lunedì 26 marzo 2012

Si può vivere anche senza

Si può vivere anche senza. E' questa la frase che mi ronza più spesso nella mente, nell'ultimo periodo. Si può vivere senza un'auto di proprietà, senza i vestiti firmati, senza gli aggeggi tecnologici di ultimissima generazione, senza uno share enorme. Senza gli inglesismi forzati nel parlare, senza i super alcolici d'oltre Manica. Non è questo che identifica chi sei o quali sono le  tue reali competenze, quanta tempra hai e quanto sei in grado di reggere lo stress, di trovare soluzioni, di amare e di esistere nelle cose che valgono, nei rapporti che determinano i confini.
La scorsa settimana ho incontrato una persona, la quale ha ammesso di avere paura di "non essere abbastanza" in un determinato contesto. Ho pensato che si può vivere anche senza l'essere abbastanza in quel preciso campo e che non servono prigioni di ferro per ingabbiare l'esistenza di qualcuno.

Gli ultimi dieci anni di crisi economica hanno pesantemente influito sulle vite di ognuno di noi. Più il tempo passa, più mi rendo conto che sono del tutto indifferente alla pubblicità, ai bisogni indotti, alle menzognere chimere create per obbligarmi ad acquistare cose di cui non ho bisogno. Cerco l'autenticità, ciò che veramente conta, quello che realmente riflette un senso, che per davvero mantiene i tratti intatti di importanza. Non ho trovato questa autenticità nelle aule universitarie, nei libri di linguistica, nei tomi di programmazione, nei manuali di social media marketing. E non perché queste "entità" siano sbagliate, ma perché cerco altro, di più significativo, autentico, vitale. Nessuno di questi luoghi mi dice la verità. Nessuno mi racconta ciò che conta. Nessuno mi dice che devo ricordarmi di essere chi sono e nessuno mi dice di cercare di capire chi sono, dal numinoso all'oscuro. Nessuno mi indica una strada. Mi sto disaffezionando al mondo social e non perché non abbia un lavoro nel campo (forse novità in arrivo) o non abbia dei risultati (ne ho avuti e ne ho). 

Il mondo dei social media (che pure ho studiato con passione, indagato in prima persona, esplorato per inciampare e mappare) mi pare un mondo autistico. Qualche tempo fa è uscita la "guida ai comportamenti sui social network", la quale si può sintetizzare in un: non essere ciò che sei, fingi tanto quanto se non di più. Non dire se sei triste (la gente non ama questi argomenti), non dire se hai avuto un fallimento (i lettori si annoiano oppure, in alcuni casi, gioiscono perché ti è andata male), non dire nemmeno troppo che hai avuto un successo (potresti urtare le sensibilità dei tuoi utenti e potrebbero lasciare il tuo profilo perché gli hai ricordato che loro, quella data cosa, non l'hanno fatta/non ci sono riusciti); fingi umiltà e non esagerare nel parlare troppo di ciò che fai, sei (alla gente non importa). Ciò che conta è solo se hai qualcosa di utile per qualcuno, quanto sei disposto a dare e quanto sei disposto a farti derubare, in alcuni casi. Dai spazio agli altri e sponsorizza gli altri. Loro lo faranno con te. Forse.
Quanto cattoliche sono queste linee guida! Quanto fasulle sono queste leggi!

I social network sono nati per creare uno spazio d'incontro fra le persone. Sono nati per permettere alle persone di dire quello che normalmente non dicono. Erano un luogo in cui poter condividere passioni, idee, progetti, successi o fallimenti. Ora, la pubblicità riempie tutto. L'essere tracciati in ogni singola azione, spostamento, passione, momento, rende questo mondo una prigione. Che fine faranno le informazioni prese dai nostri profili? Chi ha l'elenco delle nostre password? Che uso ne fa? A chi importa sapere la geo localizzazione del nostro cellulare? 

Un luogo in cui trovare una comunità disposta ad ascoltarti, come nella vita reale non accade: questo dovevano essere i social all'inizio. Invece, riparte il meccanismo. Sii ciò che non sei. Il mondo social appartiene al marketing e al potere "altro". Le persone, con le loro storie reali, con le loro battaglie combattute in ogni singolo giorno, diventano striminziti messaggi camuffati in meno di 140 caratteri. Il più delle volte, infatti, i profili Facebook sono pieni di niente. Non bisogna annoiare, ma mostrare, amplificare. Bisogna essere vincenti. Bisogna essere punti di riferimento. Bisogna essere attivi. Altrimenti una marea di altri nomi, news, link sovrastano i tuo spazio e spazzano via, portano via. Serve tutto questo? La cacofonia dei giochi, dei lanci, dei video quale vuoto riempie, senza mai riuscire a colmare il vaso umano bucato?

In questi giorni rifletto, spengo il pc concentrandomi sulle persone che contano, sulle cose che contano, sulle azioni che contano. Si può vivere anche senza. Sono cresciuta senza i diari firmati, gli zaini Seven (ogni anno diversi), senza il trucco, il parrucco e le unghie rifatte, senza la discoteca ogni sabato sera, senza le ubriacature per fare gruppo. Senza l'auto come regalo di compleanno per i miei 18 anni. Senza tante cose. Le ho rimpiante per molto tempo, soprattutto quando queste assenze significavano espulsione o esclusione. Ho pensato spesso che avrei vissuto una vita migliore se solo avessi avuto qualcosa della tal marca, perché mi avrebbe permesso di appartenere a un gruppo o essere riconosciuta come tale, sarei andata "bene", forse, anche se non ero una taglia 40. Non è poi così diverso con i social, nel mondo odierno. E, invece, si può vivere anche senza.

Quando ripenso a quella persona che ho citato in apertura, mi vengono in mente molte cose che avrei voluto dire e che non ho detto. Una fra tutte. Avrei voluto esortarla così: "Quando ti troverai nella situazione di emarginata a causa delle tue diverse conoscenze, quando ti troverai nella situazione di esclusa preventiva perché non appartieni a quel gruppo, quando ti sentirai inadeguata perché diversa, fermati un attimo e riporta alla mente chi sei. Le tue battaglie, le tue vittorie, le tue sconfitte, le tue ferite, i tuoi amori. Ricordati chi sei e trova in questo la forza per scalare un altro gradino della scala in fustagno che ti porta ad avere piena consapevolezza del senso di te, della tua dignità." 

Si può essere qualcuno. Si può essere ciò che si è, senza che questo sia un handicap. Non è quell'appartenenza alla maggioranza che identifica Te. Il tuo diritto ad esistere e ad andare bene è una battaglia all'ultimo sangue, da combattere con il gigante formato dalle macerie dei tanti bisogni che occupano il tuo sangue. 

"Simba, ricordati chi sei".

17 commenti:

  1. Sono veramente d'accordo con te su tutto.
    Non si puo' vivere solo senza la libertà di "essere" cio' che veramente siamo.
    Un caro saluto.
    Anna Laura

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    1. Carolina Venturini26 marzo 2012 13:40

      Secondo me, poi, non può diventare tutto un tentativo di manipolazione e controllo, sia attraverso l'induzione di bisogni, sia attraverso le opinioni.

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  2. FANTASTICA! Hai fatto un post meraviglioso! E' vero, hai non ragione, di più! Io spesso mi sono sentita e mi sento emarginata perchè sono una silenziosa, non sono una persona che attira attenzione, passo inosservata, e mi riferisco a persone che ritenevo amiche, ORA, in questo periodo mi sono stufata di essere come loro vogliono che io sia, o come io penso che loro vogliono io sia, cerco con le unghie e coi denti di essere me stessa e se non ti piaccio....pazienza, mi mancherai, ma io ho me stessa e la mia famiglia.
    Ed è facile cadere nel pensare che "vivere con" permetta di vivere meglio. Anzi, come dici tu, ci ingabbia ancor di più!!!
    Ora, non so se sono stata chiara....mi prende questo discorso e parto in quarta......comunque: COMPLIMENTI!!!!!
    Un abbraccio!

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    1. Carolina Venturini26 marzo 2012 13:53

      Cara Ste,
      sai, essere riconosciuti, appartenere, non essere esclusi, essere amati, sentire di andare bene sono bisogni primari e fondamentali di tutti noi. Allo stesso tempo, la realtà, la vita, i mondi degli altri esseri umani non collimano sempre con queste necessità, benché sono simili, se non uguali, per tutti noi. Che fare? Forse.. un pizzico di serenità si trova proprio nel sentire profondamente chi siamo.
      Ti abbraccio tanto, riconosco quello di cui parli perché l'ho vissuto anche io. Mille e mille volte.
      Un abbraccio,
      Carol

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  3. Meraviglioso questo post!!!

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    1. Carolina Venturini26 marzo 2012 21:19

      :-) grazie! Non me lo aspettavo..era in giacenza nel cuore già da qualche tempo..

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  4. Cara Carolina hai scritto un bellissimom post di cui condivido tutto. Hai descritto con attenzione sa la realtà che il mondo virtuale, il senso di esclusione che si può provare e il desiderio di appartennza al gruppo di riferimento. I problemi che hai esposto sono talmente vasti che è difficile riuscire a "vivere senza" perché siamo estremamente manipolati e non sempre i bisogni ( i quali a parte quelli legati alla sopravvivenza sono tutti indotti)emergono in tutta la loro non necessarietà. Proviamo almeno ad esere noi stessi: da qualche parte bisogna pur cominciare. Grazie per questo bel post.

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    1. Carolina Venturini27 marzo 2012 10:43

      Eppure, quanto è importante riuscire a rendersi conto delle reali necessità e di che cosa siamo veramente, oltre i bisogni indotti e le aspettative esterne?

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  5. Non si può vivere senza l'amore.

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    1. Carolina Venturini27 marzo 2012 17:46

      No, mai. Per nessun motivo.

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  6. Ciao,

    mi piace la tua analisi ma non capisco cosa c'entri il "cattolico". Se con questo termine indichi ipocrisia posso capirlo, ma è assolutamente fuorviante. Il mondo cattolico indica anzi una via di uscita a tutte le illusioni di cui parli, un'attenzione a "ciò che non muore", mentre tu scrivi della fiera delle vanità in cui tutto si dissolve.

    Potrei sinteticamente risponderti citando la mia esperienza: "Cerca Dio e supererai tutto in un attimo, tutte queste riflessioni verranno trascese". Certo, rumane il problema fisico di cercare il pane quotidiano ma tutte le riflessioni perdono significato. Puoi continuare a lavorare o meno nel mondo dei social media, ma sapendo benissimo che non contano niente, non sono niente, non portano niente, non perché non vi sia influenza in essi, ma semplicemente perché hai trovato qualcosa che "riempie" molto di più: di interesse, di significato, di speranza, di tempo, di amore, di consapevolezza, di tutto. Quindi puoi svolgere il tuo lavoro quotidiano, qualunque sia, nella pace, in un distacco che non è disinteresse a buon mercato, ma consapevolezza della pochezza di tutto questo, anche se "al corpo si deve pur dare sostentamento" (Se Imitatione Christie).

    Tutte le cose di cui parli non possono essere risolte, non hanno soluzione per loro natura, sono davvero una trappola della mente. Possono solo essere trascese. Poi avrai per loro, come capita a me, lo stesso interesse che si prova per un formicaio. E ogni tanto io mi fermo ad osservare le colonie di insetti ma non mi pongo interrogativi sulla natura complessa delle loro relazioni. Sono affari loro.

    La vera chiave di volta, purtroppo, eternamente, è la disponibilità economica che permetta la necessaria sussistenza per non dover dipendere da mille cose diverse e in fondo poco significanti, io dipendo dal mio lavoro ma non impazzisco per lui e neanche per i media. Il problema concreto, reale, immediato è una cosa, quello del chiedersi il significato del sistema è altra cosa e non produttiva. Chi cambia le cose, spesso, non si chiede che significato hanno, se ha potere le cambia e basta. Altrimenti niente.

    Ciao.

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    1. Carolina Venturini28 marzo 2012 18:40

      Ciao Exodus,
      scusa il ritardissimo con cui ti pubblico e ti rispondo: giornata campale oggi.
      Dunque, quando dico "cattolico", intendo quel modo di fare e di pensare tipico della religione cattolica proposta dai pulpiti (e, probabilmente, lontana dai contenuti dei Libri Sacri reali). Mi riferisco a quell'atteggiamento di finta umiltà, di finto interesse per gli altri, di sincera voglia manipolativa per ottenere uno scopo, presentando al mondo un'immagine "buona", "giusta". Mi riferisco principalmente all'ipocrisia che citi. A quel modo di fare e pensare che tende ad annullare le diversità e i meriti delle persone. Le cose grandi che ognuno di noi è in grado di fare, per appiattire il tutto in un mare di .,.. ipocrisia.

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    2. Beh... vediamo un po'...

      Ciò che dici può applicarsi al mondo cattolico ufficiale. Però, leggendo bene...

      "finta umiltà, di finto interesse per gli altri, di sincera voglia manipolativa per ottenere uno scopo, presentando al mondo un'immagine "buona", "giusta"...

      magari questo può applicarsi anche al mondo POLITICO tutto. Quindi potevi, ad esempio scrivere, senza sbagliare secondo le ragioni espresse prima

      "Quanto POLITICHE sono queste linee guida! Quanto fasulle sono queste leggi!".

      Non conosco infatti politici che non abbiano "interesse per gli altri, voglia manipolativa, che non presentino immagini buone, etc...".

      Però, a ben vedere, può applicarsi perfettamente ad organizzazioni, che ne so, come la Croce Rossa e la Cooperazione Internazionale ("finta umiltà, di finto interesse per gli altri, di sincera voglia manipolativa per ottenere uno scopo, presentando al mondo un'immagine "buona", "giusta"...). Credo ci sia dentro la stessa percentuale di onesti e disonesti, come nel mondo cattolico. Si poteva quindi scrivere:

      "Quanto CROCE ROSSISTICHE, sono queste linee guida! Quanto fasulle sono queste leggi!".

      Attenzione, dimentichiamo le grandi aziende. Spendono miliardi in pubblicità d'immagine, hanno interi team che leggono i giornali e si interfacciano con la pubblica opinione per generare consenso (l'ufficio suddetto è nel mio stesso open space, ma la struttura è molto ampia).

      Senza timore di sbagliare potevi quindi scrivere:

      "Quanto AZIENDALI, sono queste linee guida! Quanto fasulle sono queste leggi!".

      Per non parlare della tua esperienza con il mondo editoriale in cui chi scrive non vale niente ma la scrittura è presentata come prodotto altamente culturale e degno di spesa. Potevi quindi scrivere:

      "Quanto EDITORIALI, sono queste linee guida! Quanto fasulle sono queste leggi!".

      Senza timore di sbagliare.

      PAssiamo al mondo dello sport in cui volano miliardi per alcuni e sfruttamento per altri (molti di più, ne so qualcosa). Tutto, come scrivi "finta umiltà, di finto interesse per gli altri, di sincera voglia manipolativa per ottenere uno scopo, presentando al mondo un'immagine "buona", "giusta"...

      Potevi anche scrivere:

      "quanto SPORTIVE sono queste linee guida".

      Posso continuare per ore, entrando anche nell'ambito familiare in cui si vuole "il bene dei figli" magari con ricatti psicologici tali da far impallidire tutte le altre organizzazioni prima citate.

      Cmq quando scrivi "quel modo di fare e pensare che tende ad annullare le diversità e i meriti delle persone", beh mi ricorda tanto il Comunismo nel mondo, tutti uguali, alcuni più uguali degli altri, e ferocemente ANTICATTOLICI.

      Spero di aver saputo esprimere il mio pensiero.

      Buona serata.

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    3. Carolina Venturini28 marzo 2012 20:22

      Se lo desideri, puoi sempre scrivere un post a tema sul tuo blog, in modo tale da poter utilizzare le parole che tu ritieni più opportune, secondo il taglio che vuoi dare. :-)

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    4. E' che lo scritto è lo specchio involontario in fondo, di ciò che si ha dentro e quando leggo mi chiedo: "perché ha usato proprio queste parole? Come mai?". Definiamola la curiosità, morbosa :-), di un chirurgo.

      E' importante per me comprendere se c'è un motivo, oppure se sono state scritte così e basta, senza un particolare motivo. Poi nella fase due sviscero il motivo. Volendo si può continuare a scavare all'infinito, ma spero di fermarmi prima!

      Non credo di voler scrivere un certo tipo di post sul mio blog in quanto mi interessa comprendere certe dinamiche di pensiero, di scelta delle parole, ma non di divulgare un certo tipo di considerazioni sul cattolicesimo: credo sia inutile, certe cose occorre sperimentarle e poi c'è chi scrive e divulga molto meglio di me in questo settore, infatti resto spesso ammirato, farei una ben magra figura al confronto. Rimarrò un affezionato lettore.

      Ciao!

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  7. Finalmente dopo qualche giorno in cui il pc mi ha fatta dannare e non mi permetteva di commentare eccomi qui.
    Il tuo post è chiarissimo e personalmente trovo che il termine CATTOLICO nella frase sia perfetto, abbiamo capito tutti il senso e crodo lo si possa condividere (personalmente lo faccio).
    Non avevo mai fatto però un'analisi così precisa dei social, vado quotidianamente su facebook, non ci perdo le ore, ma è uno strumento utile per tenere i contatti con molti amici che negli anni si sono dispersi per il mondo, chi in Irlanda, chi in Inghilterra, chi in Spagna, chi a Dubai, chi in eterno pellegrinaggio; mi permette di capire meggiormente dinamiche, culturali, sociali e politiche nel mondo, ma è molto vero anche quello che dici.
    Non mi ero mai fermata a riflettere sul decalogo del social, ma ora che lo hai espresso lo capisco e condivido.

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    1. Carolina Venturini30 marzo 2012 14:10

      Ciao Flavia,
      che piacere incontrarti di nuovo! Condivido la tua analisi sui social network. per me, nel profilo personale, è la stessa cosa. Mantengo i contatti con persone amiche sparse nel mondo. Gli altri profili social sono il mio "tasto dolente". Nel senso che vedo i limiti e le grandezze di questo mondo e, quando sono stanca, certe dinamiche "fasulle" mi infastidiscono molto, perché non vedo "verità", ma solo immagine. Sottolineo: tutto questo è opinabile, non credo e non voglio avere la "verità" in tasca. E' solo una mia riflessione.

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