martedì 24 aprile 2012

Lavoro, contratto, retribuzione: vietato l'accesso ai giovani

Oggi mi sento triste. Di ritorno dall'incontro con l'avvocato, mi interrogo sugli ultimi 3 anni di lavoro, i quali mi hanno portato a mala pena 800,00€ lordi in totale, nulla di previdenza sociale e nulla da un punto di vista contrattuale. Soffro ogni volta che ci penso. Mi domando costantemente: come cambiare rotta? Dove cercare lavoro retribuito? E' proprio vero che non c'è alcuna speranza di riconoscimento?  Davvero non valgo nulla? Che cosa devo fare per far comprendere ai tanti Promoter di lavoro che ho diritto alla retribuzione e che sono stanca delle bugie e degli inganni? Il lavoro è una cosa seria, vitale. Mi sento sprecata. Sono consapevole del mio valore come lavoratrice (no, questo non me lo toglierete!) e non riesco a rassegnarmi. 


Sono cresciuta con le voci degli adulti che dicevano: "Fai una cosa in più, mostrati volenterosa, sii disponibile, dimostra che ti interessa, dai il massimo, non pensare al guadagno, ma spenditi". Come me, moltissimi altri, lo so. Il problema è che questo "fare una cosa in più" per mostrare attaccamento all'azienda, interesse per il progetto, disponibilità oltre la propria fascia oraria, capacità di andare oltre i cavilli e di dare, anche senza pretendere, è diventato sinonimo di sfruttamento dovuto, scontato e ricercato. Molte volte ho sentito adulti lagnarsi e piagnucolare inveendo contro un ragazzo che si rifiutava di fare una cosa in più oltre i limiti del suo contratto. La tipica domanda era: "Ma cosa gli costa?" Già. Cosa gli costa? Questo. 

Le volenterose iniziative e manifestazioni di disponibilità fuori dal contratto di lavoro non hanno valore e non portano a nulla di diverso dallo sfruttamento. Non sono riconosciute dalla legge, perché sono iniziative personali. Poco importa il contesto. Se dai un dito, ti verrà chiesta la mano, in maniera subdola (spesso), senza lasciare traccia (via telefono e non via mail), inducendoti a pensare che è tuo dovere dare questa mano, e anche il gomito, perché, altrimenti, non sei un bravo lavoratore, non ci tieni davvero all'azienda, non meriti l'investimento che qualcuno, con tanto sacrificio, ha scelto di fare. C'è qualcuno che potrebbe rubarti il posto, sai? La fila è lunga. Non sei indispensabile e il tuo lavoro potrebbe essere svolto da miliardi di altre persone, trecentomila volte meglio di te. Non ditemi che non avete mai ascoltato una frase simile. 

Dal 2009 ad oggi, quando, cioè, ho iniziato a lavorare nell'editoria, non mi sono mai posta questo problema, sapete? Ero mossa dall'amore per la materia, dalla gioia di intraprendere una strada che significava ancora molto per me. Volevo riuscirci perché volevo sgravare i miei genitori dal peso dell'aiuto economico e volevo avere un ruolo perché avevo bisogno di sentire riconosciuto il mio valore.  Sono cresciuta dicendomi: "Quando lavorerò potrò permettermi...." e seguiva una lunga lista di oggetti che nemmeno oggi posso comprare, perché non sono retribuita, non ho contratti, non riesco a trovare qualcuno disposto a pagare per il lavoro che svolgo. Non vi racconto che cosa mi causa questa situazione, internamente. Non serve. E' evidente. Ho sempre pensato che entusiasmo e passione, disponibilità ed elasticità fossero caratteristiche importanti da preservare. Di ritorno dall'incontro con l'avvocato, mi rendo conto di quanto la mia voglia di fare (che in un mondo ideale sarebbe considerata in maniera positiva) altro non è stata che foriera di guai. 

Cresci con qualcuno che ti dice: "Non chiedere subito se sarai retribuita, sii umile", e alla fine non ricevi alcun compenso, neanche per la tua delicatezza nel non aver evocato la domanda indesiderata e impronunciabile, pena la morte immediata di ogni ipotesi di lavoro. Cresci con le voci degli adulti che dicono: "Non fare storie per 5 minuti in più", e poi ti accorgi che quei cinque sono diventati sessanta e che nessuno te li ha pagati, ma tu hai dovuto spendere. Tra l'altro, non vengono conteggiati come tempo in più, ma come dovere. Perché sei giovane, chiaro. E' accettato lo sfruttamento. La comunità degli adulti lo tollera, lo perpetua e lo sostiene attivamente, quasi fossero attivisti di Green Peace. E poi ti scopri adulto, trattato ancora da "giovane", quando invece sei in età da marito, potresti essere madre o padre, avresti tutto il diritto di comprare una casa e realizzare la tua vita come è normale che sia. Ma non puoi. Perché non hai un contratto e una paga che ti permetta il lusso di sopravvivere.

Cresci guardando negli occhi persone dall'aspetto rispettabile, della serie: "Chi, io? Non potrei mai nemmeno schiacciare una mosca, figuriamoci sfruttare il lavoro altrui, utilizzarlo in maniera indebita, non retribuire i dipendenti, scrivere contratti ad hoc per proteggermi dalle illegalità che andrò a perpetuare con gioia e ghiottoneria!", e poi ti accorgi che questi occhi da cerbiatto, quella barba tagliata di fino, quella galanteria nei modi, altro non sono che manipolazioni. D'altronde, mica puoi dire, in sede di colloquio: "Guardi, per quanto mi riguarda lei è un farabutto come tutti gli altri e mi aspetto che tenti di truffarmi in ogni modo possibile. Anzi, le dirò di più! So già che, per quanto starò attenta, sicuramente, almeno una volta, riuscirà a fregarmi". Non serve un master di secondo livello in chiaroveggenza  per capirlo. No, questo non lo puoi dire, comunque. Sarebbe controproducente per l'esito del colloquio. 

Cresci immaginando che le selezioni, tra l'altro, si svolgano nelle sedi delle aziende e poi, invece, cerchi su Google Maps indirizzi per alberghi o bar di periferia, oppure ti ritrovi a togliere la bava da baciamano non desiderati, richiesti, voluti o accettati, i quali, proprio perché rifiutati, ti chiudono le porte in faccia per dei lavori onesti di cui tu avresti sinceramente bisogno per sopravvivere. D'altronde, l'ex Presidente del Consiglio ha mostrato la strada, ha dato il via a questo tipo di nuove "selezioni" e nuove prospettive di lavoro. Si può chiedere agli italiani di non seguire il suo alto esempio di "brav'uomo"? Chiaro che no.  Checché se ne dica, tornasse a candidarsi, salirebbe al potere di nuovo. E per fortuna che lui  era quello le cui campagne pubblicitarie...ops! Elettorali, si fondavano sui giovani, sul futuro e su tutte le solite "blablabla".

Oggi ho capito una cosa. Che passione, impegno, disponibilità, sacrificio, capacità di lottare sono merce rara. Personale. Alle aziende non interessano. Meglio investirle in sé stessi, piuttosto che devolvere a fondo perduto una quantità di tesoro inestimabile a compagnie di saltimbanchi che si fanno chiamare "datori di lavoro".  Certo, le aziende ne verranno penalizzate. Ma chi ha scelto la strada della furfanteria programmata ai danni dei giovani? Per ogni azione c'è una conseguenza. Prima o poi anche l'Italia dovrà pagare per i danni concessi, pubblicizzati, tollerati e sostenuti contro la forza lavoro. Si parla spesso, infine, dei diritti dei lavoratori, ma poco dei doveri. Ecco, fra i doveri, annovero in pole position soprattutto uno: tutelarsi. 

Dal 2009 ad oggi non l'ho fatto. Ma oggi inizia una nuova era, per me.

12 commenti:

  1. Io ho avuto fortuna quando ho cambiato rotta, lasciando perdere studi e interessi e non me ne sono per nulla pentita. Spero che anche a te capiti presto una bella occasione.

    Baci

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  2. Cavaliere oscuro del web24 aprile 2012 19:23

    Sono d’accordo è l'ora di tutelarsi; salutoni a presto.

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  3. Quanto ti capisco Carolina! Io ho lavorato per 10 mesi senza contratto, facendo quello che amo di più cioè scrivere, per una retribuzione misera e ho deciso di dire basta. Sono stufa di sentirmi che ho troppe lauree, che non è servito a nulla impegnarmi nello studio. Non perdere la speranza. Nonostante tutto. Prima o poi arriverà l'occasione giusta.

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    1. Carolina Venturini24 aprile 2012 19:34

      Cara Emy,
      grazie per aver lasciato il tuo pensiero e la tua esperienza. lavorare nella scrittura è difficile. Ci sono tanti "furbi". A volte mi chiedo se sia meglio tacere la formazione e le esperienze pregresse, presentandosi solo come analfabeti, per avere qualche speranza di contratto. E' assurdo. E doloroso. Profondamente. Ti abbraccio e ti dico: abbi fede, le cose cambieranno. Devono.
      Carolina

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    2. Cara Carolina, a dirti la verità, ci ho pensato. Volevo far finta di essere rimasta alle medie, o al massimo alle superiori, ma mi sembrava insultare me stessa e la mia intelligenza. E' vero, mi sono laureata in tutt'altra cosa, e sono passata al giornalismo per puro caso, ma non posso né penso molare. Forza, coraggio e tanta fede!Un abbraccio! Emy

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  4. EserciziDiLettura24 aprile 2012 22:23

    Vorrei poterti dire: coraggio, non disperare, vedrai che l'occasione arriverà, ma ormai dovresti avere capito che ti comprendo proprio perchè navighiamo sulla stessa barca. E a volte sembra che stiamo sbagliando rotta; e a volta ci sembra addirittura di naufragare.
    E' cosa certa che nell'"editoria" è meglio presentarsi da analfabeta: in questo modo dall'altra parte possono chiederti di dare, come dici tu, la mano (in più), il braccio il gomito il cuore... e retribuirti con un molto affettuoso "Ma sa che così la stiamo formando? Che altrove le chiederebbero denaro in cambio?" E ti risparmio le altre banalità che certamente conoscerai a memoria.
    Anche a me è stato detto di "spendermi", di dimostrarmi sempre "disponibile", di essere io a fare il primo passo, di mostrare spirito di iniziativa. L'ho fatto e cosa ho ottenuto (oltre a quello che hai già detto tu)? Credo di poterlo definire, senza tema di smentita, "mobbing" da parte di chi c'era già prima di me: ma non è che questa si sta allargando troppo? Ma che vuole? Lo capisce che il suo compito è solo quello di eseguire gli ordini e (perdona il francesismo) "leccare il culo" al capo di turno? E non c'è modo di spiegare che quello che voglio dimostrare non è nemmeno che valgo più di loro (certamente no) ma che voglio solo far capire chi sono, o meglio, che "ci sono" anch'io e ho diritto ad una possibilità.
    Anch'io mi sono chiesta tante volte: "Ma valgo veramente qualcosa?". Ricordo, durante un seminario all'Università, uno degli editori più importanti di questo Bel Paese dire a noi matricole: "Lavorare nel mondo dell'editoria è difficile perchè sono necessarie conoscenze e competenze infinite, che si conquistano nel tempo solo con molta pratica ed esperienza". Ma allora com'è che poi mi trovo a fare colloqui o ad avere come capo redattore gente di 25 anni? Cosa sono geni? E dunque io sono davvero stupida? No, come non lo sei tu, come non lo sono tanti altri. Solo non siamo i figli, gli amici, gli amanti di... Scontato, trito e ritrito, eh? Peccato purtroppo che sia la sola verità che conosca. Dimostratemi che in questo settore qualcuno è riuscito a farcela contando sulle sue sole forze, passione, talento (come dimostri di avere tu) e sono dispostissima a cambiare idea.

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    1. Carolina Venturini25 aprile 2012 12:06

      Infatti hai ragione. Un altro dei problemi è proprio il mobbing conseguente all'aver voglia di fare. L'esclusione o l'isolamento, i "bastoni fra le ruote" e l'invidia perché tu fai e gli altri no. E questi "altri" credono di essere migliori e ti vedono come "pericolo" perché, magari, impieghi meno tempo, sprechi meno risorse, riesci a raggiungere risultati più significativi semplicemente mettendoti in moto. A volte non ti viene nemmeno data l'opportunità di migliorare, anche solo proponendo, non per forza mettendo in pratica attiva, delle migliorie. Che ne puoi sapere, tu, di come funzionano le cose? Sei l'ultima arrivata. Il problema nasce quando pur essendo l'ultima arrivata, comprendi i meccanismi in velocità e ti accorgi subito dei punti "carenti" che potrebbero essere sistemati anche con poco, poco impegno, come nel campo della comunicazione fra dipendenti. Che dire, poi, delle comunicazioni non pervenute per farti un danno? Dei colleghi che tacciono appuntamenti per metterti in difficoltà? Non è un mondo facile e non ho ancora conosciuto una persona che sia riuscita in questo ambiente senza contare sull'aiuto della prostituzione (sessuale o intellettuale), del partito (e sindacato), della Chiesa o del proprio blasone di famiglia. Prima c'è tutto questo esercito, poi ci sono le persone che sono un "problema" perché hanno capacità, competenze, voglia di fare ma sarebbero in grado di mandare a zampe all'aria tutto il sistema di favori.
      Devono essere tenute basse, all'angolo, quindi.
      Che ne pensi?

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  5. Ho letto per caso il tuo post, coetanea. La mia impressione è che l'editoria sia un settore in cui è particolarmente vero ciò che tu dici. Dopo aver cercato di lavorare con passione in un settore di mio interesse - lo stesso tuo - sono arrivata alla conclusione che il lavoro è lavoro, e che la passione è meglio riservarla agli hobby per vivere più sereni. Con questo non ti sto chiaramente esortando ad accontantarti di qualcosa che non ti soddisfa, ma ricordati che un lavoro serve per vivere e non definisce chi sei. Meglio cercare lavoro più ad ampio raggio nel campo delle lettere e della comunicazione. E ricordati che le occasioni arrivano all'improvviso e spesso in luoghi inaspettati.
    Così è stato per me e spero sarà anche per te.

    ciao
    michela

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    1. Carolina Venturini25 aprile 2012 14:07

      Credimi, Michela, io ho inviato il curriculum anche alle cooperative per la pulizia degli uffici, al Mc Donald e negli alberghi. Davvero. Non ho una visione limitata, anche se credo sia un diritto lavorare nel settore che si ha scelto. Al di là di tutto quello che si può dire al riguardo.
      Grazie per la condivisione della tua esperienza.

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  6. EserciziDiLettura25 aprile 2012 13:38

    Sono perfettamente in sintonia con quello che dici. E posso aggiungere un'altra cosa: basterebbe leggere i tuoi post, l'impegno che ci metti, l'organizzazione stessa e la cura del tuo blog per comprendere quanto vali e che risorsa saresti per qualunque testata giornalistica o casa editrice.

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    1. Carolina Venturini25 aprile 2012 14:09

      Non sono competitiva. Ho un cervello e non sono disposta a lavorare gratis. Non interesso.

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  7. Anch'io avrei detto (anzi le ho dette ai miei figli) le cose cui accennavi all'inizio. Oggi forse le direi nuovamente (forma mentis, ahimè), ma certo vedere un figlio, una figlia essere sfruttati, manipolati se non peggio, non può non farmi essere d'accordo con te a proposito della auto-tutela.
    Un sincero augurio Carolina
    a presto

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