Il fatto di reinventarsi è una necessità.

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  8. M'era rimasta un po' di speranza, adesso neppure quella.

    Ieri ho compiuto 42 anni, meno male che ho sempre vissuto una vita nomade, se avessi desiderato un'esistenza "normale" come la precedente generazione, abbastanza sicura, a quest'ora sarei in analisi.

    Sigh, sigh, sigh.....

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    1. Carolina Venturini18 febbraio 2012 18:46

      :-) tanti auguri di buon compleanno!!! :-) Credo che se non fosse per la crisi economica.. la maggior parte di noi sarebbe in analisi.

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  9. ciao Carolina..ho scoperto da poco il tuo interessante blog. qs post in particolare apre e tocca un problema spinoso x noi giovani. io sono laureata alla specialistica di lingue..beh..t dico che con la mia laurea nn ho fatto gran che..però lavoro part time in un bar da 9annu..un lavoretto iniziato allora x non gravare sui miei. dopo la laurea,tre anni or sino,il lavoro e'rumasto il solito ...devo ritenermi fortunata.si' perché c e' tanta gente senza che vorrebbe essere al posto mio. ma nella mia vita speravo altro,sinceramente.

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