giovedì 23 febbraio 2012

Vanity Fair, Enrico Mentana, la riforma del lavoro e la disoccupazione giovanile

Copertina di Vanity Fair del 22 febbraio 2012.
La cantante Noemi in cover.
Gente e piccioni, oggi, a Venezia. Un biglietto non cambiato e Vanity Fair tra le mani. Al sole, leggo la risposta di Enrico Mentana (pag. 26) a un lettore laureato in lettere e disoccupato  (come me). Chiedeva se era possibile sperare nella riforma del lavoro annunciata dall'accoppiata Monti-Fornero. La disoccupazione giovanile è al 31%, solo la Spagna ci supera in questo mattatoio di futuro, dice il giornalista riprendendo dati noti da mesi e sin troppo ignorati. Ma Enrico Mentana dice anche altro. Mi riferisco alle riflessioni dell'autore riguardo i posti di lavoro vacanti in quei settori definiti "umili" e all'approccio dei giovani laureati nella ricerca del lavoro. Vi cito alcuni passaggi dell'articolo che mi hanno colpita. 


"(...) Come spiega Flavia Amabile sulla Stampa, mancano commessi (...), camerieri (...), parrucchieri (...) informatici e telematici (...).Sento già sentenziare: ecco, i giovani non vogliono più fare i lavori faticosi eccetera. Ma non è colpa loro se li abbiamo fatti studiare vent'anni per arrivare a una specializzazione; e non ha senso ricordare "io da giovane ho iniziato con un lavoro più umile" perché un conto è lavoricchiare per avere qualche soldo in più (come succedeva ai tempi miei), un altro è ridimensionare per sempre i propri sogni, la professionalità potenziale acquisita a prezzo di studio e fatica."
[Enrico Mentana, Vanity Fair n°8, pag. 26]

Che cosa ne pensate? A me ha colpito molto la frase "ridimensionare per sempre i propri sogni, la professionalità potenziale acquisita" a caro prezzo. Non è la prima volta che affronto la questione. Già nell'articolo "La seconda laurea" ho toccato il tasto dolente. E' proprio vero, sapete? Un laureato disoccupato al giorno d'oggi non deve solo ridimensionare sogni e speranze per il suo futuro professionale. Deve anche fare i conti con il fatto che accettare lavori "umili" per necessità, acqua alla gola, sopravvivenza allo stato puro significa rifiutare l'ipotesi di lavori utili per la sua professione e per il suo curriculum. Significa de-professionalizzarsi. Tagliarsi le gambe da soli. Molte persone non considerano questo aspetto. Non comprendono il costo professionale e personale che questo stato di cose ha su molti di noi. E' facile giudicare, è facile dire: "Perché non vai a lavare i piatti!". 

Credo che tutti noi ci siamo trovati davanti a una scelta: studiare oppure andare a lavorare. Chi ha scelto di studiare, lo ha fatto pensando al suo futuro, pensando di migliorare la propria vita, confidando che tanto sacrificio sarebbe stato ricompensato economicamente (se non con le soddisfazioni nude e crude in ambito lavorativo). Iniziare e perseverare nei lavoretti di basso profilo significa allontanare ancora di più il traguardo del lavoro, quello che si è scelto, quello per cui si ha consapevolmente rinunciato a molta vita, pur di poterlo fare.

Certo, di necessità si fa virtù. Però c'è differenza fra una scelta libera e un obbligo per mangiare, dopo che per anni, da più parti, ti sono arrivati moniti sull'importanza dello studio e sulle conseguenze positive che una laurea avrebbe potuto portare nella tua vita. Erano tutte bugie? 

Un giovane può cercare "un lavoro qualsiasi", come accade ogni giorno sui motori di ricerca, pur di poter sopravvivere? Si può perdere il patrimonio e il talento, la conoscenza di un lavoratore con formazione universitaria e post universitaria perché la convenienza porta le aziende a non assumere, a sfruttare, a non retribuire, a non valorizzare la manodopera potenziale e perché la politica interna e i sindacati se ne fregano sinceramente dello stato reale in cui verte l'Italia (e i suoi giovani)?

Mario Monti ed Elsa Fornero stanno lavorando alla riforma del lavoro. Pare vogliano procedere con o senza l'accordo dei partiti, del PD in particolare. Voglio aspettare di vedere il risultato di cotanta fatica prima di esprimere un qualsiasi parare in merito. Mi ha colpito, però, un passaggio di Enrico Mentana, precedente al primo, riguardo le potenziali novità che bollono nella pentola del nostro governo:

"Mi farò molti nemici - scrive il giornalista - ma penso che non si possa fare una riforma utile proprio con  i soggetti che hanno contribuito a far crescere le storture che la riforma deve correggere: sarebbe come cercare di condividere con la Chiesa una riforma del matrimonio per aprire a gay e divorziati"

27 commenti:

  1. È quello che penso anch'io, nel senso che farebbe bene cominciare dal basso(infatti penso proprio che quando mi laureerò alla triennale farò un lavoretto per tirare avanti con la magistrale).
    È anche vero però che una volta che un giovane si è laureato i suoi sogni dovrebbero essere la priorità. Non dico di lavare piatti per sempre, ma se il giovane ha passione è giusto che gli si dia la possibilità di fare ciò che gli piace.

    E.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 09:16

      A dir la verità, visto i tempi che corrono, non solo dopo la laurea i sogni dovrebbero essere la priorità, ma anche durante perché siamo già in ritardo.

      Elimina
  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  3. Sono una studentessa e al tempo stesso lavoratrice, ex stagista mandata a casa senza nessuna prospettiva di assunzione e ogni giorno vivo con la costante preoccupazione di cosa ne sarà di me dopo gli studi. Non ci sto a "ridimensionare i miei sogni", non dopo che anno dopo anno, battaglia dopo battaglia, ho scelto il mio percorso sempre con coerenza. E'una follia! Sono molto spaventata dai dati, dai sondaggi, dalla cronaca e dalle notizie che ogni giorno ci vengono propinati, troppo confusa per scappare da questo Paese, nonostante sia una delle cose più sagge da fare in questo periodo. Insomma sono ferma e come me tanti, troppi giovani che inseguono un sogno, che hanno studiato e vorrebbero poter realizzare il proprio progetto di vita.

    Mi auguro davvero che la soluzione arrivi presto: sono pronta a rimboccarmi le maniche, purchè mi venga offerta una possibilità concreta!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 09:19

      Siamo davvero sicuri che sia saggio partire ed emigrare? Da una parte sì, lo sarebbe. Ma mi chiedo se non siano chimere le speranze vaneggiate riguardo l'estero. A volte mi sento come quegli immigrati africani che sognano l'Italia pensando che questo sia il paese dei Nababbi (e non è così, nella realtà).

      Mi auguro anche io che la situazione migliori presto!

      Elimina
  4. Veronica Mondelli23 febbraio 2012 19:46

    Una mamma una volta mi ha detto che per lei è impensabile che figli laureati, con tanto di master, dottorati e centodieci e lode, debbano ripiegarsi su un lavoro non conforme ai loro studi: è impensabile perché i genitori sono i primi a investire soldi per venti anni se non più per i loro figli. Investono quei soldi perché la società dice loro che far studiare la prole ne migliora il percorso lavorativo e quindi esistenziale. Investono perché vogliono il meglio del meglio per i loro figli. Ho trovato illuminante il discorso che mi ha fatto questa mamma: ho capito quanto sia sbagliato e socialmente ingiusto che i politici trattino i laureati e i laureati disoccupati così male. Spesso i media tendono a far sentire in colpa i giovani laureati che non trovano il lavoro dei loro sogni e che non vogliono adattarsi facendo altri lavori: be', nessun senso di colpa, nessun sogno ridimensionato. E quella mamma me lo ha fatto capire ancora di più.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 09:24

      Condivido in pieno la tua analisi. Mio padre era un operaio in una fabbrica, mia mamma una casalinga. Per vent'anni mi hanno aiutato e sostenuto nel percorso di studi e hanno rinunciato a tanto (e io con loro) pur di potermi mandare a scuola. Nella mia vita non sono esistiti extra perché tutto quel che c'era era investito nello studio e nel pagamento del mutuo. Il cinema e la pizza una volta ogni tanto, forse tre volte all'anno. Forse. Ora: che cosa devo dire ai miei che con laurea, master e 110 e lode non riesco a trovare un lavoro retribuito (perché di gratuiti ne avrei fin sopra i capelli)? Come si possono sentire? E' giusto che mia nonna aiuti i miei genitori che aiutano me per sopravvivere tutti perché non riesco a trovare un lavoro decente?
      Mi ci sto ammalando, sai? Fra qualche settimana dovrò fare una visita chirurgica per vedere l'entità del danno che questo stress mi sta causando al mio corpo, dentro. E spero non sia una cosa eccessivamente grave, ma curabile in poco tempo.
      Ci sono notti in cui non riesco a prendere sonno tanto sono ossessionata dal discorso "soldi" e "lavoro". E ci sono notti in cui è tanto il senso di frustrazione che non riesco a trovare nemmeno un briciolo di positività. Poi torna il giorno e allora mi alzo e cerco di nuovo strade. Come un ossesso.

      Elimina
    2. Veronica Mondelli24 febbraio 2012 11:43

      In bocca al lupo per la tua visita. Spero vada tutto per il meglio. Capisco bene, anche io somatizzo tutto, solo che a volte la salute ne risente sin troppo. Siamo vessati da troppi giudizi. Se posso darti un consiglio, 5 minuti al giorno stacca la spina, bevi una tisana, ascolta musica, non pensare a niente, ti assicuro che fa bene.

      Elimina
    3. Carolina Venturini24 febbraio 2012 16:01

      Sai che non ce la faccio? Nemmeno quando guardo un film riesco a staccare la mente e il pensiero. Nemmeno leggendo Vanity Fair. Leggevo e pensavo: Che invidia queste giornaliste che sono riuscite a scrivere su questo giornale! Poi pensavo a Mentana e mi chiedevo se anche lui è pagato 3 euro ad articolo con ritenuta d'acconto del 20%, pagato chissà quando, chissà se mai. Dovrei imparare a rilassarmi per davvero.

      Elimina
    4. Guarda, l'ossessione "soldi e lavoro" ce l'ho anch'io, penso davvero che sia un problema generazionale, ci siamo ritrovati con le regole del gioco cambiate. E non aiuta il morale leggere libri come "Non è un paese per giovani" di Rosina, scritto alcuni anni fa, e adesso va pure peggio!

      Elimina
    5. Carolina Venturini05 marzo 2012 22:16

      Ciao Ylenia, piacere di ritrovarti fra queste pagine! Si, credo proprio che sia un problema generazionale. Che cos'hai deciso di fare, poi, per psicologia?

      Elimina
    6. Intanto ho scritto alla facoltà di Psicologia di Cesena per sapere quali esami mi potrebbero convalidare dalla mia "prima" laurea (e mi hanno risposto che stanno riformando i corsi e in base a quello mi sapranno dire...). Sono mooolto indecisa, da un lato mi piacerebbe iscrivermi, dall'altro mi sembra uno spreco di energie inutili che non potrei utilizzare per raggiungere migliori risultati nella mia vita. Mi dico sempre che avrei dovuto fare questa scelta a 20 anni e non a 35! Pensa che ho guardato le lauree in psicologia in Inghilterra, a Londra, ci sono davvero dei corsi di studi interessanti, ma qui stiamo veramente sognando! Tornando all'Italia, quello che mi chiedo è: a cosa mi porterebbe questa laurea in psicologia? Perché se lo devo fare solo per passione, tanto vale leggermi i libri di psico che mi piacciono e magari impiegare i soldi delle tasse universitarie in un'analisi, che è una cosa che mi piacerebbe fare da tempo. Dall'altra parte sento che gli studi in psicologia sarebbero stati i più adatti per me e forse anche i lavori che avrei potuto fare dopo. Da qui a settembre ho ancora tempo per riflettere e decidere. Ylenia

      Elimina
    7. Carolina Venturini07 marzo 2012 12:12

      Secondo me, questa è una laurea che non prendi per passione. Ti imbarchi in questo percorso (indirizzo clinico, in particolare) perché lo senti dentro come una chiamata. Se scegli psicologia per diventare un terapeuta, sai che oltre ai soldi dell'università, della scuola di specializzazione e dell'iscrizione agli albi, dovrai mettere in conto anche l'analisi. Un terapeuta che non ha ha percorso il cammino in cui si vuole inserire è un terapeuta povero. Può anche sapere le tecniche migliori, le può utilizzare didatticamente in modo superlativo. Ma un analista ha a che fare con i drammi delle persone e con il cambiamento, con la vita, con la morte, con la violenza, con il trauma e con il coraggio da leone insito in ognuno di noi. Se non percorri "la via" tu stesso, non puoi chiedere ai tuoi pazienti di farlo e non puoi comprenderli davvero. Mi trovo molto d'accordo con il regolamento CIPA, per esempio, sui requisiti richiesti per essere ammessi alla scuola. Credo che scegliere psicologia sia sempre complicato, perché entri in un mondo diverso. Non sei più solo Ylenia. Sei Ylenia-psicologia, quindi anima, quindi ipotesi di risposte, quindi fonte di ascolto e conforto. Anche se non è così, la gente ti percepirà così. E avrà paura di te in quanto psicologa (anche solo matricola), perché il timore che tu veda più di quello che gli altri sono disposti a mostrare... sarà sempre forte. E' come entrare in un mondo sciamanico.
      Ora come ora in quale settore lavori? C'è un modo per iniziare a includere la psicologia nella tua attività?

      Elimina
    8. Per adesso lavoro in un settore che non c'entra niente: impiegata in un'azienda che importa libri stranieri dall'estero, non c'è modo di inserire la psicologia in questa attività. La mia seconda attività è la traduttrice, in questo caso ho provato a scrivere alle case editrici per tradurre testi di psicologia (così da unire l'utile al dilettevole), ma non mi hanno mai risposto.
      Continuo a pensare che mi dovevo iscrivere a Psicologia 15 anni fa, ne avevo le possibilità e il tempo per frequentare e studiare bene, mi sono incaponita sullo studio delle lingue, bello e altra grande passione, ma forse sarebbe stato più facile studiare Psicologia e utilizzare comunque le lingue, piuttosto che studiare Lingue e inserirci la psicologia, come? Non mi sono iscritta a Psicologia a 20anni perché avevo paura di fare poi il mestiere dello psicologo, non ero convinta di voler fare quel lavoro (sempre che uno riesca a farlo nell'Italia di oggi).

      Elimina
    9. Carolina Venturini09 marzo 2012 14:15

      Per riuscirci ci si riesce: tra associazioni, asl, ospedali, cooperative, scuole, comunità e libera professione di luoghi in cui lavorare ce ne sono! senza contare che la crisi economica sta facendo emergere molti problemi (coppia, sessualità, ansia, depressione, alienazione e via dicendo) ..quindi, in teoria, gli psicologi hanno lavoro fin sopra i capelli. Vedo due problemi: uno culturale (vai dallo strizzacervelli? sei pazzo), uno economico (50 euro e passa a seduta sono tanti, alcuni chiedono due sedute a settimana, altri la seduta e gli incontri di gruppo e le maratone... e son soldi che vanno e non tutti li hanno). Secondo me, alla fin fine, se uno ha una passione, anche senza il pensiero del lavoro, la dovrebbe poter seguire...
      Poi, ti dirò, per me è una gran noia il test d'ingresso obbligatorio anche se hai la laurea...

      Elimina
  5. Io mi sono laureata in lettere ma non mi sono mai sognata di cercare un lavoro come insegnante. Ho fatto altro e con grande soddisfazione. Anzi, ho iniziato a vedermi versati i primi contributi a 15 anni facendo le stagioni estive al mare. Contributi preziosissimi. Quanti ragazzi adesso d'estate vanno a lavorare? Ai miei tempi tutti.

    Baci

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 09:12

      Anche di questi tempi i ragazzi fanno la stagione estiva. Ma tre mesi in un bar sulla spiaggia non bastano a coprire le necessità di dodici. HO fatto le stagioni al ricevimento in hotel, come cameriera/gelatiera e tuttofare. Sono state esperienze utili e importanti, ma non voglio il mio futuro lavorativo solo e soltanto come stagionale in località turistica. Non ho scelto di fare questo della mia vita e non voglio ridurmi a fare le camere (lavoro nobilissimo, per carità!) in un hotel perché non trovo altro con la mia laurea, il mio master e le mie esperienze varie. Vorrei una possibilità concreta per dimostrare il mio valore e vorrei essere retribuita come merito.

      Elimina
  6. Una ben triste realtà.

    RispondiElimina
  7. Carolina Venturini24 febbraio 2012 09:10

    Inavvertitamente ho cancellato il commento di "The diary of Sophie". Lo riporto:

    A me è sempre piaciuto studiare, quindi a 19 anni ho deciso di proseguire gli studi andando all'università, la scelta effettuata mi piace, gli studi intrapresi anche, non mi pento, arrivata ad oggi, molte volte, mi sono domandata se è stato meglio studiare o se fosse stato meglio andare a lavorare a vent'anni, ma credo che cmq sarebbe cambiato poco lavorativamente parlando... quindi meglio aver continuato a studiare, e speriamo che le cose migliorino, anche se il futuro il non avere certezze mi preoccupano moltissimo!!!!!

    RispondiElimina
  8. ma li cercano commessi, parruccheri e camerieri? no perchè se in altre zone d'Italia li cercano mi sa che devo trasferirmi, qui nei nostri supermercati hanno messo le casse automatiche, una persona ne gestisce 4, il cliente si fa il conto e non è che risparmia qualche cosa sulla spesa.
    Certo che una persona laureata ha il diritto di chiedere di più, non per la laurea in sè, ma perchè magari questi lavori li ha già svolti per mantenersi gli studi, che costano non solo in volontà, ma anche in tanto tanto danaro, è troppo per un giovane pensare di poter ripagare gli studi con un lavoro meglio remunerato?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 17:13

      Brava! Ben detto!

      Elimina
  9. Cara Carolina,mi auspico che presto si risolva il problema della disoccupazione giovanile.
    Non si può andare avanti senza prospettive,i giovani devono avere certezze per formare una famiglia propria.
    Buona serata.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 17:16

      Ce lo auspichiamo in tanti!

      Elimina
  10. Credo che oggi il dramma della disoccupazione giovanile sia ancora arginato dal nostro avere le spalle coperte grazie alla generazione precedente (i figli del boom economico) che ancora riesce a sostenere e supportare i propri figli stagisti, sottopagati e così via. Il problema principale adesso è la sfiducia e la mancanza di realizzazione..quando il problema diventerà non potersi comprare da mangiare o vivere in un posto decente credo che le cose cambieranno davvero. Ma speriamo di non arrivare fino a questo punto..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini24 febbraio 2012 17:39

      Si, ma le generazioni dei nostri genitori non potranno assolvere l'ingrato compito di welfare per sempre!

      Elimina
  11. Questo articolo è da incorniciare. Dice cose ovvie che però non scrive nessuno! Hai colto tutti i punti del problema, in particolare evidenziando quello della de-professionalizzazione nel fare altri mestieri rispetto a quello per cui si è studiato. Ne abbiamo fatto le spese in molti.
    Io purtroppo sono pessimista e credo che le cose non cambieranno almeno per i prossimi dieci anni. Stiamo facendo le riforme con un decennio almeno di ritardo e prima che abbiano effetto ci vorrà lungo tempo, nel frattempo le nostre vite saranno passate.Ylenia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Carolina Venturini05 marzo 2012 22:18

      Spero che ci siano persone che scrivano queste cose perché è fin troppo facile dare contro ai giovani e dire che non hanno voglia di fare nulla. La de-professionalizzazione è una cosa terribile, perché è come vedere frantumarsi e volare via anni di impegno, carrelli di soldi spesi per arrivare a tanto e sogni che hanno tenuto alto il morale diventare nulla.

      Elimina