lunedì 5 marzo 2012

La ricerca del lavoro e i centri per l'impiego. Quando le liste di collocamento sono un'esperienza

Vignetta ironica sul prolungamento
 degli stage gratuiti,
che non permettono di vivere.
La ricerca di lavoro si configura in vari passaggi, tra i quali l'iscrizione alle liste di collocamento nei centri per l'impiego appare come tappa obbligata per molti. Gli uffici di collocamento monitorano e gestiscono la domanda e l'offerta nel territorio di competenza. Tutti coloro che sono privi di occupazione possono inoltrare la richiesta nel centro più vicino alla loro residenza. L'iscrizione permette la maturazione di "anzianità di disoccupazione" e, quindi, corsi ipotetici "preferenziali" (alla lunga) nel reclutamento e nella stabilizzazione contrattuale. Le aziende possono contare su agevolazioni fiscali nate dall'assunzione degli iscritti alle liste e il lavoratore, in teoria, ha uno strumento in più per tornare ad essere attivo nel mondo del lavoro. Chi intende iscriversi deve presentarsi allo sportello munito di documento di identità valido e deve avere tanta pazienza. 
Quest'oggi è stato il mio turno ed è stata un'esperienza significativa.


Non mi ci volevo iscrivere. Pensavo: "Ce la posso fare da sola. Perché non dovrei? Ho internet, sono tenace, ho capacità, ho volontà e ho la formazione adatta. Perché non dovrei riuscire a trovare un lavoro, visto che lo voglio per davvero?". Iscriversi alle liste di collocamento significa mettere il timbro "Disoccupato" alla propria vita. E io non volevo. Perché avevo energie, entusiasmo, volontà, idee, creatività e competenza. Avevo anche l'umiltà necessaria per voler imparare, ascoltare, apprendere. Per quella che è la mia storia personale, avere un lavoro significa essere indipendente e questo significa fare l'ultimo passo per "spezzare" una qual certa "catena". Significa essere libera, non ricattabile.

Non volevo credere che non sarei riuscita a superare questo ostacolo da sola, con tutti gli strumenti che avevo a disposizione. Mi sono iscritta a tutte le (pseudo) agenzie interinali sul web (da Monster, a Linkedin, da CercoLavoro a LavoriCreativi). Seguo le offerte su Facebook e Twitter. Scandaglio i motori di ricerca specifici per gli annunci di lavoro. Ho dato credito a persone, ho acquistato i giornali di settore e ho inviato i curriculum, uno dopo l'altro. Li ho inviati come candidatura spontanea, come proposta di collaborazione, come risposta a ricerca di personale specifica. Li ho portati a persone che si dicevano disposte ad aiutarmi, che dicevano di avere "conoscenze" o che evocavano progetti e sviluppi. 

Dal web ho ricevuto risposte per lavori gratuiti, senza contratto, senza contributi oppure pagati con ritenuta d'acconto al 20% (nei quali non era mai specificata la data certa - non quella ventilata, quella effettiva - del pagamento). L'ultimo ente a cui ho dato fiducia è stata l'università, ma anche in questo caso sono dovuta tornare sui miei passi. La parola "disoccupata" riesce a scatenarmi una sorta di rabbia dalle proporzioni bibliche. 

Eravamo tanti, oggi. Oltre i cento. C'eravamo tutti. Dai quindicenni accompagnati dalle madri ai quasi pensionati. C'erano le donne incinte e c'erano le madri single con la carrozzina. C'erano anche le mogli che accompagnavano i mariti disoccupati, gli immigrati di tutte le razze e colori. Tutti avevamo lo stesso sguardo, tutti stavamo adottando le stesse strategie per mantenere alta la nostra dignità: dal vestito al portamento, dallo sguardo al fascio di carte e curriculum sottomano. C'erano genitori che accompagnavano i miei coetanei, c'era l'amica che diceva: "Dai, ora andiamo a berci un caffè, così ti rilassi un pò". E c'ero io. Sola, attonita. Mi guardavo intorno e assorbivo il colpo. Mi chiedevo com'era possibile che dai 15 ai 30 anni si sia ritenuti "incompleti" o "inadatti" al lavoro e dai 40 ai 70 il lavoratore perda ogni competitività. Eravamo in tanti, oggi, tanti veramente. Gli sguardi degli uomini dicevano tutto: omoni, calvi o brizzolati, con cardinagn, cappotti e giacche, con sguardi pieni della loro storia. E c'erano gli occhi dei ragazzi di colore, senza fogli in mano, solo con il numero della coda. Chissà perché mi ero immaginata un ufficio vuoto. Il centro per l'impiego assomigliava alle Poste Centrali con trenta sportelli in più, suddivisi in aree e lettere a seconda della provenienza geografica del richiedente: in quarantacinque minuti sono state accolte oltre sessanta domande, tra cui la mia. 

Uscita, non ho preso l'autobus. Ero troppo... tutto. Troppo arrabbiata e frustrata, troppo serena e sollevata. Troppo speranzosa e diffidente. Ho camminato per 3 chilometri con i tacchi. Si, oggi li ho messi, perché ne avevo bisogno. Non ho pensato a nulla, a parte che mi sarei mangiata un cornetto gigante al cioccolato con cappuccino al cioccolato. Non sono andata al bar, sono tornata direttamente a casa. Ho cercato di non farmi del male con il cibo. Sono passata in mezzo a un parco, c'erano padroni con i cani. Guardarli passeggiare e giocare mi ha messo calma. Rientrata, ho pensato: "Oggi scrivo. Questo pomeriggio lo dedico solo alla scrittura creativa. Al mio romanzo".

8 messages:

  1. Purtroppo la ricerca di un lavoro è sempre frustrante...ma il trucco penso che stia nel non mollare! In bocca al lupo!!!

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    1. Carolina Venturini06 marzo 2012 11:23

      Condivido! Un abbraccio!

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  2. Posso solo dirti che hai tutta la mia comprensione, conosco il collocamento e so come ci si sente.
    Un abbraccio forte!

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    1. Carolina Venturini06 marzo 2012 11:23

      Però voglio pensare in positivo. So di aver fatto tutto il possibile e so che continuerò a farlo..

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  3. Se ti sei messa a scrivere hai fatto bene. Terribile esperienza quella del collocamento. Non demordere, resisti. Il figlio di una mia carissima amica che abita a milano, città dalle mille possibilità, 38 anni, ottima esperienza di marketing in una multinazionale, due lauree, si è trovato disoccupato causa chiusura della filiale milanese. Gli ci sono voluti 5 (cinque) anni prima di trovare un lavoro ed essere assunto a tempo indeterminato. Nel frattempo si è dato da fare anche con lavori gratuiti con l'idea di raccogliere esperienze, ma è stata dura, durissima.
    Resisti. Non c'è altro da fare. Le situazioni non sono mai statiche. Non si sa quando, ma poi cambiano.
    In bocca al lupo.

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    1. Carolina Venturini06 marzo 2012 11:20

      Cara Ambra,
      per fortuna che le situazioni non sono mai statiche. A volte si semina anche quando pare di non fare altro che sbattere il naso contro muri. Non posso più permettermi di lavorare totalmente gratis. Il mio conto in banca non mi permette più di sostenere questo tipo di non lavoro per la voglia di fare esperienza. E non ne posso più dell'aiuto dei miei genitori. Vorrei che si godessero la pensione e vorrei anche riuscire a mettere da parte qualcosa per sposarmi. Per comprare una casa con il mio compagno. Per avere una vita normale... Non chiedo niente di più che una vita banalmente normale.

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  4. Hai fatto bene a concederti un pomeriggio di scrittura creativa: ne avevi bisogno per rilassarti un po'. Le cose cambiano quando meno ce lo aspettiamo arrivano le occasioni: non sono mai entrata in un centro per l'impiego ma mi rendo conto di quanto debba essere pesante una situazione del genere. Ti auguro che le cose cambino in fretta.

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    1. Carolina Venturini06 marzo 2012 16:01

      Ti ringrazio molto!

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